Il mondo che vorrebbero gli elettori di Trump si è radicalizzato sul web

Il Project 2025 è solo l’ultimo passo di un lungo processo di radicalizzazione politica che è in corso in negli USA. A differenza di vent’anni fa, oggi tra repubblicani e democratici intercorrono differenze quasi incolmabili, e in questo contesto la figura di Trump è stata determinante nello stravolgere la comunicazione politica. In questa transizione i social network sono stati fondamentali: l’interferenza delle logiche degli algoritmi e del marketing politico hanno accelerato processi di polarizzazione danneggiando il dibattito democratico.

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La politica occidentale sta attraversando un periodo di crisi, in Europa assistiamo ormai da anni all’incessante crescita di consensi dei partiti appartenenti a frange dell’estrema destra e del populismo. In Italia abbiamo assistito prima all’ascesa della Lega e, successivamente, di Fratelli d’Italia; in Francia Rassemblement National, guidato da Jordan Bardella e da Marine Le Pen, si è reso protagonista di una schiacciante vittoria alle elezioni europee che ha condotto la nazione alle elezioni anticipate; in Germania l’AFD acquista ogni giorno nuovi consensi. Stessa sorte è toccata ad altri stati membri dell’UE come Olanda, Austria, Svezia e Finlandia.

Negli USA la radicalizzazione della destra repubblicana ha portato alla realizzazione di una controversa agenda politica che sembra più il manifesto di una nuova destra trumpiana: il Project 2025. Il 2025 Presidential Transition Project, conosciuto meglio come project 2025, è un  documento di ben 922 pagine, scritto da The Heritage Foundation – think tank di stampo fortemente conservatore – in collaborazione con più di altre 100 organizzazioni sempre conservatrici, con l’obiettivo di trasformare profondamente i valori e la struttura dello stato in questa nuova presidenza repubblicana guidata da Trump.

Il testo appare problematico e autoritario, non curante dei diritti civili e sociali: tra i temi troviamo infatti il divieto delle pratiche di aborto su tutto territorio federale e una limitazione all’uso e alla vendita di contraccettivi; il rifiuto e l’abbandono delle politiche legate al cambiamento climatico, considerato una bufala; il contrasto a quella che ormai viene erroneamente chiamata teoria del gender e alla pornografia, e, infine, una forte stretta sulle politiche migratorie, con un a serie di interventi molto simili a quelli presenti nel programma elettorale di Trump.

Ancora più stravaganti, e sicuramente più pericolosi, risultano invece accorgimenti che mirano a intervenire sulle organizzazioni governative, aumentando i poteri presidenziali rafforzando il potere esecutivo del Presidente, che avrebbe così il potere di scavalcare la burocrazia federale e intervenire direttamente sulle agenzie federali. In questo modo risulta più semplice togliere autonomia al Dipartimento di Giustizia e circondarsi di fedelissimi da posizionare ai vertici delle agenzie governative.

Negli USA la radicalizzazione politica trova origine già dalla fine degli anni ‘90 e accelera drasticamente durante la presidenza di Obama. La polarizzazione dei due schieramenti, quello democratico e quello repubblicano, ha visto i primi procedere con più cautela e adottare un progressismo più moderato, mentre lo schieramento dei conservatori si è ben presto radicalizzato.

Come racconta il vice-direttore del Post, Francesco Costa, nel suo libro “Questa è l’America” (Mondadori 2020), a metà degli anni ‘90 tra i due schieramenti non vigeva un clima di ostilità, era inoltre possibile notare idee comuni nei programmi elettorali e il fine della politica era quello di riuscire a gestire i compromessi. Alle elezioni del 2016 il clima elettorale era completamente mutato, gli elettori erano chiamati a scegliere tra Hillary Clinton e Donald Trump, tra due idee sul futuro degli USA diametralmente opposte.

In questo processo la figura di Trump ha rivoluzionato la comunicazione politica attraverso l’uso massiccio dei social network. Come ci ricorda Cecilia Sala nell’episodio 590 del podcast “Stories”, Trump ha aperto le porte ad una destra complottista, “paranoica e manichea”, il suo ultra-nazionalismo, le sue politiche sull’immigrazione, sui diritti civili e sociali hanno infiammato e conquistato gli animi dei conservatori. L’utilizzo di un linguaggio violento e di tecniche comunicative atte a screditare ogni avversario politico è stato fondamentale per costruire l’identità dei propri elettori; ciò ha permesso di spaccare nettamente ogni via di comunicazione tra democratici e repubblicani, creando così un immaginario politico che si fonda sull’idea una guerra tra fazioni.

Digitocrazia

I social network sono stati fondamentali per sviluppare questa nuova comunicazione politica, che troppo spesso cede al populismo nella speranza di raggiungere le grandi masse. Nonostante i processi di polarizzazione esistessero ben prima dell’avvento dei social, questi ne hanno accelerato i processi. Gli account dei partiti, o dei singoli candidati, sono in grado di raggiungere un numero sempre crescente di possibili elettori, è possibile in questo modo generare la diffusione capillare di messaggi e valori da loro rappresentati. Il tipo di comunicazione è inoltre profondamente influenzato dal marketing politico: l’obiettivo è riuscire a vendere un prodotto ideologico, in questo modo l’elettore si trasforma in un consumatore perdendo il ruolo di cittadino attivo. Il Project 2025 è, in fondo, un prodotto di questo nuovo modello di politica social, il suo programma non è altro che una ordinata esposizione di idee presenti nei numerosi gruppi che popolano i social, questi, nutrendosi di numerosi bias cognitivi, raccolgono sempre maggiori consensi attraverso narrazioni alternative sul clima, sui vaccini e sulle guerre.

L’idea che i social potessero essere delle piattaforme libere in cui poter costruire dei dibattiti sembra ormai fallita. L’era di internet ha dato la possibilità di rifugiarsi nell’anonimato, il guadagno della privacy sembra però aver peggiorato la qualità del dibattito e del senso di responsabilità, tutto è percepito nei termini di uno scontro tra due fazioni nemiche. Questo modo di fare politica, ridotto a slogan pubblicitari, ha costruito schemi identitari in cui vengono ingabbiati gli elettori. In questo modo per essere repubblicano bisogna identificarsi in uno schema ben preciso che deve sempre tenersi a distanza dalla fazione nemica: i democratici. 

In questo scenario la diffusione di fake news relative alle teorie del complotto sono determinanti nella demarcazione dell’identità di un gruppo politico. I negazionisti del cambiamento climatico, i no-vax e coloro che credono a teorie cospirazioniste, sono stati accolti da questo nuovo orizzonte politico aperto da Trump; basti pensare all’assalto di Capitol Hill da parte dei membri di QAnon. Il problema delle Fake News è diventato ormai quasi insormontabile, molte figure della politica ne fanno largo uso e tutte le contromisure sembrano ormai vane. Perfino figure di spicco come Elon Musk, aperto sostenitore di Trump e proprietario di una delle maggiori piattaforme social, fa largo uso di notizie false come dimostrano alcuni contenziosi col governo inglese durante rivolte e disordini avvenuti nel mese di agosto.

Il conflitto viene quindi alimentato a causa di una costante esposizione semplicistica e caricaturale di contenuti politici,scatenando indignazione e rabbia. In uno studio condotto da Chris Bail, sociologo e direttore del Polarization Lab della Duke University, mostra come il comportamento degli utenti online stia alimentando un “tribalismo politico”. Secondo Bail i social non vanno intesi come uno specchio del contesto sociale, ma come un “prisma” che deforma le nostre identità, rendendo invisibili la maggioranza dei moderati. All’interno dei meccanismi dei social riusciamo infatti ad entrare in contatto con visioni politiche diverse dalle nostre, l’effetto delle Echo Chambers – o camere dell’eco – sembra infatti essere solo uno dei problemi ai quali siamo esposti, ma soprattutto non il più determinante. L’esposizione alla comunicazione aggressiva di idee violente come quelle di Trump o quelle legate al Project 2025, alimentano il conflitto e, di conseguenza, la polarizzazione dell’elettorato.

I post relativi alla politica in piattaforme come Instagram o X, che danno poco spazio all’argomentazione, sono volutamente conflittuali e rappresentano una minoranza dei post presenti in rete, ma gli algoritmi ne premiano le interazioni, dando così agli utenti medi la percezione che le posizioni estreme siano le più diffuse. Il sistema dei commenti infatti non fa che alimentare il clima d’odio verso un’idea diversa dalla nostra e l’utente che non sposa idee radicali, si trova catapultato in un sistema in cui è costretto a prendere una posizione contro il nemico.

di Riccardo Scola (Riccardo Scola)

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