Il lungo presente

Tutto ha una data di scadenza. Il telefono che hai comprato sei mesi fa e che già arranca, la serie che tutti stavano guardando e che nessuno ricorda più, l’appartamento che hai arredato con cura sapendo già che entro un anno saresti andato via. Viviamo in un’epoca che ha abolito il futuro – non per catastrofismo, non per pigrizia – ma per una specie di accordo tacito con l’incertezza. Pianificare è diventato un atto di ingenuità. Restare, un lusso.

Gli studiosi gli hanno dato il nome di Long Present, il Lungo Presente: una condizione sociologica in cui la velocità del consumo e la precarietà economica annullano la capacità di proiettarsi in avanti, intrappolando intere generazioni in un eterno oggi. Il concetto affonda le sue radici nel pensiero dello storico Reinhart Koselleck, che già negli anni Settanta osservava come le società moderne stessero perdendo il senso della continuità tra passato e futuro – quella tensione produttiva che aveva alimentato il progetto della modernità. Oggi quella tensione si è spezzata del tutto. Non guardiamo indietro per imparare, non guardiamo avanti per sperare: siamo incollati a un presente che scorre troppo in fretta per essere vissuto e troppo lentamente per essere dimenticato.

Il risultato è una forma di esistenza sospesa. Possediamo oggetti senza possederli davvero – li usiamo finché servono, poi li sostituiamo, li lasciamo, li affittiamo in uno scambio eterno perché non possiamo permetterceli. Abitiamo spazi di altri, lavoriamo su progetti che hanno una scadenza, guardiamo contenuti pensati per durare il tempo di uno scroll. Il consumismo non è più simbolo di status o identità: è diventato l’unico modo che conosciamo per colmare il vuoto di un’esistenza che non riesce a radicarsi da nessuna parte.

I racconti che seguono partono da qui – da oggetti banali ed esperienze quotidiane – per raccontare questa precarietà strutturale.

Pull to refresh

di T .

 

Pull to refresh.

Uno scatto dietro le quinte, il pollice lo spinge via ed ecco un plico di fogli, un titolo e una firma. Quella vecchia compagna di scuola ha scritto un altro film.

Pull to refresh.

Un libro sul tavolino di un bar, accanto un anello – fotografarlo all’anulare sinistro è troppo banale, tra gli Under 30 non lo fa più nessuno. Si pensa anche che degli Under 30 nessuno più si sposi, e invece.

Pull to refresh.

Una stripper texana con i capelli rosa racconta i vantaggi di un lavoro davvero freelance.

Un conoscente di vecchia data ora compare nei reel a montaggio serrato di una pagina di news.

Quei due che stanno insieme dal liceo ora hanno preso un cane. Un’altra ha iniziato un master in Olanda, fa solo post aesthetic che lasciano intuire una vita impegnatissima.

Pull to refresh.

I vantaggi della non-monogamia, il calzino di un neonato, lo sapevi che l’Italia è l’unico paese europeo dove gli stipendi non sono cresciuti negli ultimi vent’anni? Tranne la Grecia – grazie a Dio esiste la Grecia, che ci risparmia dall’ultimo posto in queste classifiche.

 

L’unico modo di non pensare al tuo posto in classifica è non darti il tempo di farlo. Non importa quale sia la classifica – il lavoro migliore, matrimonio senza impegno, giro sociale più cool della città, mamma prima dei 30 con le Salomon e la borsa Uniqlo. L’importante è che tu non sia in fondo. Possibilmente che tu sia ben piazzata in tutte, anche se alcune si contraddicono fra loro. Devi riuscire ad avere successo anche se ancora non sai in cosa. Devi riuscire a vincere quella manciata di millisecondi sullo schermo di qualcun altro.

Pull to refresh.

Bombe su Gaza, proiezioni di cortometraggi a tema ambientalismo, adv di cerotti dimagranti che promettono di funzionare come l’Ozempic se abbinati a un frullato di erbe miracolose. Tu ovviamente non sei abbastanza informata sul genocidio, non hai scritto un cortometraggio nemmeno per questo concorso e nonostante sai perfettamente che i cerotti non funzioneranno, per un attimo hai comunque la tentazione di schiacciare quel link: 19.99€, tentar non nuoce e alle due di notte, sdraiata nel tuo letto, sembra comunque una prospettiva più appetibile che svegliarti un’ora prima del solito per correre intorno all’isolato in brutte scarpe da ginnastica che comunque dovresti comprare su Vinted, più o meno per lo stesso prezzo.

Pull to refresh.

Foto della manifestazione per i diritti dei lavoratori a cui non sei andata perché dopo il lavoro non riesci a fare nient’altro. Pubblicità di un nuovo filtro AI che modifica le foto, le copre di una patina granulosa e iridescente come fossero scattate da una vecchia macchinetta anni 2000. Il tuo ex ha fatto coming out – un punto per te, comunque meglio di un ex senza nessun tratto distintivo da commentare ridendo nelle serate tra colleghe.

 

Pull to refresh.

Quando blocchi lo smartphone e smetti di refreshare hai già dimenticato tutto: chi era che si sposava, di che razza è il cane di quei due, a che ora dovresti svegliarti per correre prima del lavoro e se effettivamente l’equazione rende più vantaggiosi, in termini probabilistici, i cerotti dimagranti.

L’importante è che lo schermo, e le classifiche che contiene, ti abbiano succhiato dagli occhi abbastanza energie da lasciarli vuoti quando li chiudi. Da non farti pensare a cosa farai domani, dopodomani, il mese prossimo quando scade il tuo finto contratto.

L’importante è adesso. Adesso bisogna avere successo. In che cosa, te lo sei dimenticata.



Per vivere, per morire

di Samuele Cornalba

Per vivere, Tommaso inventa morti. S’inventano le persone, d’altronde, ogni tipo di stranezza per rimanere a galla. Alcuni si creano un nemico, altri un’identità, i più timidi una storia. Tommaso aveva solo fame. Fame e un orgoglio ormai anoressico, dopo i diciassette rifiuti di diciassette testate giornalistiche. Eppure lui con le parole ci sa fare. Proprio così gli aveva detto Sonia, la diciottesima caporedattrice, «Eppure tu con le parole ci sai fare», prima di spingergli davanti la doppia pagina dei necrologi. Penserebbe, un profano, che un giornale guadagni dalla pubblicità, dagli abbonamenti, dalla qualità delle inchieste. Ma un giornalista è un giornalista, ha fame come un cristiano qualsiasi, e non esiste nulla di più remunerativo dei necrologi a pagamento, anche in un’edizione cittadina come la loro.

«Il problema», aveva continuato Sonia, «è quando non ci sono abbastanza morti. Saresti felice di pagare duecento euro e vedere il tuo necrologio spaginato?»

Tommaso era stato zitto, non aspettandosi di dover rispondere.

«Saresti felice?» aveva insistito Sonia.

«Ah, no, no. Certo che no.»

«Ecco, tu farai l’impaginazione dei necrologi. E se sono dispari e non riesci a incolonnarli, ne inventi qualcuno. Sei capace di inventare?»

«Mi sembra di sì.»

«Dimmi il tuo.»

Tommaso aveva abbassato lo sguardo su quelle minime striscioline. Era rimasto in silenzio, sbigottito non tanto dal cinismo di Sonia, quanto dalla verità che aveva appena trovato: prima che lo calassero nella tomba, non avrebbe avuto nulla da dirsi.

 

Per fortuna le pagine di giornale sono sottili. Tommaso ha preso l’abitudine di portare a casa i necrologi che scrive, ogni giorno. Ha abbastanza fogli per incartare tutti i pesci della città, ma non ne butta nemmeno uno. Gli ricordano qualcosa di importante, anche se non sa bene cosa.

Per deontologia professionale, non manda a morte persone che conosce. È dura lavorare con princìpi morali tanto saldi – come condannato gli è rimasto solo lui. È così che, tremanti, spedisce al muro i Tommasi possibili. Dall’orecchio gli escono e inciampano sulla scrivania e si spingono nel monolocale tutti quelli che non è stato, tutti quelli che non sarà. Per ciascuna decisione che non ha preso, per ogni incontro che ha mancato, c’è un se stesso da giustiziare. Un colpo, vicino alla nuca, per non sbagliare. «Guarda quanti me» ha pensato una sera, circondato dai necrologi, «sembro un sicario di Pessoa».

Un soffio di vento basterebbe, e con i fogli inchiostrati, nella stanza, volerebbero tutti quei sé alternativi tra l’Ucraina distrutta, il sud del Libano raso al suolo, Justin Bieber che torna in classifica, i referendum persi, le missioni lunari nuove, i barili di petrolio bloccati, le maratone corse in meno di due ore. Uno sciame di adesso che marcisce per fotogrammi rapidissimi: presente presente presente. In un lavoro che non si muove, in frasi buone per ventiquattr’ore, Tommaso è a casa. Anzi, assomigliare a un quotidiano lo diverte. Nella ridicola mattanza che ha inventato per campare, si libera di passati e futuri – vadano ai corvi, come le frattaglie. Ecco i ricordi, ecco le speranze, tanto lui non sa che farsene. Solo, a volte, lo prende la malinconia quando ammazza un sé in cui aveva sperato. D’improvviso, allora, il monolocale si fa triste, e Tommaso è costretto a riconoscere che la sua unica possibilità è essere soprattutto ora, nei secoli dei secoli.

Infine, arriva quella sera. Tommaso è circondato da pagine e pagine di giornale, come dovesse imbiancare le pareti – e invece ha finito i Tommasi. A furia di uccidersi, è rimasto solo nel monolocale. Che desolazione essere l’ultimo dei condannati, non avere nemmeno un muro pulito contro cui morire. Eppure, l’elenco dei necrologi di domani non può uscire spaginato – già la sente Sonia, mentre lo licenzia. È allora che torna a quel primo colloquio, alla domanda a cui non aveva saputo rispondere.

«Tommaso Lombardi» si chiama per la prima volta col suo vero nome.

Scatta in piedi, con la solennità di un funerale.

«Gli bastò una vita per morire.»

Una mano di bianco

di Aminata Sow

Ti vedo arrivare in macchina, aprire il bagagliaio, sistemarti le ciocche di capelli dietro le orecchie, tirare fuori quattro scatole di cartone del supermercato e un trolley fucsia. Fa caldo, stai sudando, quando ti togli il maglione riesco a intravedere la peluria sulle braccia, i bicipiti che si flettono mentre accosti le tue cose accanto alla porta.

La chiave gira a vuoto due, tre volte, ma non appena inizi ad agitarti la serratura cede e riesci a entrare. Lasci le scatole all’ingresso e inizi la perlustrazione della casa. Entri prima nella tua stanza, invasa dalla luce calda del pomeriggio – sembra più grande quando è spoglia. Le tue scarpe da ginnastica lasciano residui di terriccio sul pavimento in graniglia. Non sembri preoccupartene, immagino che lo pulirai e lo coprirai con dei tappeti perché sia meno freddo d’inverno. Appoggi la mano sul termosifone senza accenderlo e indugi osservando la parete bianca davanti a te: forse vorresti metterci una poltrona vintage e un quadro a coprire l’attacco per un televisore che non hai, a giudicare dal poco che hai portato. In cucina apri e chiudi lo sportello del forno, spingi la spina del frigo nella presa, fai scorrere l’acqua del lavandino che esce con un breve sibilo prima di stabilizzarsi, rovisti nel cassetto delle posate e prendi un coltello. Cambi stanza muovendo le anche, come se volessi provocarmi. Lo specchio del bagno restituisce la tua immagine e ti cattura: così non vedi che il silicone attorno alla doccia è annerito, né senti l’odore di tubature vecchie. Le pareti sono bianche, appena tinteggiate. Sotto la vernice, la muffa. La porta dell’altra stanza rimane chiusa. Il soggiorno non c’è.

 

La lama affilata del coltello scorre sul nastro da imballaggio, tiri fuori dalla scatola un coprimaterasso e un set di lenzuola che appoggi sul letto. Sotto ci sono dei libri, tanti, più di quanti immaginassi: li tiri fuori uno per uno – il cartone cede leggermente sul fondo, ne hai messi troppi. Li sistemi in pile sul pavimento perché non ci sono mensole e non puoi montarne. Per altezza o per colore, non capisco bene il criterio. Forse non ce n’è uno, ancora non ti conosco. Poi tiri fuori un fagotto bianco, ne prendi un lembo tra il pollice e l’indice e lo svolgi, rivelando al suo interno un barattolo scuro con un’etichetta familiare. È una candela che costerà almeno tre ore del tuo stipendio, forse di più. Da contratto non puoi accenderla in questa casa: così ti durerà più a lungo. Prendi un altro libro, ma questa volta lo apri e ti fermi, guardi qualcosa che c’è lì dentro e sorridi senza che io possa sbirciare. Lo metti da parte, separato dalle pile, e poi continui a tirare fuori cose finché il pavimento non ne è ricoperto.

 

Più tardi vai in bagno a farti una doccia. Incroci le braccia sul petto e ti sfili la maglietta lasciandola cadere per terra, poi abbassi i pantaloni in tessuto morbido. Indossi un reggiseno con il ferretto spesso e un motivo di pizzo un po’ kitsch. Quando finalmente lo sganci i seni ti ricadono sul ventre leggermente gonfio. Aspetto che tu ti tolga le mutande – cotone nero, sembra – prima di iniziare a toccarmi. Ti vedo armeggiare con la manopola del miscelatore: l’acqua è fredda, poi scotta, poi di nuovo fredda, vedo la pelle d’oca formarsi sulla tua schiena, sulle tue braccia, sulle tue gambe, un’ondata di piacere mi travolge. Quando entri nel box doccia io sono già venuto. Ti vedo uscire con i capelli bagnati, i piedi nudi sul pavimento freddo, dovresti mettere un tappetino. Dal tuo corpo scivolano tante piccole gocce che si accumulano per terra formando una pozzangherina d’acqua torbida. Mi ostruisci la vista avvolgendoti un asciugamano attorno, ma almeno accendi la ventola e spegni la luce. Brava, non tutte lo fanno.

 

Ora stai guardando fuori dalla finestra della cucina: il cielo è tinto di rosa, arancione e blu, senza nuvole. Scatti una foto con il telefono e te lo rimetti in tasca, forse più tardi la manderai a qualcuno. Rovisti nella busta della spesa e tiri fuori una confezione di cracker e una lattina di birra – devi essere stata al supermercato, ti ho aspettata. Ceni così, appoggiata sul bancone della cucina, in silenzio. Bevi troppo velocemente e vedo un liquido dorato che ti cola sul mento e sul collo, accarezzandoti. Immagino che sia il mio dito, che scorre sulla gola, sulla clavicola, sul petto, strisciando giù. Per un attimo ti irrigidisci, come se mi avessi sentito. Poi scuoti la testa, i capelli color nocciola a sfiorarti la schiena, e ti rilassi.

Rimango a guardarti finché non prendi di nuovo in mano il telefono. Leggo il messaggio quando arriva: Grazie ancora per la disponibilità, mi sono appena sistemata. L’appartamento mi piace molto e lo tratterò come se fosse mio. Benvenuta, rispondo. Il pagamento è il primo del mese. Poi blocco lo schermo e mi verso un calice di vino, fantasticando su quello che succederà. Sporcherai questa casa. Il blue tack sulle pareti, le impronte delle dita sullo specchio del bagno, i capelli nel sifone, l’alone della testa sul muro sopra il letto. Io alzerò l’affitto, tu te ne andrai, tutto sarà ricoperto da una mano di bianco, ogni tua traccia sarà cancellata, ne arriverà un’altra.

Chiudo gli occhi, a domani.

 

Non so dove metterti

di Sara Paolella

Quando ti vedo che mi vedi ho già perso i miei amici da un po’.
Mi hanno detto che avrebbero preso da bere e la folla se li è mangiati. Divorati dall’orda di persone che si muovono scoordinate su questa pista, fumo per ingannare l’imbarazzo, mi lascio dondolare da un ritmo che non ascolterei fuori di qua. L’odore acre del sudore brucia nelle mie narici e continuo a vederti che mi vedi e mi fissi e mi squadri e poi balli e ti rigiri e sembri avvicinarti ma resti sempre un po’ più in là. 

Che fai, hai paura?
Non averne, poi ti passa. 

Vanno sempre così questo tipo di serate. Ci guardiamo e ci teniamo distanti, ci scrutiamo come gli animali su National Geographic prima di azzannarsi. A cambiare è il tempo di reazione, il gesto con cui scatterai quando ci sfioreremo in pista, il sapore del tuo sangue sulla mia lingua se ti mordo troppo forte, il modo che avrai di farmi godere e di venire.
Sono queste le domande che mi pongo mentre ti vedo che mi vedi e ti avvicini ancora un po’ più in qua mentre, come capita a volte, mi punisco da sola con i miei pensieri e mi dico che non sono queste le cose che dovrei chiedermi ma che vorrei tanto sostituire queste parole. Vorrei poter sapere che cosa volevi fare da piccolo, chi ti ha spezzato il cuore, che colore ti piace, quale è il tuo dolce preferito e invece non posso permettermi di prendere la tua storia perché non saprei dove ficcarla. Mamma non capisce e non vuole capire il mio saltellare da un letto all’altro, scivolare nelle lenzuola altrui e come potrebbe capire lei che alla mia età aveva già me, che ha conosciuto l’amore a quattordici anni e non ha mai pensato potesse cambiare forma, che ha sempre saputo la città in cui si sarebbe consumata la sua esistenza. 

 

Portarti con me è un peso che non mi posso permettere ed è per questo che quando finalmente ci sfioriamo e ridi e mi chiedi il nome io ti dico che tanto non ha importanza e ti dico di chiamarmi come più ti piace e ti metti sulla difensiva, arcui la schiena continuando a muoverti sul beat ma sei confuso da una risposta che non ti aspettavi. Anche questa è una scena che si ripete sempre uguale e non faccio che torturarmi con l’idea che non importi a nessuno di voi; perché vuoi prendere parti di me se non sai dove metterle? Ti vedo che siamo uguali: domani avrai notifiche, scadenze, call su call su call per un lavoro che potrebbe non esserci tra sei mesi; hai la casa dove mi porterai e sarà carina ma spoglia, la condividerai con qualcuno che magari ti è diventato amico e mi chiederai di non fare rumore quando entrerò per non svegliarlo, mi dirai di fare piano e non urlare quando sarai dentro di me perché sta dormendo.

Andrà così perché la scena è sempre la stessa e quando tu mi chiederai le cose che anche io avrei voluto chiederti svierò il discorso, inventerò altre storie, fingerò di dormire perché è meglio darti una parte di me una notte intera che tutta me in un domani fatto di frammenti, in un quotidiano senza fondamenta che non è un posto fatto per me e per te ma è una strada solitaria, un lungo e interminabile presente dentro al quale mi muovo cercando di non fare troppi danni.

Usciamo fuori assieme: l’aria è pulita, l’alba dipinge il crinale delle montagne all’orizzonte. Ci teniamo la mano e tutte le cose che mi passano per la testa scompaiono; condividiamo per un istante uno sguardo complice ed è questo l’unico lusso che ci rimane: io mi darò a te e tu ti darai a me per una notte sola, senza affidare all’altro il peso di un futuro che non sappiamo ancora dove mettere.

🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

🎯 Finalità della raccolta

Vogliamo ascoltare le opinioni dei giovani sui temi della ricerca, garantendo il rispetto della tua privacy.

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📬 Contatti

Per domande o informazioni scrivi a Dario Pizzul, referente della ricerca a questo indirizzo: pizzul.dario@gmail.com