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Il karma del Golfo

Sabato di fuoco

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Il 14 settembre il portavoce del gruppo di ribelli yemeniti Huthi ha rivendicato l’attacco da parte di 11 missili e 20 droni armati che si è abbattuto su due giacimenti petroliferi della Saudi Aramco, ad Abqaiq e Khurais, due degli impianti più grandi del mondo dove viene gestita la maggior parte del greggio esportato.

Il primo giacimento ad essere stato colpito è quello ad Abqaiq, vicino alla costa sul Golfo Persico, alle quattro di mattina, seguito poco dopo dall’attacco al giacimento di Kharais. I due impianti si trovano a 200 km di distanza l’uno dall’altro e costituiscono due siti altamente strategici per gli introiti sauditi.

Gli attentati hanno avuto sulla produzione petrolifera di Riyad un impatto drastico: si registra infatti un calo esponenziale nella quantità di produzione di barili che, da 10 milioni al giorno, si è dimezzata arrivando a un totale di produzione giornaliera di 5,7 milioni. E’ considerato il peggior attacco ai giacimenti petroliferi sauditi che l’Arabia abbia mai subito dall’inizio della guerra in Yemen nel 2015. Nonostante gli Huthi abbiano rivendicato l’attacco, si sta ancora indagando sulla responsabilità effettiva del blitz contesa fra i ribelli ed il possibile coinvolgimento dell’Iran, ancora da accertare. 

Ad accusare direttamente l’Iran sono stati per primi gli Stati Uniti, con il tweet del segretario di stato Mike Pompeo che recita “(…) Non c’è alcuna prova che l’attacco sia arrivato dallo Yemen” e, successivamente, attraverso le immagini diffuse dall’emittente americana CNN che conferma che i missili provenivano da Nord e non da Sud. Secondo questa analisi i missili partivano da una base iraniana al confine con l’Iraq che si trova molto più vicina rispetto alle aree controllate dai ribelli Huthi nel nord dello Yemen.

L’Arabia Saudita, al contrario, non ha ancora accusato l’Iran, poiché il coinvolgimento diretto di militari iraniani vorrebbe dire ricorrere ad una immediata reazione militare in una regione che è già sull’orlo di una guerra totale.

I recenti attacchi hanno reso ancora più incerta la già delicatissima situazione in Medio Oriente che si regge su equilibri interni molto fragili, ai quali fanno da sfondo la guerra yemenita e le implicazioni di carattere economico per quanto riguarda l’approvvigionamento del petrolio da parte del mondo. Il primo elemento preoccupante è il rafforzamento da parte degli Huthi che si sono dimostrati in grado di maneggiare armi sofisticate fornite loro dal sostegno dell’Iran. Inoltre, la continuazione degli scontri dei ribelli contro l’Arabia Saudita non fa che inasprire ostilità preesistenti da decenni, mantenendo altissima la tensione nel Golfo Persico ed in particolare i rapporti fra Arabia Saudita/Stati Uniti e Iran.

In questa situazione di incertezza si tende a sfruttare la situazione esistente di incertezze per accusare i nemici storici. Nello Yemen, da anni i ribelli Huthi sono sostenuti dall’Iran contro l’intervento diretto dell’Arabia Saudita e ciò declina una rivalità esistente tra Iran e Arabia Saudita che sta permeando molti conflitti dell’area mediorientale quali, oltre allo Yemen, Iraq e Libano. Inoltre, in seguito ai recenti avvenimenti, le minacce e le accuse degli Stati Uniti di prendere duri provvedimenti contro l’Iran sono tornate protagoniste. 

In questa prospettiva, la guerra yemenita sembra il luogo in Medio Oriente in cui i rapporti di forza tra le due grandi fazioni si formano e modificano continuamente attraverso uno scontro (quasi) diretto.

I numeri (umani) della guerra

Nel febbraio 2015 il gruppo armato ribelle sciita degli Huthi, con il timore che le elezioni previste dopo l’arrivo al potere di Abd Rabbuh Mansur Hadi potessero essere solamente delle futili promesse, conquista in uno scontro la capitale San’aa e costringe il presidente Hadi alle dimissioni immediate. Da quel momento il Paese è diviso a metà con i ribelli insediatisi a Nord del Paese e il Sud nelle mani dello spodestato Presidente Hadi il quale, trovando rifugio ad Aden, la rende la seconda capitale dello Yemen. 

Nel marzo dello stesso anno l’Arabia Saudita si pone a capo di una coalizione di altri otto paesi arabi con il supporto logistico degli Stati Uniti, incominciando un massiccio bombardamento nei territori settentrionali dello Yemen controllati dal gruppo ribelle degli Houthi, supportato esclusivamente dall’Iran. L’ONU ha descritto la guerra in Yemen come la più grande catastrofe umanitaria del mondo.

Secondo la Human Rights Watch nel Novembre 2018 il bilancio risultava di 6.872 morti civili e di 10.768 feriti dagli attacchi aerei della coalizione Saudita. Attualmente l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) riporta un notevole peggioramento della situazione, con l’aggiunta dei 14 milioni di civili a rischio di fame e morte a causa degli scoppi continui di malattie, tra cui il colera.

Già a partire dal 2014, sono stati documentati da gruppi e avvocati yemeniti per i diritti umani centinaia di casi di sparizione forzata e di detenzione arbitraria, di persone in seguito registrate come oppositori politici o minacce alla sicurezza. Sempre dalla Human Rights Watch sono stati documentati 16 casi di persone trattenute illegalmente dalle autorità Houthi con il fine di estorcere denaro alle famiglie o barattare persone detenute da forze opposte. 

Da agosto 2016 la coalizione ha chiuso l’aeroporto internazionale di San’a. Da maggio 2017 sono state limitate le rotte di viaggio alle aree dello Yemen sotto il controllo degli Houthi per giornalisti e per le organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui la sopracitata Human Rights Watch. Ad Aden, le guardie hanno torturato, stuprato e giustiziato migranti e richiedenti asilo, compresi bambini. Solo nel 2017, le Nazioni Unite hanno registrato 842 casi di reclutamento di ragazzi di appena 11 anni da parte delle forze Houthi, quando ai sensi del diritto yemenita e internazionale l’età minima per il servizio militare è di 18 anni. Secondo le Nazioni Unite entro il 2018 erano circa 3 i milioni di donne a rischio di violenza, in quanto la mancanza di protezione legale le rende esposte a matrimoni forzati e spesso precoci, come alla violenza domestica e sessuale.

Come riporta l’articolo del 19 marzo 2019 di Repubblica, negli ultimi mesi si contano 22 milioni di persone che sopravvivono di aiuti, rispetto ai 14 milioni del 2018. “Siamo di fronte a un bilancio atroce e assolutamente inaccettabile”, dice Paolo Pezzati, consulente politico per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia. “Nonostante il leggero calo del numero di vittime dopo i colloqui presieduti dall’ONU in Svezia, le stesse Nazioni Unite hanno affermato che ogni giorno che passa senza un concreto progresso verso la pace, altri yemeniti perdono la vita e se sopravvivono lottano per il cibo, l’acqua, per trovare un riparo”. E aggiunge ancora: “In questo momento, quasi 14 milioni di yemeniti sono ormai sull’orlo della carestia a causa dell’azzeramento dell’economia del Paese e della chiusura dei principali porti. Nel paese c’è una gravissima emergenza idrica e sanitaria: quasi 18 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua pulita e in 19,7 all’assistenza sanitaria di base, rimanendo così inevitabilmente esposte a epidemie mortali. Qui il colera ha contagiato 1,3 milioni di persone dal 2017, di cui quasi 400 mila persone solo nell’ultimo anno, causando migliaia di morti”.

L’O.n.g. INTERSOS registra ogni mese almeno 7000 persone che fuggono dal Corno d’Africa per raggiungere i Paesi del Golfo in cerca di lavoro. A causa dei confini blindati quest’ultimi rimangono bloccati nello Yemen, costituendo in tal maniera una grossa percentuale di profughi. A mettere a dura prova la popolazione civile non è stato solo il conflitto armato, ma anche la fame, di cui 14 sono i milioni di persone a rischio, e il colera, facendo così dello Yemen la più grande crisi umanitaria del mondo. 

Non è così semplice

Gli attacchi del 14 settembre sono stati – anche a causa del j’accuse americano – interpretati attraverso il filtro dei rapporti internazionali tra Arabia e Iran. In realtà la situazione è decisamente più complessa di quanto sembra e il legame tra i ribelli Houthi e Teheran ha varie sfumature.

Il movimento fu fondato nel 1990 da Hussein Badreddin al-Houthi, ucciso dalle truppe yemenite nel 2004 ed ora è retto dal fratello Abdul Malik. Nel dicembre del 2017 l’assassinio del vecchio presidente Ali Abdallah Saleh, che dopo essere stato loro alleato di circostanza era tornato un nemico, fu un gesto considerato allora come un precipitoso errore del quale i ribelli avrebbero finito per scontare le conseguenze. Eppure, a dispetto dello choc legato alla caduta di chi ha amministrato lo Yemen per più di tre decenni, gli Houthi hanno trovato poche resistenze, il che rileva la loro morsa sulle istituzioni e le risorse del paese così come la grande capacità di mobilitazione ideologica.

La capacità dei ribelli sciiti zayditi – espressione di una minoranza che conta un terzo della popolazione yemenita – in quanto forza inizialmente marginale, di tenere testa a una coalizione di eserciti supportati finanziariamente e militarmente da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, rimane difficile da spiegare. A gennaio 2019 il rapporto del Security Council, redatto dalla commissione di esperti delle Nazioni Unite addetta al monitoraggio delle sanzioni contro lo Yemen, ha dichiarato che “la leadership degli Houthi ha continuato a consolidare la propria presa sulle istituzioni governative e non”.

Eleonora Ardemagni, ricercatrice associata dell’ISPI la cui analisi si è focalizzata negli anni sullo Yemen, le monarchie del Golfo e le forze militari arabe, ha riferito a Scomodo che è stata in un primo momento l’alleanza tattica fra gli Houthi e il blocco di potere dell’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh – che ha guidato il paese fino alla rivolta anti-governativa del 2011 – a permettere agli Houthi di penetrare gradualmente le forze di sicurezza ancora legate a Saleh. Tutto ciò, stringendo rapporti con molte tribù settentrionali che sostenevano l’ex governo. “Gli Houthi sono lì per durare – si legge su Le Monde Diplomatique in un articolo di marzo scorso – specialmente nella loro culla settentrionale, intorno a Sa’sa, San’aa e Dhamar e nelle zone più densamente popolate del Paese, in cui le tribù sono largamente allineate sulle loro posizioni”. 

Il sostegno iraniano, oggetto di molti dubbi e controversie a livello internazionale, resterebbe invece marginale. Nonostante il rapporto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 26 gennaio 2018 denunci che l’Iran fornisca, violando le risoluzioni Onu, armi e componenti di missili agli Houthi, che vengono poi assemblati in Yemen anche grazie a tecnici iraniani e degli Hezbollah libanesi lì presenti. I sauditi hanno sottolineato, fin dal 2015, i legami tra Houthi e Iran per legittimare il loro intervento militare, ma tale alleanza di convenienza si è saldata proprio a seguito delle bombe saudite sullo Yemen, che hanno spinto gli Houthi a cercare la sponda di Teheran, che dal canto suo non ha esitato a sostenerli pur di mettere sotto pressione il rivale saudita. 

La Ardemagni ci spiega tuttavia come il ruolo dell’Iran in Yemen sia stato da subito sovrastimato, in quanto “gli Houthi non sono stati creati ideologicamente da Teheran (come invece Hezbollah e le milizie sciite irachene), ma hanno un’agenda politica locale volta all’autonomia delle terre del nord yemenite, non all’esportazione della rivoluzione islamica filo-khomeinista”. Le fa eco Francesca Gnetti di Internazionale, contattata da Scomodo: “È più verosimile che sia gli houthi sia l’Iran usino la loro relazione per portare avanti i propri interessi. Agli houthi fa comodo avere una potenza amica nella regione per far fronte all’Arabia Saudita, e Teheran approfitta delle difficoltà create dagli houthi a Riyadh e soffia sul fuoco.”

La forza degli Houthi si spiega infatti anche grazie al discorso nazionalista: gli Huthi si sono posti, con le azioni e la propaganda, come i difensori dello Yemen contro “l’aggressione” dell’Arabia Saudita, soffiando sul sentimento nazionalista nonostante rappresentino solo una piccola comunità del paese. Nelle regioni dominate dalle loro forze si coniugano contestazioni dell’ordine internazionale, associate alla dominazione americana e all’ingerenza di Riyad e la rivendicazione di una propria identità per le popolazioni delle terre settentrionali.

Scacco al re

Tra le varie forze in campo della guerra in Yemen, l’Arabia Saudita è sicuramente quella che ha più da perdere. E allo stesso tempo è quella più in difficoltà: a soffrirne in maggior modo è il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, detto “Mbs”. Nel 2015 era Ministro per la Difesa da tre mesi quando ha dato il via ai bombardamenti in Yemen. Immaginata, quella yemenita, come una guerra lampo e pubblicizzata con grande orgoglio dal principe Mbs. “Da subito – racconta la Ardemagni – la guerra in Yemen è stata la guerra di Mohammed bin Salman Al Saud”. Secondo il New York Times lo si vedeva spesso in “fotografie ufficiali circondato da generali, mentre stava ricurvo su delle mappe, ispezionava un elicottero o persino nel retro di un aereo da trasporto militare”.

Quattro anni dopo, con migliaia di vittime e costi in più, la guerra in Yemen è stata definita da varie testate internazionali nello stesso modo: “Quagmire”, un pantano da cui Mbs non sa più come uscire. Tanto che “si potrebbe dire – spiega alla BBC Michael Stephens, un esperto del Royal United Services Institute – che strategicamente Riyadh è in una posizione più debole di quella in cui era nel 2015”. 

È vero che internamente al governo Mbs non deve ancora affrontare forti opposizioni, in quanto è “riuscito a marginalizzare i rivali interni alla famiglia reale, anche grazie alla presenza del padre Salman sul trono”, come ci spiega la Ardemagni. Ma ad essere in pericolo è la sua figura internazionale, peggiorata non soltanto a causa del disastro umanitario yemenita. Anche l’omicidio del giornalista Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul ha avuto grande ripercussioni sulla sua leadership.

Nonostante abbia negato le accuse della CIA, secondo cui l’omicidio è stato ordinato proprio da lui, il principe ereditario se ne è assunto la piena responsabilità politica in quanto capo del governo saudita. Inevitabilmente la questione ha incrinato l’immagine di Mbs; persino negli Stati Uniti – il più grande venditore di armi all’Arabia Saudita – l’omicidio Khashoggi, che scriveva per il Washington Post, ha fatto storcere il naso a molti esponenti politici. Secondo il New York Times adesso diversi “deputati americani guardano con più scetticismo alla guerra in Yemen”.  Nell’aprile di quest’anno entrambe le camere del Congresso americano avevano approvato una risoluzione che avrebbe terminato l’intervento militare degli Stati Uniti in Yemen. Successivamente Trump ne ha impedito l’entrata in vigore esercitando il suo diritto di veto. 

Ad aggravare la situazione è inoltre il ritiro progressivo di gran parte dell’esercito degli Emirati Arabi Uniti dalla zona di guerra, una “redistribuzione strategica” delle truppe cominciata a luglio. Ciò ha avuto un duplice effetto. Da un lato ha dimostrato ancora di più quanto sia fratturata la coalizione saudita. Cosa diventata evidente poco più di un mese dopo, a metà agosto, quando il dominio della città di Aden è stato motivo di conflitto armato tra le milizie separatiste del Southern Transitional Council (STC) – appoggiate dagli Emirati – e le forze guidate dal Presidente Hadi e supportate dalla coalizione (di cui gli stessi Emirati fanno parte).  Ma dall’altro lato la riduzione delle forze di Abu Dhabi “indebolisce le capacità militari saudite in Yemen, aggiungendo pressione a Riyadh per cercare attivamente una soluzione politica più che militare alla guerra”, scrive il Guardian. Impresa non semplice se – come spiega il NYT – il parziale ritiro degli Emirati “riduce severamente la forza contrattuale saudita, alzando il potenziale costo per Mbs di una qualsiasi trattativa per mettere fine agli attacchi degli Houthi”.

E’ probabile che anche questo abbia spinto a fine settembre gli Houthi mettere spontaneamente fine agli attacchi missilistici in Arabia Saudita – come quello che poco tempo prima si era abbattuto sugli impianti petroliferi dell’Aramco – per iniziare un processo di riappacificazione in Yemen.  Finora la risposta di Riyadh sembra positiva – racconta la Gnetti – i bombardamenti non si sono fermati, ma si sono ridotti; inoltre è stato consentito l’accesso di rifornimenti di carburante nel territorio controllato dagli houthi.” 

Nonostante gli investimenti stellari in materia di sicurezza (il Der Spiegel cita almeno sei miliardi di dollari pagati all’azienda statunitense Raytheon per dei sistemi di difesa aerei) l’Arabia Saudita si è dimostrata molto vulnerabile in alcuni dei luoghi più economicamente produttivi di tutto il regno registrando quella che il Financial Times ha valutato una perdita di 2 miliardi di dollari. Ma ad essere maggiormente danneggiata è la posizione del principe ereditario come leader del regno più che l’economia saudita.

Secondo alcuni, infatti, alla base degli attacchi del 14 settembre agli impianti di Khurais e Abqaiq ci sono proprio le scelte politiche del Mohammed bin Salman. “I critici di Mbs – spiegano ad Al Jazeera quattro fonti vicine all’élite politica e economica del regno – dicono che la sua politica estera aggressiva nei confronti dell’Iran e il coinvolgimento nella guerra in Yemen hanno esposto il regno alle minacce di attacchi”. 

E mentre Mbs si trova ad affrontare sempre maggiori difficoltà, l’economia saudita promette grandi riprese: secondo quanto scrive l’agenzia Reuters, il ministro dell’energia Abdulaziz bin Salman ha dichiarato il 14 ottobre che la produzione di petrolio del regno tornerà a regime tra Ottobre e Novembre, addirittura superando i livelli pre-attacchi. Ma ciò che è più interessante è il momento in cui è stata fatta la dichiarazione: un’intervista a margine di un evento in occasione di alcuni investimenti arabo-russi. Lo stesso giorno l’arrivo di Putin nel palazzo reale di Riyadh per firmare degli accordi sul petrolio e per discutere di sicurezza regionale, in particolare della rivalità tra Arabia e Iran. Erano più di 10 anni che il presidente russo non metteva piede nel regno saudita. Ma il fatto che sia successo proprio ora, considerando che “la Russia – come spiega la Ardemagni – è vicina all’Iran, e si è più volte mostrata dialogante con gli Houthi, anche se non ha preso ufficialmente le loro parti”, dimostra che forse qualcosa si sta muovendo nel Golfo.

 

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