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Il Governo Meloni sta cercando di riscrivere la storia italiana

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«Oggi l’Italia onora le vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Settantanove anni fa 335 italiani sono stati barbaramente trucidati dalle truppe di occupazione naziste come rappresaglia dell’attacco partigiano di via Rasella. Una strage che ha segnato una delle ferite più profonde e dolorose inferte alla nostra comunità nazionale: 335 italiani innocenti massacrati solo perché italiani».

 

«Via Rasella è stata una pagina tutt’altro che nobile della Resistenza, quelli uccisi furono una banda musicale di semi-pensionati e non nazisti delle SS, sapendo benissimo il rischio di rappresaglia su cittadini romani, antifascisti e non»

 


«Non è questo il momento di fare dibattiti storici. Il fascismo è morto nel 1945. Di quella fase storica sono stati protagonisti i nostri militari, i partigiani cattolici, liberali, repubblicani, monarchici e anche anche quelli di sinistra. Non c’è da politicizzare la Resistenza né in un senso né nell’altro perché la liberazione dell’Italia è un patrimonio di tutti».

 


Queste sono solo alcune delle dichiarazioni rilasciate dai principali esponenti del Governo italiano, nei giorni della commemorazione del 79esimo anniversario della Strage delle Fosse Ardeatine. Parole pronunciate, nell’ordine, dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dal Presidente del Senato Ignazio La Russa e dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Ogni dichiarazione rappresenta un tentata operazione di revisionismo storico, richiamante alcuni dei topos centrali della narrazione storica della destra italiana sulla storia del nostro Paese. La colpevolizzazione dell’operato dei GAP nell’operazione di Via Rasella; l’idea di un’operazione dannosa e fine a se stessa che ha avuto come unico risultato concreto il massacro di italiani innocenti; i silenzi sulla collaborazione da parte delle autorità fasciste nel rastrellamento delle 335 vittime delle Fosse; la corrispondenza fra la morte di Benito Mussolini e la morte del fascismo, smentita dalle decine di vittime del terrorismo nero: ognuno di questi elementi rappresenta uno dei cardini  del tentativo di riscrittura della storia del nostro paese da parte della Destra nazionale, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e dalla nascita della Repubblica italiana. 

Una narrazione che, nel caso di Via Rasella, è smentita da atti giudiziari ufficiali, come dimostra la Sentenza del Tribunale Militare di Roma dell’agosto 1996, nella quale si afferma che «L’organizzazione in questione ( I GAP, ndr)  era una delle varie organizzazioni di resistenza, e, come le altre, si atteneva, tramite il proprio capo, alle direttive della Giunta Militare, che era un organo collegiale con competenza di coordinamento delle attività militari, emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale. L’attentato di via Rasella rientrava nelle direttive della Giunta Militare». Nello stesso documento, cade anche l’argomentazione utilizzata da Meloni della rappresaglia rivolta agli italiani unicamente in quanto tali. Come specificato nella sentenza: «Secondo gli accordi, le persone dovevano essere scelte tra quelle che erano state condannate a morte o all’ergastolo o arrestate per reati punibili con la morte o la cui colpevolezza fosse rimasta accertata nelle indagini di polizia. […] si concludeva con la determinazione di completare il numero dei destinati alla morte, traendoli dagli israeliti, non rientranti tra i passibili di morte, ma in potere dei tedeschi, a seguito dell’ordine generale di rastrellamento, in attesa del loro avviamento in campi di concentramento». Come chiaramente affermato anche dal Tribunale Militare di Roma, le vittime delle Fosse Ardeatine furono scelte tra ebrei e antifascisti, con la collaborazione della stessa polizia italiana che nelle parole della Presidente del Consiglio viene celata.

Questo processo viene definito dallo storico Emilio Gentile come defascistizzazione retroattiva del fascismo, ossia «negare qualsiasi consistenza e autonomia al fascismo come ideologia, partito, regime politico oppure negando che il regime fascista fosse stato una dittatura totalitaria coerente nelle idee e nell’azione, dalla conquista del potere alla fine». Una tendenza che ha visto coinvolta buona parte della storiografia italiana, ma promossa in primis proprio da ex-esponenti del regime fascista. Secondo Gentile, questa costante sottovalutazione storiografica del fascismo ha impedito al nostro paese di fare i conti con il Ventennio, non permettendo così di osservare come l’ideologia costruita da Benito Mussolini sia riuscita a proliferare anche in seguito alla morte del dittatore all’interno dell’Italia repubblicana, come dimostrano i difficili anni segnati dalle stragi del terrorismo nero

Le dichiarazioni del Governo Meloni vanno ben oltre la mera polemica storiografica, come invece sostenuto dal Ministro degli Esteri Tajani. Una simile operazione di revisionismo storico, legittimando la narrazione della Destra nazionale nelle più alte istituzioni statali, rappresenta un chiaro attacco da parte della maggioranza di governo nei confronti dei valori resistenziali e antifascisti su cui è fondata la Repubblica italiana. Tentativi di cui la Destra di governo si è sempre resa protagonista, come nel caso della proposta dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel 2009 di tramutare la Festa della Liberazione in una generica Festa della Libertà, concedendo anche ai combattenti della Repubblica di Salò una dignità pari a quella dei partigiani ed eliminando ogni preciso riferimento alla caduta del regime fascista dalle celebrazioni. Le parole di Meloni e La Russa celano la volontà della Destra italiana  di abbattere il predominio della cultura antifascista e resistenziale all’interno della storia repubblicana italiana: l’imposizione di una nuova narrazione storica in questo ambito permetterebbe di eliminare l’idea che la Repubblica italiana sia fondata su questi valori, perseguendo inoltre quei silenzi sulle colpe storiche del regime che han permesso al fascismo di proliferare ben oltre la morte di Benito Mussolini.

Una tendenza revisionista confermata anche dalla recente visita del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Etiopia. Nel punto stampa tenuto sabato 15 aprile, alla domanda del giornalista di Repubblica Tommaso Ciriaco sulla possibilità di scusarsi con i leader politici del Corno d’Africa per i crimini e eccidi commessi dall’occupazione coloniale italiana in Etiopia e Somalia, la Premier ha risposto: “Francamente la questione non è emersa, forse qui non c’è Repubblica, non vedono il nesso che vedete voi.”. Una negazione delle colpe storiche del colonialismo italiano, non solo fascista, già ampiamente analizzata dalla storiografia italiana, grazie soprattutto agli studi di Angelo Del Boca sul nostro passato coloniale. Un tentativo di riscrittura a tutto tondo della storia italiana del Novecento, che vede protagonista ogni membro del Governo attualmente in carica.

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