Le cicale cantano e pare che la loro voce stridula e forte giunga dal centro del lago. L’erba, tagliata con cura fino alla riva, è già umida come al mattino presto. Mi voglio stendere, e per non bagnarmi ho preso una sdraio dalla rimessa; l’ho posizionata a qualche metro dall’acqua. Ma anche la sdraio è umida, sugli intrecci della tela si formano delle piccole gocce che trasudano a terra senza fare rumore. Mi stendo comunque. Il buio è fitto e sopra di me c’è una distesa di punti bianchissimi. Li fisso e mi chiedo come può un elemento semplice ed elementare come un punto ridare la giusta proporzione alle mie preoccupazioni. Perché, quando fisso quei punti con insistenza, ho l’impressione che ogni cosa torni al suo posto?
Di recente ho scoperto che la luce delle stelle che sto guardando è la luce di stelle morte da migliaia di anni. O meglio, non tutte sono morte, ma almeno una parte di esse, e sono impossibili da distinguere. È incredibile e triste, e per quanto ne possa comprendere la ragione, per quanto la spiegazione che mi è stata data risponda a tutte le domande che mi vengono in mente, mi sembra che la domanda più importante, quella che non riesco a formulare, resti senza risposta. La matematica che mi circonda mi affascina e mi inquieta. Ciò che mi ossessiona dello spazio in cui esisto è il rapporto tra i suoi oggetti. Quanti centimetri separano la retina del mio occhio dal punto in cui è nata la luce che ora mi strega? Un numero certamente grande, così grande da essere privo di senso, ma finito, che esiste e che è possibile misurare. E anche il tempo è quantificabile in un numero finito. In un istante lontano quella stella forse è morta, e i minuti che separano l’attimo del suo collasso dal momento in cui io lo percepirò è in costante diminuzione. Perché la sua luce continua a viaggiare fino a me, percorre lo spazio che ci separa, attraversa il vuoto del cosmo e perfora l’atmosfera; si fa strada attraverso la nebbia sottile che si sta formando sullo specchio del lago, si riflette sulla sua acqua e sulla mia pupilla, e continuerà a farlo fino a che, per una seconda volta, morirà. Quanto ci vuole a morire?, mi chiedo.
Ricordo che qualche anno fa questa domanda era un’ossessione. Mi alzavo tardi la mattina, scendevo le scale del letto a soppalco e dopo aver infilato le ciabatte di cuoio, andavo in bagno: era piastrellato di blu e senza finestre. Mi appoggiavo al muro davanti al water, ondeggiando rintontito perché le notti di quei giorni erano sempre irrequiete. Mentre mi abbassavo i pantaloni guardavo fisso un punto in particolare: il punto di intersezione tra alcune piastrelle che era stato forato dalle formiche. Da quel punto, ogni mattina, seguendo le scanalature, il mio sguardo scivolava sul flacone di candeggina sotto al lavabo. Quel flacone attirava la mia attenzione e non riuscivo a smettere di guardarlo. Il mio cuore palpitava. Provavo a chiudere gli occhi, li strizzavo, ma dopo qualche istante li riaprivo e ricominciavo a guardare. Allora mi rassegnavo e facevo l’unica cosa che poteva quietare la mia agitazione: chiudevo la tavoletta del water e mi sedevo; indossavo i guanti gialli in lattice che utilizzavo per la pulizia del bagno, aprivo il flacone e nel tappo, come fosse dell’ammorbidente, versavo una dose di candeggina. La reggevo con cautela, come un operaio che maneggia dell’acciaio rovente in una fonderia. Dall’alto in basso, la fissavo; osservavo le minuscole bolle che si propagavano dal centro verso l’esterno e, appena si fissavano ai bordi e rimanevano immobili o scoppiavano, muovevo il tappo in modo che ricominciassero a vagare sulla superficie di quel liquido che sembrava parlarmi: aveva la voce suadente di una sirena. Una voce che mi rassicurava e mi chiedeva di avvicinarmi. Quanti centimetri separavano quel liquido mortale dalle mie labbra? Lo avvicinavo al mio viso, un centimetro alla volta, fino a quando si trovava all’altezza del mento: allora i fumi della candeggina si insinuavano tra le narici e mi mozzavano il fiato. Tossivo e rimettevo tutto al suo posto. Quanto ci ero andato vicino?
Le cicale si sono quietate, sulla riva del lago è calato il silenzio. Le stelle riflesse nell’acqua assomigliano alle bolle che fluttuavano sulla superficie di quel liquido ipnotico. Ero certo che prima o poi avrei ceduto alla sua voce ammaliante; che avrei colmato la distanza che separava il tappo dalla mia bocca. E invece anche questa mattina sono andato in bagno, ho guardato quel punto tra le piastrelle, ma non mi sono agitato e non ho indossato i guanti gialli. Quando si è interrotto il mio rituale di morte? Non me lo ricordo, eppure dev’esserci stato un giorno qualunque, una mattina in cui, per la prima volta, sono andato in bagno e ho tirato lo sciacquone per poi semplicemente andare in cucina. Forse è quello il giorno in cui sono morto. Forse è così che si colma la distanza tra la vita e la morte: dimenticandosi che quella distanza esiste. Volevo morire e ci sono riuscito. Solo non me ne sono accorto e, soprattutto, non sapevo che quel giorno sarei nato una seconda volta.
