Il filo spinato di Umm al-Khair 

Nei territori palestinesi occupati dell’Area C, il filo spinato non segna solo un confine: produce controllo, paura e limitazione dei diritti.

«Vicino a quel filo spinato ho visto le lacrime dei bambini. Li ho sentiti supplicare i soldati di aprire la strada. Ho visto la paura nei loro occhi».

La testimonianza è di Ahmad Hathaleen, un attivista del villaggio di Umm al-Khair, nel sud della Cisgiordania. Nella notte tra il 12 e il 13 aprile 2026, i coloni israeliani dell’insediamento di Carmel hanno installato una recinzione di filo spinato, chiudendo l’unica strada che porta alla scuola di 55 bambini tra i 5 e i 17 anni. 

Il giorno successivo, dopo settimane di sospensione delle lezioni dovute all’escalation regionale tra Israele, Stati Uniti e Iran, i bambini sono tornati verso la scuola. Davanti a loro, però, hanno trovato il sentiero usato tutti i giorni sbarrato dal filo spinato, senza alcuna alternativa per raggiungere le aule. I bambini si sono allora seduti a terra, accanto alla recinzione.  Alcuni hanno tirato fuori i libri dagli zaini e hanno iniziato a studiare lì, sulla strada. Nel frattempo insegnanti e residenti hanno contattato la polizia israeliana per denunciare la recinzione eretta dai coloni. Arrivati sul posto, gli agenti non hanno rimosso il blocco. Hanno invece lanciato gas lacrimogeni, anche contro i bambini. Le versioni di quanto accaduto divergono: l’esercito israeliano ha dichiarato di aver preso di mira solo gli adulti che tentavano di avvicinarsi al perimetro di Carmel, negando che i bambini fossero stati bersaglio. Il Yesha Council, che rappresenta i coloni della Cisgiordania, ha giustificato la recinzione come misura di sicurezza installata “in coordinamento con le autorità israeliane”, dopo quello che ha descritto come ripetuti tentativi di intrusione, indicando l’esistenza di percorsi alternativi. I residenti tuttavia sostengono che il tragitto alternativo proposto è il doppio più lungo e più pericoloso, in quanto costringe i bambini a passare vicino alle roulotte di un nuovo avamposto colono. Inoltre, quel sentiero esiste da oltre sessant’anni, molto prima dell’insediamento di Carmel, ed è parte della storia del villaggio e della vita dei suoi abitanti. «Possediamo mappe che dimostrano le rivendicazioni del villaggio, ma i coloni continuano a bloccare la strada», racconta Ahmad.

Per l’insegnante Tariq Hathaleen «da quel giorno è iniziato il blocco dell’educazione dei nostri bambini». Nelle settimane successive, il filo spinato è diventato un’aula. Bambini e insegnanti hanno continuato a tornarci ogni giorno, con i libri e i cartelli, nel tentativo di rendere visibile ciò che le autorità preferivano ignorare. 

È la quotidianità di Umm al-Khair, un villaggio dell’Area C della Cisgiordania sotto pieno controllo civile e militare israeliano. Ma anche la casa di 35 famiglie, circa 300 persone.

In Area C, il controllo civile e militare israeliano significa che qualsiasi intervento, dalla rimozione di una recinzione alla riapertura di una strada, richiede l’autorizzazione dell’amministrazione civile israeliana (COGAT). I residenti palestinesi non hanno accesso diretto ai tribunali israeliani per questi casi, e le petizioni raramente producono risultati in tempi utili. 

Gli abitanti di Umm al-Khair, come Ahmad, appartengono in gran parte alla famiglia beduina Hathaleen, originaria dell’area di Arad, nel deserto del Naqab/Negev, da cui fu espulsa dopo il 1948. Negli anni Cinquanta la comunità si stabilì nelle colline a sud di Hebron, dove vive ancora oggi. La situazione del villaggio cambiò radicalmente nei primi anni Ottanta, con la costruzione dell’insediamento israeliano di Carmel accanto alle sue terre. Da allora il villaggio è sottoposto alle pressioni dell’occupazione israeliana: negli anni sono state demolite più di novanta abitazioni e strutture agricole. A questo si aggiunge la violenza dei coloni, che nel 2022 hanno ucciso gli attivisti Sheikh Suleiman Hathaleen e, nel 2025, Awdah Hathaleen. Un report dell’Ufficio ONU per i Diritti Umani pubblicato nel marzo 2026, che copre i dodici mesi fino all’ottobre 2025, documenta 1.732 episodi di violenza dei coloni con vittime o danni materiali, concludendo che tale violenza avviene “in maniera coordinata e strategica” con le autorità israeliane spesso incapaci di distinguere tra attori statali e coloni. 

Ahmad racconta che «la vita a Umm al-Khair è estremamente difficile» e che «gli attacchi dei coloni sono recentemente aumentati, diventando un evento quotidiano», nel tentativo di espellere i residenti palestinesi del villaggio ed espandere l’insediamento di Carmel sulle loro terre.

Umm al-Khair non è un caso isolato. È una delle modalità ordinarie con cui l’occupazione si esercita nella Cisgiordania occupata, attraverso il controllo dello spazio, della mobilità e della vita quotidiana. A documentarlo sono i dati più recenti di OCHA: al dicembre 2025, gli ostacoli alla mobilità in Cisgiordania, tra checkpoint, cancelli stradali e barriere fisiche, avevano raggiunto quota 925, il 43% in più rispetto alla media annuale dei vent’anni precedenti. Nel solo 2025 erano stati installati oltre 120 nuovi cancelli stradali. Le restrizioni cambiano frequentemente e possono comparire anche improvvisamente, trasformando spostamenti ordinari in percorsi precari. In questo modo un semplice filo spinato diventa uno strumento minimo ma efficace di controllo. Non serve una struttura permanente: basta una barriera leggera per incidere sulle attività essenziali.

Chiudere un sentiero con una recinzione rappresenta una violenza che raramente assume la forma dell’evento spettacolare, come un bombardamento, ma opera in maniera più invisibile. La sociologa Yael Berda mostra che nei territori occupati il controllo non riguarda soltanto lo spazio, ma anche il tempo. Infatti il problema non è solo la recinzione fisica ma anche l’impossibilità di sapere se domani sarà ancora lì, se il percorso alternativo verrà bloccato a sua volta, se la scuola sarà mai raggiungibile. Questa imprevedibilità non è un effetto collaterale del sistema, è il sistema. Costringere una comunità a vivere nell’incertezza permanente significa consumarne le energie nella gestione del presente, sottraendole alla progettazione del futuro. Per i bambini di Umm al-Khair non sapere se potranno andare a scuola non è solo un diritto negato. È una forma di disorientamento che si incide nell’infanzia

Il diritto all’istruzione è negato

E non solo a Umm al-Khair. Anche in altre comunità dell’Area C, bambini palestinesi sono costretti a percorrere lunghi tragitti a piedi o ad abbandonare temporaneamente la frequenza scolastica a causa di questi semplici ostacoli. A denunciarlo è anche Save the Children: nel 2025, secondo dati dell’Università di Cambridge e dell’ONU, i bambini della Cisgiordania hanno perso 195.000 minuti quattro mesi e mezzo di lezione a causa di attacchi mirati all’educazione da parte di coloni e militari israeliani. L’accesso alla scuola non è un diritto garantito ma un percorso continuamente soggetto a interruzioni. La vicenda riporta così al centro un tema cruciale in Cisgiordania, ovvero, l’applicazione selettiva del diritto alla proprietà, all’istruzione e alla normalità. Diritti invocati in astratto e negati nel concreto, a seconda di chi li rivendica. 

«Mentre in altre parti del mondo i loro coetanei possono vivere normalmente e andare a scuola, a loro vengono negate anche le cose più basilari come il diritto alla sicurezza e al tempo libero». Per questo, Ahmad, chiede che la situazione di Khirbet Umm al-Khair venga raccontata all’esterno e che la comunità internazionale faccia pressione sulle autorità israeliane affinché la strada venga riaperta e sia garantito il diritto all’istruzione. «Ogni giorno, i bambini fanno ai loro genitori decine di domande sulla strada: Quando riaprirà? Perché i coloni l’hanno chiusa? È davvero chiusa per sempre? A Umm al-Khair nessuno sa cosa rispondere».

di Viola Andreolli (Viola Andreolli)

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