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Il fenomeno Hyperreality: i social hanno cambiato la nostra percezione delle cose

Dire che “i social hanno cambiato tutto” sembra un'affermazione qualunquista ed esagerata, eppure questo cambiamento non solo c’è stato, ma si è innestato così profondamente tra le maglie del presente che ora a cambiare sembra essere perfino l’approccio materico al mondo che ci circonda.

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A partire dall’ascesa di Trump e dell’alt-right abbiamo assistito a una deriva preoccupante degli influssi mediatici dei social network, o delle piattaforme in generale. Si è capito come offrire nuovo potere alla destra, più in generale all’estremismo, tramite l’affollamento dell’Internet con l’arma silenziosa delle fake news. Le masse sono diventate un qualcosa di fortemente manipolabile, post dopo post. E il fattore chiave nella riuscita di questi “abbagli” mass-mediali, secondo alcuni, è la perdita da parte dell’utenza del fattore esperienziale della realtà.

Per capire come i social hanno modificato la percezione materiale delle cose intorno a noi, si può partire da  un concetto espresso da Louis Rosemberg tra le pagine di Big Think, in un pezzo d’analisi proprio riguardo i social e la realtà, dal titolo The problem with social media is not content but its distortion of reality. Qui, tra le molte idee portate avanti, va sicuramente sottolineato un passo riguardo la modalità che gli esseri umani applicano all’apprendimento e alla costruzione di schemi mentali (complessi) per capire il mondo che ci circonda. Scrive Rosemberg che «noi esseri umani ci siamo evoluti credendo che le nostre esperienze quotidiane costruiscono una rappresentazione reale del nostro mondo. Se la maggior parte degli oggetti che incontriamo cadono a terra, generalizziamo e costruiamo un modello mentale della gravità. Quando invece alcuni oggetti fluttuano verso il cielo, li modelliamo come eccezioni: eventi rari che rappresentano una piccola fetta del mondo».

È chiaro come i social media si inseriscono forzatamente tra noi e il mondo che stiamo cercando di capire – specialmente nella sfera quotidiana –  mostrandoci parti di esperienze che non rappresentano la verità. Le informazioni cui abbiamo accesso e che visualizziamo ogni giorno di fatto sono frutto di innumerevoli scelte pensate da team o ancora selezioni algoritmiche e contenuti creati ad hoc per i nostri gusti virtuali. Ecco quindi spiegata l’estasi nell’entrare in questo mondo etereo, in cui praticamente la totalità delle cose che osserviamo è di nostro gusto e piacimento: la carica di endorfine che ci giunge è potenzialmente ininterrotta.

Eppure, si capisce, questo modello di vita porta a innumerevoli problemi. Se, tornando alla metafora dell’elio di Rosemberg, ogni oggetto ci appare pieno d’elio, quindi fluttuante e ammaliante, è chiaro come non avremo punti di riferimento nel mondo reale da cui imparare. Ogni esperienza del mondo reale viene meno, dato che non avrò esperienza di come funzioni la realtà (in questa metafora, la gravità). E di conseguenza, a essere alterata sarà anche la mia percezione della dimensione pubblica-socio-politica. Perché i contenuti dei miei feed saranno indicizzati per compiacere la mia particolare visione del mondo, perfino quando questa arriva a risultare razzista, estrema o assurda. Un mondo pieno di palloncini d’elio è un posto nel quale sentirsi protetti e capiti. Ecco perché è fondamentalmente impossibile uscirne. 

Il filosofo francese Jean Baudrillard è stato tra i primi a parlare di “iperrealtà” (hyperreality). Secondo Baudrillard, l’iperrealtà si verifica nel momento in cui l’immersione nelle immagini è giunta al punto tale da rendere sfocata e sostanzialmente irriconoscibile la differenza tra realtà e finzione. Anche qui tornano in gioco i fattori della vita online mostrata e vista attraverso la manipolazione selettiva e pratica dell’immagine: mostrare solo alcuni aspetti della vita – la natura umana spinge a condividerne solo i momenti migliori. L’iperrealtà è in grado di causare diversi disturbi mentali, come stress e ansie. Per citare un esempio, una delle patologie potrebbe essere la cosiddetta “FOMO” (fear of missing out, paura di perdersi). Questo è uno stato d’ansia causato dall’idea che qualcuno possa avere più di te, pensando che tutti siano più fortunati di te. Inutile ribadire che questa patologia, tra le altre, è esplosa parallelamente all’avvento dei social media.

Voltando pagina però, va detto che in rete esistono fenomeni che sono in grado di giocare con il cambiamento della percezione delle cose in modo quasi “innocente”. Sono quei casi in cui l’immagine e/o il suono riescono a restituire dei mood più che delle sensazioni; dei feels piuttosto che stati d’animo. Noi ne vedremo alcuni, parlando di quanto la materia e la fisica degli oggetti sembri divenuta solamente un appiglio, attraverso il quale le immagini diventano il fine ultimo. Il prodotto di queste immagini si vende dunque a una sorta di piacere intimo, profondo. Come quando il nostro food blogger preferito ci mostra un panino con triplo strato di carne, che poi immerge in una vasca di formaggio fuso, per infine morderlo godendo. Provereste davvero lo stesso piacere se foste voi a mangiare quel panino esagerato?

Il primo caso di analisi riguarda un videogioco del 2013, BeamNG Drive. Questo si tratta di un simulatore di guida open world, che implementa la “fisica del corpo morbido”(soft body physics) permettendo di simulare in modo parecchio particolareggiato i danni inflitti alle macchine –  i corpi che si scelgono di distruggere. La peculiarità del gioco è proprio questa: testare all’infinito la velocità massima del veicolo e vederlo distruggersi davanti ai nostri occhi. La dissoluzione del corpo fisico, come lo è quello di un mezzo di trasporto, causa inspiegabile piacere in chi usufruisce delle sterminate ore di gameplay-esperimenti presenti in rete. Curioso come a essere distrutto sia il mezzo di trasporto. Lo status symbol per eccezione da sempre e per sempre. Che BeamNG Drive nasconda nell’atto distruttivo perpetuo una velata critica al classismo? Difficile a dirsi. Perlomeno in Carmageddon c’era ancora il gusto sano dello splatter gratuito.

Capita spesso di imbatterci, durante interminabili sessioni di scroll, in compilation che mostrano come ad essere distrutti siano i più svariati oggetti. Talvolta a schiacciare sono proprio le macchine stesse (forse in risposta ai sistemi di BeamNG), che avanzano a passo d’uomo su lunghissime file di oggetti accuratamente disposti. Centinaia di milioni di visualizzazioni per delle immagini che, si capisce, sono in grado di catturarci come in loop.

A fronte di questi esempi è chiaro come ad essere ambita non è più la pratica bensì l’immagine simulacro di una realtà sempre più sfocata. L’iperrealtà è un fenomeno che si insinua nelle nostre quotidianità con passo deciso, e la realtà esperienziale lascia il posto a una dissoluzione tra verità e finzione. E a farne i conti la maggior parte delle volte sono i risvolti socio-politici di una società che vede in Trump un leader affidabile, e ogni cosa trasformarsi in torta. E che lo si voglia ammettere o meno, va proprio a Donald Trump il “merito” di aver augurato l’era dell’ “Alternate Reality”. Guardando alla sua lista di accuse e processi in atto, l’ex presidente è riuscito a sovvertire in modo massiccio la percezione e lo svolgersi degli eventi come mai accaduto in precedenza; a partire dalla sua prima, abnorme campagna elettorale. In quel 2015 infatti era in corso uno stravolgimento dei modelli di riferimento, soprattutto nel giornalismo, che poi ha portato alla quasi estinzione delle più grandi realtà su cui abbiamo sempre fatto affidamento nei riguardi della verità, della giustizia e della democrazia, a seguito dell’avvento dei social e del nuovo modo di guardare le notizie i fatti in corso. Su questa parentesi della Storia contemporanea, Jill Abramson – prima donna direttrice del New York Times – ha scritto un illuminante saggio nel 2021, Mercanti di verità (Sellerio).

Postilla sul godimento

In coda alla tesi espressa finora sembra necessario aprire la parentesi sul godimento delle immagini. Il godimento in questo caso va inteso con il termine jouissance, in riferimento alle tesi dello psicologo francese Jacques Lacan. Perché come ipotizzato da Walter Benjamin ormai si è talmente dentro la “società della distrazione” che l’assuefazione è totale: proprio Tik Tok sta pensando alla possibilità di guadagnare dalle piattaforme semplicemente guardando i contenuti, scrollando.

Tornando alla joiussance, si trovano degli stimoli parecchio interessanti leggendo Capitalismo & Candy Crush (NERO Editions) di Alfie Bown. Lo scrittore e critico d’arte inglese qui vede un collegamento tra i consumi digitali di immagini, prodotti videoludici e la psicanalisi di Lacan; quella che esplora l’idea di godimento nella società capitalistica. Bown insomma parla del godimento sotto una nuova luce, in grado di assoggettare i sensi verso una voglia continua e ininterrotta. Nel testo (già datato, Capitalismo & Candy Crush è del 2016) si parla in maniera approfondita di come il godimento sia appannaggio di una nuova forma di consumismo, quello delle immagini, e di come il piacere dato delle immagini sia riconducibile a una nuova e lucente ininterrotta macchina capitalistica.

Quest’ultimo punto viene sicuramente meglio espresso ne Il sogno videoludico (LUISS University Press) dello stesso Bown; dove le riflessioni sul consumo e il godimento trovano una nuova chiave più funzionale e intellegibile. 

di Pompeo Angelucci (Pompeo Angelucci)

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