Durante il primo anno di università mi sono accorta che qualsiasi cosa io toccassi, qualsiasi posto in cui andassi, qualsiasi scelta io facessi, risultava in una questione politica. Persino scegliere di fare design, mi sono accorta, è stata una questione politica. E negli anni mi sono continuata a interrogare su come il mio ruolo possa comunicare con la sfera socio-politica.
Ho letto la prima volta Superstorm. Design and Politics in the Age of Information di Noemi Biasetton quando è stato pubblicato nel 2024 da Onomatopee, casa editrice olandese. In occasione della traduzione italiana Supertempesta. Design e politica nell’era dell’informazione, edito da Krisis Publishing, ho incontrato l’autrice per parlarne.
Chi lavora nel mondo della comunicazione sa quanto possa essere difficile definirsi e affermarsi nel panorama contemporaneo, e proprio da questa difficoltà nasce il libro, come una riflessione su cosa significhi, oggi, far parte di questo mondo.
Una delle domande che attraversa il testo riguarda il peso reale delle scelte compiute da chi progetta: quanto incide, nel lavoro di una designer o di un designer, la scelta legata alla politica, alla definizione del logo di un partito, al posizionamento di un prodotto sul mercato? E, più nello specifico, fino a che punto la scelta di un font può contribuire alla vittoria o alla sconfitta di una forza politica?
«Credo che il senso vero e proprio di questo libro io l’abbia scoperto solo dopo che è stato pubblicato, quando svariate persone mi hanno contattata – in dm, via mail, di persona – per condividere un senso di “inadeguatezza” davanti alle condizioni difficilissime del nostro presente politico, e in cui trovare un significato al proprio mestiere si rivela sempre più complesso». La carriera di Biasetton parte come designer e oggi si muove nella teoria del design. Questo suo slittamento all’interno della disciplina le ha permesso di empatizzare sia con il ruolo di designer sia quello di teorica. «Ho sempre provato una certa diffidenza verso il modo in cui la politica entra (o non entra) nelle scuole e nelle accademie di design: di base, tende a essere trattata come un argomento a margine, qualcosa da evocare più che da attraversare, e quando compare lo fa quasi sempre nella sua veste estetica, mai in quella dei suoi meccanismi. Questa distanza credo nasca anche dal modo in cui teoria e pratica continuano a essere insegnate in maniera separata, come se una potesse fare a meno dell’altra. È stata proprio questa diffidenza a diventare la matrice propulsiva di alcune delle domande del libro, ed è per questo che provo una gioia particolare quando altri lettori e lettrici estranee a quel canone mi scrivono per dirmi che anche loro hanno riconosciuto qualcosa di sé in quelle stesse pagine».

Noemi Biasetton, laureata in Information Design alla Design Academy Eindhoven, è una ricercatrice, PhD in Scienze del Design presso l’Università IUAV e docente di Critica del Contemporaneo presso l’università UNIRSM Design. Supertempesta è il suo primo libro, raccolto in una collana chiamata Magma, dedicata alla diffusione di opere letterarie di carattere fluido. Qui la nostra conversazione.
Che cos’è una Supertempesta?
La Supertempesta è un termine scelto per definire un evento complesso e imprevedibile, un turbinio di accadimenti che ridefinisce il rapporto tra design e politica. Il nome ha un carattere pseudoscientifico, che si affida alla meteorologia, «un po’ come il vento e il mare che danno vita ai grandi cicloni che si abbattono sulla costa nord-est degli Stati Uniti d’America», mi spiega Biasetton. Ma è anche un termine che prende ispirazione dal mondo letterario: «Per esempio da Dante, che nel Sesto Canto del Purgatorio definiva l’Italia una nave senza nocchiere in gran tempesta. Ma anche da Shakespeare, che ha usato la metafora della tempesta per raccontare tutte le vicende di potere e naufragio che da sempre si intrecciano a questa immagine. E poi da un altro grande classico, Il Signore delle mosche, in cui William Golding racconta come, nel momento in cui uno dei bambini rimasti sull’isola viene ucciso dai suoi stessi compagni, si abbatta una fortissima tempesta, quasi a significare che l’ordine che i bambini avevano provato a darsi sull’isola è stato completamente destabilizzato, aprendo la strada a una nuova riconfigurazione del potere all’interno della loro società».
«L’ultimo caso studio del libro risale al 2020, e i sei anni che ci separano da allora hanno trasformato la comunicazione politica al punto da renderla difficilmente paragonabile a quella che osserviamo oggi. Eppure, per quanto i casi studio siano ormai “storicizzabili”, credo che l’analisi conservi il suo valore proprio perché incarna la metafora stessa della Supertempesta: non si esaurisce nel singolo evento, ma riesce a farsi cornice più ampia, un dispositivo interpretativo all’interno del quale contestualizzare fenomeni in costante evoluzione».
La Supertempesta non si placa mai, è in continuo movimento e cambiamento. Biasetton nel libro fa un’analisi su cosa questo significa nella sfera progettuale, partendo da quella che lei definisce come “genesi”: il dibattito Nixon-Kennedy, passando poi per l’analisi accurata della campagna elettorale di Obama e Hillary Clinton, il design e le critiche al cappellino MAGA di Trump, arrivando fino all’esordio di Conte nel 2020 e con la schiera di Bimbe al suo fianco.
Quello che accade ogni giorno è quindi una Supertempesta, una commistione di design e politica che dagli anni ‘60 continua a interrogarsi sulla fattibilità del loro rapporto.
Cambiano i medium, ma cambiano anche le dinamiche di costruzione e progettazione della politica?
«Certamente: i medium cambiano, e con essi cambiano anche le strategie di chi costruisce la comunicazione politica, capace di adattarsi, più o meno agevolmente, alle nuove modalità mediali. A restare indietro, semmai, sono i designer e le designer, i cui riferimenti rimangono spesso gli stessi, ancorati a un immaginario costruito per strutture mediali che non esistono più. È proprio da questo scarto che nasce la nostalgia di cui parlo nel libro, insieme alla sfida che ne consegue: non riuscire a sviluppare forme di progettazione capaci di tenere il passo con dinamiche che, nel frattempo, si sono già trasformate».
Nella parte finale del libro Biasetton divide il design sulla politica, della politica e con la politica. Da questa tripartizione emergono tre questioni distinte, che l’autrice affronta lungo altrettante linee di analisi: la personalizzazione, l’ipermediazione e la spettacolarizzazione. Alla prima corrisponde una domanda sul margine di autorialità che chi si occupa di design può ritagliarsi all’interno di un partito, in un momento in cui la personalizzazione della leadership è così accentuata. Alla seconda corrisponde un’altra domanda, su come i media intervengano nel processo di ipermediazione, arrivando a sostituire e ridefinire il ruolo di chi progetta la comunicazione tra partito e cittadini. Alla terza, infine, corrisponde la domanda su come una designer o un designer possa ritrovare una propria agentività in un mondo ormai spettacolarizzato.
«Se ci si immagina il rapporto tra design e politica, la prima immagine che viene in mente è quella di un partito che commissiona a un designer una brand identity, un logo, un sistema visivo. Questo, di per sé, non è affatto sbagliato, a patto che non diventi l’unica configurazione possibile che noi designer abbiamo a disposizione nel nostro rapporto con la politica. Il punto è che il nostro potere di mediazione, come designer, si è molto ridimensionato all’interno dei progetti sociali e politici, e proprio da qui nasce l’idea di lavorare su design della, sulla e con la politica come tre congiunzioni distinte, capaci di aprire a modalità di lavoro nuove».

Nel libro si parla molto del rapporto tra progettista e prodotto finito, andando anche ad analizzare la reazione pubblica dell’artefatto. Ma spesso il o la designer non sanno mai con certezza quando il loro operato è stato apprezzato, perché a volte capita che l’opinione pubblica non rispecchi i valori o le aspettative che si era posta il o la progettista. Può capitare che agli addetti ai lavori non piaccia il risultato finale o ritenga l’operato di cattivo gusto, ma magari l’opinione pubblica è soddisfatta.
Nel caso della politica questo aspetto sembra incidere ancora di più: ma davvero se una campagna elettorale è andata male, è colpa di chi ha progettato e creato l’identità visiva? Qual è il vero indice di successo tra opinione pubblica e buon lavoro grafico?
«Il caso di Michael Bierut secondo me è proprio emblematico», dice Biasetton. Michael Bierut è un designer statunitense, famoso per essere parte del rinomato studio Pentagram e presidente dell’AIGA (American Institute of Graphic Arts) tra il 1998 e 2001. Un curriculum tutto da invidiare. Eppure, quando è stato chiamato per ridisegnare il logo per la campagna presidenziale di Hillary Clinton, qualcosa è andato storto.
«Per capire questo caso è interessante osservare il modo in cui si ha accesso alle fonti. Ho avuto accesso al libro pubblicato dal designer che ha lavorato alla campagna di Obama perché Obama ha vinto. Non ho invece trovato alcuna analisi approfondita della situazione politica, del logo e della strategia di comunicazione messa in atto da Bierut e lo studio a cui ha affidato la comunicazione perché Hillary Clinton ha perso. Gli unici testi a cui ho potuto accedere come fonti sono stati gli articoli pubblicati sul blog dello stesso Bierut. Questo ci mostra come la questione della vittoria e della sconfitta sia dirimente rispetto alla possibilità stessa di analizzare il proprio operato: la progettazione, oggi, finisce per essere legata al profitto anche in ambito politico, e il profitto, in quel campo, coincide con vincere o perdere le elezioni.
Quello che provo a raccontare attraverso il caso di Michael Bierut serve però a uscire da questa logica binaria, vincere o perdere, logo riuscito o logo sbagliato. Se non cambiamo il modo in cui scriviamo e pensiamo il design e la progettazione, continuiamo a ridurre il design a una pratica che si giudica solo per i suoi effetti immediati, senza mai interrogarne il senso».
A Bierut non sono piaciute le critiche e le analisi rispetto al suo lavoro. E quando invece gli è stato chiesto quanto impattante fosse stato il cappellino MAGA di Trump e che opinione avesse al riguardo, lui ha risposto che il testo non era spaziato bene e che rappresentava “una cosa di stampo populista”.
Bierut si inserisce in quello spettro difficile da definire, dove il designer ha un potere meno contestabile di quello di un cittadino, in quanto esperto del settore. Perché l’accademia ci ha abituato a credere che il design sia una scienza esatta. Per questo Biasetton dice che a lei non piace «la riduzione della pratica progettuale, perché più riduciamo la pratica progettuale più la instupidiamo. Questo perché la volontà è sempre quella di creare una expertise esclusiva nell’ambito del design».
«È necessario iniziare ad aprire il discorso progettuale ad altre persone, un lavoro che spetta tanto a chi opera in ambito accademico quanto a chi lavora nel mondo del design. Con gli studenti e le studentesse faccio spesso questo paragone: chi studia linguistica, chi si occupa di filosofia o scienza della lingua, non per questo detiene l’unico diritto di parola, come se chi non ha studiato quella disciplina non potesse parlare. Allo stesso modo chi studia design diventa, in qualche maniera, un filosofo o una filosofa della progettazione: persone chiamate a farsi più domande di altre rispetto alla nostra (non)disciplina».

Quanto una persona che progetta può entrare nel mondo socio-politico? Il design si riesce effettivamente a inserire all’interno dei processi che cambiano la società? In passato il designer fabbricava sedie, ma quando le sedie sono diventate più delle persone nel mondo?
Siamo stati abituati a vedere grandi nomi, in vesti bianche di fronte a strani arnesi scientifici, simulando una scienza esatta. Abbiamo studiato la storia del design, scritta da autori maschili. Letto di architetti che disegnano sedie e prendono forma come “star”. Ci hanno insegnato che il designer deve “soddisfare un bisogno”, cercare un problema e poi trovare una soluzione. Nel tempo questo iter progettuale è diventato prassi quotidiana, dove le università hanno relegato al marketing tutto quanto: si trova un buco di mercato e si riempie con il tuo nuovo prodotto. Costringendo le studentesse e gli studenti a trovare sempre più micro-target, sempre più oggetti inutili (sul serio) da vendere.
In questo contesto si inserisce la ricerca di Biasetton, che ha provato a «fare delle domande che per certi punti di vista sono provocatorie, sotto altri riflessioni accademiche. Se noi sappiamo che la Bestia esiste, è esistita nella formazione di un politico come Matteo Salvini, possiamo considerare Luca Morisi – il mastermind dietro alla Bestia – un designer? Se noi sappiamo che le Bimbe di Conte e tanti altri fenomeni memetici che adesso esistono hanno scaturito qualcosa all’interno dello spettro politico, alzando l’asticella in qualche maniera verso le preferenze di elettori e elettrici, possiamo considerare un corpo collettivo di utenti online come dei designer?»
Come può l’accademia inserirsi oggi nel mondo socio-politico? Quale può essere un’alternativa di approccio, se continuano a insegnarci l’iter progettuale problema-soluzione?
«La vicinanza con il mondo accademico porta necessariamente alla “scoperta” di una serie di problematiche legate ai temi che abbiamo toccato finora, e che non possono essere risolte se non si parte dagli studenti e dalle studentesse: sono loro, per primi e prime, a poter muovere davvero un cambiamento. Se non si parte da quella rabbia, da quell’ansia per il proprio futuro, dal non sapere cosa si sarà, dal dubbio di non aver studiato qualcosa che abbia ancora senso in questo mondo, è difficile intravedere un futuro per gli studi in design. E questa istanza non riguarda solo le università: riguarda i licei, gli istituti tecnici, la scuola primaria e secondaria nel loro complesso. Finché continueremo a considerare il mondo accademico come un semplice trampolino di lancio verso il mondo del lavoro (un’impostazione che si è consolidata negli ultimi anni con l’introduzione sempre più precoce dell’alternanza scuola-lavoro) e finché continueremo ad appiattire il discorso progettuale, la teoria e la progettazione per adeguarci a quello che l’industria contemporanea già vuole, temo non andremo da nessuna parte».
Leggere e interpretare il luogo nel quale si vive e si opera è necessario e fondamentale, non solo per i designer e le designer. Che si tratti di mondo accademico, professionale, all’interno di uno studio o un ufficio. Anche la Supertempesta cambia a seconda del territorio in cui si muove.
«Di Supertempeste ne esistono tante, e variano a seconda dei contesti geografici, politici, sociali e tecnologici. Esiste la Supertempesta giapponese, quella spagnola, quella marocchina, quella nepalese, eccetera: capire a fondo il contesto in cui si opera è senz’altro il primo passo per capire come muoversi al suo interno. Farsi le domande giuste non significa limitarsi alla questione politica e comunicativa in sé, cioè a come queste dinamiche interagiscono con il proprio mondo politico più immediato. Il discorso è molto più ampio, e riguarda anche il grado di soddisfazione verso il modo in cui il design ci viene insegnato nei nostri percorsi scolastici, e verso il modo in cui la letteratura di settore viene sviscerata e discussa. Per me queste restano domande fondamentali, che hanno mosso la mia pratica e continuano a muoverla, e credo che questo tipo di riflessione debba trovare spazio soprattutto negli ambiti scolastici, prima ancora che in quelli professionali».