«Chi vorrebbe vivere in una casa angusta e senza luce?» mi dice Lorusso. Siamo circondati da cose belle, certo, l’Italia è uno “dei Paesi più belli al mondo” come diceva nel 2023 il Sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, quando l’Italia diventava uno dei Paesi con i maggiori siti UNESCO. Ma parliamo dello stesso Paese che negli ultimi decenni è riuscito a entrare in ultima classifica come uno dei peggiori europei per i servizi pubblici, che registra ritardi nelle pratiche di digitalizzazione e non riesce a sanare le disparità al suo interno. Si tratta di una vera bruttezza burocratica e ostile al cambiamento.
Nelle università di design insegnano che il ruolo del designer è essenziale per cambiare le cose. Munari, parlando di design, aveva in mente un iter progettuale ben preciso: partire da un “problema” per arrivare a una “soluzione”, magari una modalità giusta quando i bisogni erano ancora connessi alla costruzione di librerie e sedie e in cui la forma seguiva sempre la funzione. Oggi però la retorica in cui siamo caduti (e in cui sguazziamo) è legata all’idea che al problema complesso ci sia sempre una soluzione e che stia a una persona singola e al suo computer poter cambiare tutto.
Cos’è che può – o non può – fare il design, però?
Silvio Lorusso è scrittore, artista e designer italiano con base a Lisbona, insegna Information Design alla Design Academy di Eindhoven, è un critico, scrive saggi interrogandosi sul presente e soprattutto sul ruolo del designer. L’abbiamo incontrato a Torino al Circolo del Design, in occasione della presentazione della nuova traduzione italiana del suo libro per parlare proprio di questo: di quello che con questo lavoro si può e non si può fare.
Il designer senza qualità edito da Krisis Publishing è la traduzione italiana di What Design Can’t Do edito precedentemente da Set Margins’, saggio che porta alla luce le illusioni e disillusioni del designer nella contemporaneità, con il tentativo di colmare il divario tra aspettative e realtà nella pratica quotidiana dei designer. Il tono del libro è chiaro già dalla sua copertina: ritaglio di un’incisione di Albrecht Dürer Melencolia I, un’opera che ha come protagonista un angelo circondato dagli oggetti che rappresentano i diversi mestieri dell’epoca (pittura, architettura, arte, artigianato) ma con un’espressione che si potrebbe dire malinconica; arresa. Arresa come se, a detta di alcune interpretazioni dell’opera, gli strumenti del progetto non possono comunque portare a una verità assoluta, alla perfezione.
Nel libro questa diventa un’analogia per parlare dell’inefficacia degli strumenti del design, soprattutto quando il design stesso ha la pretesa di espandersi in temi sempre più vasti e lontani (o quando al design stesso viene chiesto di farlo). Lo chiamerei, e parlandone lui mi conferma che andrebbe bene chiamarlo così, colonialismo del design: quando il designer esce dal suo ruolo e diventa altro ancora. Un archeologo, antropologo, medico, psicologo, sociologo, paleontologo ecc ecc.
Questo modo di approcciare la progettazione ha dato modo al designer di doversi fare carico di risolvere i problemi su scala planetaria. «Avvicinare pratiche preesistenti attraverso la lente del design contribuisce a inasprire la famosa sindrome dell’impostore», dice Lorusso «dato che con la pretesa di sviluppare una conoscenza generale, se ne produce un sapere che in realtà è solo generico».
Ed è così che il designer assume e perde contemporaneamente il concetto di “potere”, inteso come possibilità di creare. Non è più il “creativo” ma l’esecutivista. Entra in gioco la frustrazione, il dover produrre e solo produrre, le deadline strettissime e il famoso “logo più grande”.
«Un modo per scavalcare queste fatiche è creare una poetica dei compromessi. Far vedere cosa c’è dietro al progetto, non presentarlo solo così finito. Qual era la relazione con il cliente? Qual è stato il rapporto con il budget e con i materiali?», dice Lorusso. «Nessuno parla di questi aspetti, è meglio parlare del denaro che non parlarne affatto. Invece a volte si cade nella solita retorica di “snobismo aristocratico”, in cui tempo e denaro sono fuori dalla conversazione». La sua ricerca ci tiene a dare valore alla produzione, a cosa c’è dietro e anche a come viene venduto e distribuito un oggetto di design.
Nel caso dei suoi libri è lo stesso, certamente è centrale la cultura e la diffusione, ma non può evitare di parlare del fatto che quel prodotto ha avuto un concept, una progettazione, una produzione e una vendita. «Sulla logica capitalista ed efficientista, io la vedo così: in un certo senso mostrando si rischia di confermare alcune logiche, ma è meglio mostrarle che non farlo». In effetti seguire le logiche velocissime dell’AI porta a produrre progetti con altrettanta fretta. Il mondo del design oggi sembra essere spaccato in due: chi accelera la produzione di post social e chi invece torna all’analogico, rallentando i processi produttivi, facendo prove stampa, test e sperimentazioni.
Il problema del capitalismo è che ha la capacità di trasformare ogni cosa nel suo opposto, dove la
vita lenta cerca di escludere il capitalismo dalla conversazione ma di fatto ne usufruisce quanto gli altri, trasformandola in turistificazione di massa, riflesso romantico da social e meridionalismo.
La consapevolezza di un designer è necessaria per capire in quale ambito intervenire, se e come farlo – perché non è detto che serva intervenire.
Nel libro di Lorusso c’è un intero capitolo dedicato al “potere del design”, di fatto spiegando che il design è potente ma il designer no. Se nel supermercato scegliamo un prodotto piuttosto che un altro, qualcuno parlerebbe di marketing, qualcun altro di design. «Il senso di un artefatto non è necessariamente deciso a priori dal designer ma da un committente originario che ha potere decisionale», più del designer stesso.
Silvio è un critico, non è un attivista e ne è contento. «A me interessa analizzare i fenomeni. Non metto i miei valori politici nel mezzo dello sguardo di un fenomeno, è una scelta. Per me il rischio è che l’agenda politica vada a oscurare il fenomeno in sé, a creare delle illusioni».
Il ruolo del designer oggi quindi può essere politico, ma può anche non esserlo. Anche se ci dimentichiamo che ogni scelta è politica, dunque sottrarsi dalle facili polemiche è esso stesso un modo di agire politicamente.
I social media sono il nuovo modo di esprimersi, di comunicare. Il capitalismo digitale ci chiama ad avere sempre un’opinione, una visione politica, un’alternativa valida. Ma «il capitalismo ha la capacità di assorbire il suo contrario»: Lorusso lo dice mentre ci mostra che a New York stanno aumentando le iscrizioni ai corsi di fine art al posto di quelli di coding, trasformando il touch the grass in un riflesso post digitale.


Ma quindi cosa può fare il design?
«La domanda è mal posta: chiedere cosa il design può fare è una domanda strana perché non esiste questa “entità del design”. Piuttosto esistono dei contesti specifici in cui ci sono delle cose interessanti, cose degne di valore. C’è un’altra dimensione pienamente di valore che è semplicemente creare un grado di bellezza, un effetto di arricchimento del mondo circostante, dimmi se ti pare poco».
Significa quindi essere esteti?
«È una delle possibilità. Lo so, bellezza sembra una parola un po’ retorica – però, come dire, non è poco. E quando dico bellezza, la intendo nel senso di eleganza, intelligenza del progetto.
Trovo bello, ad esempio, il modo in cui certi progetti scardinano una certa logica in favore di un’altra».
Ci insegnano nelle università di design che non si dice che un progetto è “brutto” ma piuttosto che “non funziona” e spiegarne le motivazioni. Che ne pensi?
«La missione originaria del design è stata quella di beautificare l’industria, ovvero rendere belli gli orribili prodotti industriali inventando un nuovo linguaggio per valorizzarli. E nessuno si vergognava di dire “ah ma facciamoli un po’ più belli”. Poi piano piano, negli anni, c’è stata questa trasformazione verso il problem solving, la posizione da scienziato, da professionista, eccetera. Ma non c’è scritto da nessuno, non è biblico, non è un dogma. Quando insegno, se dovessi valutare il lavoro degli studenti sulla base degli effetti socio-politici a cui fanno riferimento penso che poco o niente passerebbe al vaglio. Non può essere questo. E non può essere nemmeno il contrario, che è ancora peggio. Ovvero, dare valore a un progetto solo perché è dalla parte giusta della storia, tra virgolette. Quello, per me, è una deriva pericolosa del design degli ultimi anni».
Quindi il design è un’entità, ma il designer esiste, sappiamo non essere tuttologo e non è l’unico che osserva le cose. La vista è uno dei principali sensi con cui facciamo esperienza del mondo. Essere designer che beautifica le cose rimane un ruolo responsabile, come lo è essere creativi. Ma la creatività esiste o no?
«Io ho fatto un po’ il giro completo, come te ho studiato dicendo “ah creatività…” sentendo Enzo Mari nel famoso video “la creatività è merda”. Sono un grande fan, insomma, lo cito tantissimo nel libro. Ho fatto un giro completo in cui vai a relativizzare anche quella posizione di critica verso la creatività perché semplicemente è un distanziarsi, è un professionalizzarsi rispetto a qualcosa che è basso.
Non temo la parola creatività, non temo la parola bellezza. Ne parlo un po’ in Entreprecariat, per me la creatività non è una facoltà individuale. La creatività è un progetto socio-politico. Oggi a tutti, da vent’anni a questa parte, diciamo dai millennial alle generazioni a venire, gli è stato quasi imposto di essere creativi. Ma non solo creativi in senso stretto, pensa a tutte le campagne attorno alla Apple. Cos’è quella se non la propaganda dell’essere creativo, dell’esprimersi? Questa cosa è una novità e appartiene a tutti, cioè alla società intera. La creatività si è diffusa a livello sociale. Per me è una banalità dire che la creatività è questo valore artistico. Ok, ovvio, scontato. Ma non ci dice tanto, ci dice solo che i designer sono più scientifici, più rigorosi, cosa che peraltro non è vera. Anzi, è una sorta di cecità rispetto a forme di espressioni, a pratiche, pratiche dal basso, eccetera.
L’esempio chiave, sempre, sono le sagre e l’estetica, la grafica delle sagre. Quando un designer si spende negativamente sulle sagre, capisci quanto è piccola la visione del designer».
Perché poi l’estetica delle sagre altro non è che il risultato della creatività, che risponde a esigenze comunicative specifiche e che, a volte, è più efficace di molte altre locandine che vediamo in giro.
Lorusso nel suo libro infatti ci invita a ragionare sulla produzione e progettazione degli elementi dal basso. E ci invita ad analizzare chi gode realmente del “potere del design”: l’umarell, l’anziano signore che riesce a vedere davvero l’intero progetto a 360 gradi, dal cantiere ai ritardi, persino osservare i clienti tirannici e come modificano la realizzazione stessa dell’opera.
Forse bisogna ammettere che il progetto, il design, l’opera o dir si voglia, prevale la persona stessa che crea. Perché, forse, bisogna ammettere che il design è potente ma il designer no.