È il 15 novembre 2023 quando viene aperta al pubblico alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna la nuova mostra dedicata a J. R. R. Tolkien. L’evento è legato al cinquantesimo anniversario della morte dello scrittore ed era stato inaugurato dalla presidente Giorgia Meloni. L’amore della Meloni per l’opera non è nuovo e l’ossessione che lei e altri membri di FdI hanno con Il signore degli anelli è tale da aver fatto parlare di “generazione Tolkien”. Ma cosa stava cercando di ottenere la destra con questa mostra? A chiederselo sono state varie testate anglofone, che hanno parlato – al tempo – della santificazione dell’autore simbolo del fantasy come portavoce di sani ideali cari alla destra, com quelli «della tradizione, della comunità e della storia cui si appartiene: un vero conservatore» a detta dell’allora ministro della Cultura Sangiuliano. “Politico”, testata giornalistica americana, affermò che «per gli attivisti di estrema destra cresciuti con la Meloni, Tolkien è un pilastro intellettuale che rappresenta la lotta per difendere l’identità cristiana e occidentale contro la modernizzazione, la globalizzazione e l’invasione di popoli stranieri». La prima cosa che viene da chiedersi è se Meloni&co. abbiano letto l’intero libro o se si siano fermati all’introduzione che ne fece al tempo Elémire Zolla, vedendo nell’opera un’allegoria a proposito di un gruppo etnico “puro” che si difende dagli invasori stranieri.
Il fatto di cronaca in questione non è un caso isolato: già al tempo era stato l’ennesimo tentativo della destra di avvicinare una figura ai propri valori, come già accaduto per Dante. Peccato fosse stato lui a parlare per la prima volta dei quattro gradi di interpretazione di un testo. È proprio su questo tema che è necessario portare avanti una riflessione profonda, indagando come come questo fenomeno sia possibile e di come avvengano tali meccanismi di strumentalizzazione.
Le notizie di appropriazione culturale indebite, quasi sempre a scopi politici, si sono moltiplicate fino a diventare un problema sistemico. Non stupisce quindi che nel 2015, secondo una reinterpretazione del Giornale, Dante si sia scoperto contrario allo sbarco dei migranti, in una fantasiosa sovrapposizione tra gli abitanti del contado di Firenze e i profughi contemporanei. Un’attualizzazione indebita – un “tirare Dante per la giacca” per usare le parole di Mirko Volpi, ricercatore e dantista all’Università di Pavia – ma non inusuale.
Allo stesso modo sono state piegate a logiche di parte, idee di autori impegnati a livello sociale, come Pasolini, intellettuale più di altri al centro di rivendicazioni di parti politiche differenti. Nel 2019, ad esempio, il poeta è stato citato da Matteo Salvini in apertura alla manifestazione della Lega in Piazza Duomo, a Milano, estrapolando le parole di un famoso articolo dell’autore in merito agli scontri del ’68: «A chi fa il processo ai fantasmi del passato dico “Mi chiedo se questo antifascismo rabbioso sfogato nelle piazze a fascismo finito non sia in fondo arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per veicolare il dissenso».
O ancora, con più recenti rivisitazioni storiche, come la presunta critica di Marx ai migranti che, a detta del generale Vannacci, sarebbero stati definiti dal teorico del comunismo come «l’esercito dei padroni di riserva».
Ma come in Italia, così all’estero, la tendenza alla strumentalizzazione della memoria sembra essere uso comune. In Inghilterra George Orwell è diventato, nella bocca degli elettori di Tony Blair, un antisocialista e un anti rivoluzionario grazie a citazioni tratte da La fattoria degli animali o 1984, come: «All animals are equal, but some animals are more equal than others».
In America, invece, la storia e la simbologia dei Vichinghi sono stati assunti dai suprematisti bianchi come esempi ideali del colonialismo europeo e della mascolinità. Non a caso l’assalitore di punta di Capitol Hill, Jacob Chansley, il 6 gennaio 2021 indossava abiti e body art di ispirazione norrena.
Si tratta in generale di una tendenza di comodo difficile da sradicare. La politica, ormai sempre più svuotata di argomentazioni efficaci, ha riscoperto nella letteratura un inventario di frasi ben congeniate e disponibili all’uso, qualsiasi esso sia. Se un tempo, come messo in luce da Bauman nella sua Modernità liquida, la verità «era qualcosa per la quale si veniva probabilmente uccisi», oggi non esiste, al suo posto vi è qualsiasi dichiarazione che offra un buon motivo per incitare alla violenza.
Recuperando quindi un passo di Giuseppe Leonelli, dall’introduzione delle Ceneri di Gramsci, quale bel sogno sarebbe «che la letteratura, invece di costituirsi come un infinito repertorio citazionale impegnato solo a seguire se stesso, potesse servire a fecondare il corpo della realtà».
La necessità politica della cultura
Questa complessa strumentalizzazione di idee e parole del passato è funzionale alla volontà di creare una sfera di riferimenti culturali e simbolici a legittimare la propria visione.
Nei Quaderni dal carcere, Gramsci sostiene che mettere in moto una rivoluzione cambiando la cosiddetta (in termini marxisti) “struttura” – ossia la base pratica della nostra società: il tipo di economia che viviamo e a cui collaboriamo – sia pressoché impossibile, considerando che anche il proletariato vi nasce e cresce immerso. Ciò che si può fare è però lavorare attorno alla “sovrastruttura”, ossia quello strato di idee, valori, cultura che influenza e caratterizza ogni ambito delle nostre vite. Va da sé che per cambiare la sovrastruttura ci vuole un certo potere, che la classe dirigente ha – più di altre istituzioni – modo di esercitare. Questo potere, che va di pari passo col controllo della cultura, è in grado di plasmare le coscienze dei cittadini e far prendere loro coscienza della propria condizione sociale e politica.
Nel caso italiano, la presa di controllo culturale auspicata dalla destra ha un particolare sapore di rivalsa. In Perché a Giorgia Meloni piace Antonio Gramsci, un articolo pubblicato su “Foreign Policy” e tradotto dall’ “Internazionale”, l’autore illustra il continuum (piuttosto forzato dal punto di vista dei contenuti e della forma) tra il pensiero del filosofo comunista e il ministro Giuli, autore proprio di un libro sul filosofo. L’idea di fondo sarebbe: la sinistra, dal dopoguerra in poi, ha sempre esercitato un controllo totale sulla cultura – dalla letteratura al cinema, passando per la tv e le accademie – ma ora tocca alla destra. L’assunzione di base stessa è piuttosto discutibile: parafrasando quanto evidenziato da Wu Ming in un’intervista a “La Stampa” del 2023, possiamo affermare che l’Italia del secondo dopoguerra ha avuto sì molti intellettuali di sinistra, ma un’anima culturale sottilmente di destra, perché «l’enorme pancia piccolo borghese del paese del Paese è sempre stata conservatrice e reazionaria». Ad ogni modo, nel tentativo di rimpiazzare la sinistra (che pure nel frattempo è cambiata moltissimo, altro motivo che rende il ragionamento piuttosto forzato), la destra si trova costretta a richiamarsi a uno dei suoi maggiori teorici, in mancanza di simboli e idoli propri, a colmare un vuoto culturale effettivamente ampio.
La retorica utilizzata dalla destra a legittimazione di questo meccanismo contiene, non a caso, una discreta dose di vittimismo: ci si etichetta come gli “esclusi”, facendo riferimento alla superiorità culturale della sinistra del secolo scorso, tracciando allo stesso tempo una linea di somiglianza con essa, a confondere le acque nonché legittimare la propria ambizione di rivincita culturale. L’implicazione di fondo è che la sinistra di oggi non sia più quella di Gramsci, venduta come più autentica rispetto a quella odierna, e che paradossalmente la destra sia l’unica degna di sostituirla. Confondere gli universi culturali e politici di riferimento è quindi funzionale a raccogliere un bacino più ampio ed eterogeneo di votanti, inclusi coloro che credevano in una sinistra passata e si trovano oggi disillusi, pronti a votare chiunque ostenti più autenticità.
Ciò che questa destra fa è quindi appropriarsi di opere del passato, un’estrapolazione che le distacca in maniera netta dal loro contesto culturale e politico – laddove sia stato definito – di riferimento; strumentalizzarne i contenuti per mezzo di un’estrema semplificazione retorica, in modo da renderli affini alla propria ideologia. Non succede solo con pensatori del Novecento, ma anche con scrittori e poeti e pensatori di secoli molto più lontani, come Dante e Manzoni. Un altro esempio lampante ma più recente è la rilettura in chiave conservatrice di Tolkien, presto trasformato in uno dei maggiori idoli della nostra destra postfascista (vicenda peraltro tutta italiana, che ha interessato l’ambito editoriale ancor prima che il contenuto delle opere). Si tratta di un caso chiave perché capace di fornire un’immagine plastica ed esterna, di alto livello artistico, della sindrome di esclusione che la destra vive nei confronti della sinistra. Ne Il Signore degli Anelli in particolare, si ritrova un modello di società cattolica e anticapitalista sufficientemente lontana dal modello comunista, capace di proporre un’alternativa reale a un pubblico di esclusi, delusi dal progresso della società capitalista esattamente come si auto-proclamano gli esponenti della destra italiana odierna.

Citiamo e interpretiamo, rivelando chi siamo
La necessità della destra, dopo anni in cui si è sentita emarginata dal punto di vista culturale, di strappare il vessillo dalle mani “sbagliate” e portarlo sotto la propria sfera di influenza, può farci riflettere sullo stato del panorama intellettuale italiano, su cosa significhi davvero interpretare un’opera, sia essa di stampo puramente politico o meno, non tralasciando il contesto in cui è stata realizzata.
La volontà di dominare la cultura da parte della destra non nasce da un vezzo elitario o dal solo senso di rivalsa verso la sinistra; bensì è una volontà sospinta dall’estremo bisogno di rafforzare il pensiero politico dandone delle basi di “cultura alta”, per emanciparsi da quella visione per cui la destra faccia presa sul proprio elettorato solo attraverso trasmissioni radiofoniche come “La Zanzara” o i vari programmi Mediaset, input spesso considerati dalla bassa carica culturale.
La lotta politica a suon di parole è sempre un professarsi più potenti dell’altra parte. L’élite culturale ha sempre una valenza politica: se la destra tiene le redini della cultura assume il controllo del discorso culturale, trova un’ulteriore legittimazione per le sue ideologie escludenti, discriminanti e nazionaliste. Perché rifugiandosi dietro all’alto albero di ciò che è “pensiero intellettuale elevato”, “difficile a capirsi” e “da interpretare a questa maniera”, rafforza la propria posizione con l’autorevolezza dell’intellettualismo.
Questo è certo (o per lo meno ragionevole) e, infatti, l’obiettivo della destra non risiede nel ribaltare la struttura economica (come è evidente), ma nell’affermarla e rafforzarla corredandola di una sovrastruttura culturale che finora le è mancata.
In un contesto del genere è più che mai necessario riflettere su cosa significhi interpretare un’opera, di quali siano i rischi, le possibilità e i metodi per farlo. La teoria del “Lector in fabula”, coniata da Umberto Eco, è una valida possibilità da seguire per interpretare il testo con la nostra mente, al di là degli obiettivi politici. Secondo Eco abbiamo sempre l’occasione di dare al testo sfaccettature nuove, che fuggano dall’interpretazione dominante, spesso scelta, come si è visto, a scopi strumentali. Eco parte dal presupposto che in genere le opere hanno più matrici. Tutti i prodotti letterari a cui spesso ci si rifà con facilità, semplificandone il significato e messaggio di fondo, sono realtà pregnanti di significati e interpretazioni. Il processo di “definizione” di un concetto, sopra un altro concetto, definito da parte d’un altro punto di vista, che ne stabilisce così un interpretazione finale, è in realtà un calcolo che trascura in modo limitante la pluralità di interpretazioni.
Si compie questa esemplificazione non solo per dare un parere più “personale” e “soggettivo”, ma per manipolare i concetti stessi. Si cerca di controllare e contaminare la puntualizzazione finale: dettare la lettura “reale”. Ciò di cui ce se ne accorge, con facilità, è che oggigiorno l’utilizzo che se ne fa delle “etichette linguistiche”, che ci vengono offerte, è, molto spesso, alquanto inadeguato e superfluo.
Ci si scontra per reclamare e reinterpretare definizioni o idee del passato, cercando di dare nuove etichette. Si cerca di fissare sopra una questione, o dietro una presa di posizione, una lettura univoca che cerchi, in modo vano e superficiale, di costruire un duello di insulti e affronti. La destra e la sinistra italiana ne sono un esempio evidente.
Proprio per questo è più che mai necessario riflettere sulla costruzione delle offese e degli attacchi che ci si rivolge tra la “destra” e la “sinistra”. Le etichette tramite cui rappresentiamo gli altri e noi stessi, sono contaminate dalle fittizie forme di pensiero a cui siamo portati a credere, come nei casi, citati in precedenza, di dibattiti politici e reinterpretazioni storiche di fonti. Il vero dialogo costruttivo a cui dovremmo puntare, anche attraverso l’interpretazione delle opere, è il confronto nel quale le categorizzazioni che decidiamo di usare non nascano per dividerci ma per favorire il cambiamento.