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Il cinema della memoria

Lo stretto giro tra storia e archivio con Arrivederci Berlinguer! Michele Mellara e Alessandro Rossi reinterpretano l’eredità degli archivi, offrendo una nuova lezione al cinema italiano

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C’è una sorta di connessione viva che intercorre tra la Storia politica del nostro Paese e i materiali d’archivio. Perché le immagini, perlopiù televisive, hanno di fatto accompagnato l’Italia durante tutto il corso del famigerato Secondo dopo guerra con ininterrotta costanza, offrendo la democratica possibilità di rendere l’Italia intellegibile a tutte e tutti. Ecco il motivo per il quale l’accumulo dei materiali, ergo l’archivio, diventa una parte imprescindibile della narrazione cinematografica: il nostro è un Paese nel quale la comunicazione mass mediale ha attecchito enormemente. Di seguito quindi la tradizione del rimontaggio ha saputo trovare un reale terreno di coltura, a partire dalla seminale operazione (dalle tinte dadaiste) di Gianfranco Baruchello e Alberto Grifi con Verifica Incerta del 1964. Questa è un’opera di found footage (termine per indicare la pratica di rilievo e riuso del girato) che rimette in circolo dei materiali di scarto (migliaia di metri di pellicola) del cinema più “commerciale” degli anni ’50 e ’60 reperiti da Baruchello stesso (come a voler andare a parare su un certo consumismo e capitalismo delle immagini). Verifica Incerta racconta benissimo del modus operandi che di lì a poco avrebbe aderito al nome, di più ampio respiro, di sperimentalismo. E le lezioni impartite dalle possibilità che l’archivio sa di poter offrire, se piegate al racconto filmico, persistono fino ai giorni nostri; basti pensare ad Assalto al cielo di Francesco Munzi, del 2016. Questo film, realizzato con i materiali dell’Archivio Luce e figlio di una gestazione durata tre anni, racconta proprio i primi anni ’70, ovvero gli anni delle dure proteste studentesche e dei profondi sismi culturali e politici.

A inaugurare una nuova e lucidissima riflessione sull’archivio, tornando al presente, ci ha sicuramente pensato Marco Bellocchio. Con Esterno Notte infatti il regista prosegue la sua instancabile indagine tra le maglie del caso Moro – indagine formalmente iniziata dal cineasta nel 2003 con Buongiorno, Notte. Nel film in due parti del 2022 (anche in forma di serie tv) vi è uno sguardo inedito agli avvenimenti attraverso le immagini, o i suoni. Perché il confine tra finzione e immaginazione si sfalda passo dopo passo, quasi come a offrire conferma del potere immersivo o logorante degli eventi trasmessi e continuamente rimaneggiati, rimpastati. I personaggi di Esterno notte guardano i materiali d’archivio dentro una finzione decisamente più grande di loro, e questo cortocircuito mette in circolo delle intuizioni sul modo in cui la Storia si fa e si racconta; nel bene e nel male. È indubbio che Marco Bellocchio come pochi al mondo sappia masticare la regia e tutto l’impianto della mise en scène secondo la sua precisa poetica, per poi aderire a delle stupende e ampissime derive rispetto alla fedeltà degli avvenimenti. Ma è proprio questo il bello: è ancora possibile legittimare la verità storica offerta dall’archivio? 

Goffredo Fofi scrive nel suo libro Breve storia del cinema militante (elèuthera, 2023) che l’esperienza di questo tipo di cinema di genere, ha mantenuto una sua autonomia e allo stesso tempo ha saputo essere collettivo. Ne avevamo parlato sempre su Scomodo, in occasione dell’uscita del film di Giovanni Piperno 16 millimetri alla rivoluzione, distribuito da Wanted Cinema. Proprio Wanted torna, a pochi mesi di distanza da quest’altro film, con un’esperienza cinematografica simile nelle sale il 10, 11 e 12 giugno con Arrivederci Berlinguer! dei registi Michele Mellara e Alessandro Rossi.

 

Il documentario riutilizza materiali provenienti dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e dal film collettivo L’addio a Enrico Berlinguer, in cui oltre trenta registi italiani tra cui Scola e i fratelli Bertolucci, documentarono il funerale di Enrico Berlinguer celebrato a Roma da leader internazionali del comunismo, in un corteo funebre che partiva dalla sede del PCI in Via delle Botteghe Oscure e si concludeva a Piazza San Giovanni in Laterano. Il documentario collettivo si apre sull’ultimo comizio di Berlinguer a Padova, dove, nonostante un ictus, il segretario continuò a parlare alla folla. Le riprese si spostano poi al funerale, mostrando scene con migliaia di persone che salutano il feretro del segretario del PCI con bandiere e pugno chiuso, unendo la commozione della gente comune alle interviste di esponenti politici e personalità note. Sempre secondo Fofi il cinema militante in Italia si spense presto forse anche a causa della prematura scomparsa del leader del PCI. Le conseguenze? La trasformazione di questo cinema, da genere ad archivio pronto ad essere saccheggiato. Fofi, tuttavia, auspica l’arrivo di qualcuno che saprà utilizzare meglio quelle riprese.

 

Con Arrivederci Berlinguer!, Michele Mellara e Alessandro Rossi tendono a farsi carico delle speranze di Goffredo Fofi, intercettando il loro interesse per la rielaborazione degli archivi cinematografici con la sensibilità di Luca Ricciardi dell’AAMOD, Riccardo Costantini di Cinemazero e il percorso di Massimo Zamboni, lo storico chitarrista dei CCCP che ha realizzato per l’occasione una nuova e apposita colonna sonora. Alessandro Rossi in realtà preferisce il termine “drammaturgia sonora”: «Il montaggio è stato studiato anche insieme a Massimo (Zamboni, ndr) per fare in modo che la musica diventasse il traino emotivo per il pubblico. Abbiamo deciso insieme i momenti in cui la musica dovesse essere l’unica voce del film, ecco perché parlo di “drammaturgia sonora”. L’abbiamo resa un elemento narrativo fondamentale del progetto», ci rivela Alessandro quando lo intervistiamo. La chitarra di Zamboni, nelle rielaborazioni delle immagini del funerale di Berlinguer, segue il corteo in una maniera così rispettosa che sembra esserci sempre stata, anche quarant’anni prima e dal vivo. All’epoca de L’addio invece, il documentario aveva le musiche di Luigi Pestalozza che sottolineavano il sentimento di un’operazione comunque limitante nel tratteggiare la figura del noto politico. Mellara e Rossi dal canto loro propongono una rilettura di Enrico Berlinguer come una figura esemplare anche agli occhi della contemporaneità.

 

I due registi sono affascinati dalla ricchezza degli archivi che, come quello del Movimento Operaio e Democratico, sono strumenti che permettono una riscrittura della storia tramite prospettive dimenticate o marginali: «Non si tratta di separare queste storie dal contesto ufficiale, ma di farle dialogare con esso, offrendo nuovi punti di vista. Come registi, siamo attratti dagli sguardi laterali della storia che emergono nel riposizionare materiali d’archivio. Questo approccio ci consente di raccontare parti meno note del passato, sia che si tratti di figure storiche come Berlinguer, sia di storie personali come potrebbero essere quelle dei nostri nonni. L’uso degli archivi permette di riscrivere la storia in modo significativo», dice Michele Mellara. Da questo punto di vista, Arrivederci Berlinguer! è già una (ri)lettura più profonda rispetto al documentario collettivo dal quale rielabora la maggior parte dei materiali. Non c’è solo il Berlinguer che si sente male durante il suo ultimo discorso, ma c’è una cosa che nell’Addio mancava: un coinvolgimento che, sebbene fosse chiaro già all’epoca dell’impressionante partecipazione della popolazione all’evento e al dolore, nel lavoro di Mellara e Rossi acquista un’azione viva e attiva. È come se scene finora marginali della vita politica di Berlinguer stessero avvenendo in quel momento davanti ai nostri occhi.

 

E se una dimostrazione di interesse di questo tipo, alla politica e ai suoi protagonisti, nell’Italia contemporanea, sembra impensabile, le rielaborazioni di aspetti “dimenticati” rimaneggiati da Mellara e Rossi dall’archivio non può che farci pensare al ruolo della politica oggi e all’importanza di una partecipazione attiva nella vita del Paese che si consuma di fronte alle verità storiche di queste immagini.




di Davide Merola (Davide Merola),Pompeo Angelucci (Pompeo Angelucci)

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