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Il cinema d’autore (non) è morto

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Perché dire “il cinema è morto” non ha senso?

Dopotutto, è la domanda che dà senso a questo articolo fatto di tre risposte di tre cinefili, esperti, critici insomma gente che con il cinema ha una relazione sicuramente tossica. 

Si potrebbe dire che l’espressione «il cinema è morto» non ha senso perché è pieno di film che «stanno facendo i soldoni», come sostiene la regista Celine Sciamma. 

L’espressione relativa alla fine della filmografia è sempre seguita dalla solita pletora di giudizi sulla decadenza dell’arte cinematografica, sulla creatività di ciò che vediamo, sul fatto che i produttori hanno in testa solo il profitto. Tutte critiche che hanno il loro riscontro nella realtà: il cinema odierno è permeato di citazionismo, è pieno di remake, spin-off o prequel, agli autori viene data la possibilità di esplorare la materia narrativa solo dopo che hanno vinto un Oscar o portato allo studio almeno un bilancio in positivo. 

Il dibattito si inserisce nell’enorme questione che riguarda la morte dell’arte, che il comico Bo Burnham riassume in una canzone dove sostiene che l’artista ormai è solo un intrattenitore, una persona il cui solo scopo è soddisfare il bisogno di avere l’attenzione di tutti. Un attention whore

Si potrebbe anche citare il filosofo Walter Benjamin che sul tema ci ha scritto un’intera opera – L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica – che sostiene che le arti nell’era della società di massa abbiano perso la loro autenticità, perché l’atto estetico non è più importante: le copie sono valide tanto quanto gli originali. Discorsi che fatti nel 1936 possono essere portati nel 2023 senza troppi salti di empatia.

Ora che abbiamo una pars costruens per l’espressione, è ora di distruggerla. Non ci sarà nessuna dichiarazione intelligente nella seconda parte di questa risposta, per trovare sostanza dovete scorrere fino ai paragrafi successivi, quelli firmati da Davide ed Emanuele. 

Ciò che odio dell’espressione il cinema è morto è la sua pigrizia. Mi risuona nella testa con lo stesso tono di voce mortifero di chi durante le elezioni dice “vabbè ma è sempre uguale” o dei tifosi quando annunciano che la partita è persa prima ancora che sia iniziata. Quindi? Cosa vogliamo fare? Stare fermi a guardare il cinema morire, ammesso che stia morendo. Mentre noi annunciamo la sua morte con grandissimo coraggio, ci sono schiere intere di persone che non hanno nessuna convinzione che l’arte sia morta, men che meno il cinema, e continuano a farlo perchè gli piace. 

Abbiamo bisogno di costringere il cinema alla morte, soffocandolo con milioni di termini economici o saggi filosofici quando dovremmo lasciarlo respirare. 

È vero che il potere delle grandi corporations, spesso americane, sul cinema è preoccupante. Ma, nel grande ordine delle cose, mi sembra una piccola parentesi in una storia che è costellata di questa tremenda espressione. C’è ancora autorialità in quello che vediamo, c’è ancora chi sceglie di esprimersi così. 

È un modo per soddisfare quel bisogno di attenzione infantile? Può essere, e quindi? Finché un’opera d’arte avrà qualcuno che sente che ha mosso qualcosa dentro di sé per me vale la pena che sia creata. 

E ancora si potrebbe domandare (ora la smetto con le domande retoriche): allora perché attori e sceneggiatori scioperano? Perché un martedì sera qualsiasi c’è la fila a un cinema di Roma per vedere un film neo-realista (per semplificare) nel 2023? Forse non è il cinema o l’arte che è morta, ma il modo in cui ne fruiamo adesso: dobbiamo dare più spazio all’arte per lasciarsi andare. Per fare cazzate.

Infatti, il motivo centrale per cui questa frase rimane inutile come i film della Marvel dopo Avengers: Endgame è che viene stracciata dal bisogno che molti di noi esseri umani ha di esprimersi, di cercare una connessione, di non rimanere bloccato nel proprio dolore. 

L’arte morirà quando torneremo allo stato di natura o ci estingueremo, io sarò già morto per quel periodo, spero. 

Nel periodo di mezzo spero di vedere finire questa voglia spastica che la nostra epoca ha di far morire le cose.

Come dice Slavoj Zizek, siamo proprio dei «pervertiti che sono super arrapati per la fine del mondo».

Non è forse la critica che ha deciso che l’autore è morto?

Tra le numerose, affascinanti e divertenti disamine presenti nel film Santa Maradona di Marco Ponti, ce n’è una che riguarda i giornali di gossip e intrattenimento. Stefano Accorsi (che nel film interpreta Andrea) si fa comprare Novella 2000 dall’amico Bart (il compianto Libero De Rienzo) che si lamenta di come Andrea non riesca ad acquistare da solo queste “porcherie”: «Il problema non è leggere o meno Novella 2000. Il problema è leggere solo Novella 2000 (…) Perché se io ho soltanto una cosa a disposizione, non la posso mettere in collegamento con nient’altro. Quindi la mente resta immobile… E non puoi allargare i tuoi orizzonti» dice Andrea nel film. Una tesi ineccepibile fino al momento in cui, col passare del tempo, non è stata trasformata in un inconcludente atto di accusa che andava ad escludere solo una categoria di persone: i critici; gli stessi che, accompagnando studiosi del passato da Roland Barthes e Guy Debord, a cineasti contemporanei come Peter Greenaway e David Cronenberg, hanno sostenuto che il cinema, e quindi l’autore nel cinema, erano morti. 

Il ragionamento che Marco Ponti fa nel 2000 come una qualsiasi battuta tagliente a là Tarantino non era una novità, ma in oltre vent’anni questo ragionamento è stato talmente contorto che il problema sembra essere diventato proprio “la questione di collegamenti” di cui si parla nel film: il problema è leggere anche Novella 2000. Ci siamo dimenticati che proprio una delle ultime opere di Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, esula totalmente da qualsiasi sua idea precedente? Per capirci, ne parlò in un’intervista su niente poco di meno che Playboy. Basterebbe questo appunto per infrangere totalmente questa sorta di intellettualismo imperante.

 

È lo stesso intellettualismo che prese per buone le (lecite e sacrosante) parole di Martin Scorsese sulla Marvel elevandole a Bibbia in questo ragionamento contorto mascherato da accusa. A trasformare queste parole in testi sacri sono stati gli stessi critici moderni che nell’ultimo periodo hanno subito la medesima metamorfosi, diventando tiktoker, creatori di contenuti per quella stessa piattaforma che avrebbe ridotto la nostra soglia di attenzione (lecito credere anche questo) e in cui vediamo i film “spacchettati” in clip. Rispetto alle critiche sulla durata di tre ore e mezza del suo ultimo film Killers of the Flower Moon, Scorsese ha dichiarato: «La gente è capace di stare cinque ore a guardare roba alla TV, e non può stare seduta in una sala cinematografica a guardare un’opera di più di tre ore?», una dichiarazione che porta con sé tutto il senso dei contenuti “impacchettati”; dichiarazione di nuovo innalzata a sacra scrittura (andando ad escludere ingenuamente un problema strutturale). I critici che qui si accodano usano la dignitosità di queste dichiarazioni come giustifica per depersonalizzare gli autori nei loro j’accuse dove – in maniera goliardica – diventano parenti, zii, madri, padri: personaggetti ingigantiti e sminuiti allo stesso tempo; ecco così i vari (e odiosi) Zio Martin, Guillermone Del Toro e chi più ne ha, più ne metta.

 

Allora a banchettare sul cadavere di un autore ideologicamente morto (o moribondo), c’è una critica fagocitata da se stessa, persa in un didascalismo noioso fatto di letture e riletture spesso inutili e poco interessanti, incastrate in una visione così inconsciamente mainstream di quest’arte da metterci in mezzo anche il cinema d’autore, distorcendone così persino le sue buone intenzioni. Sbeffeggi, denigrazioni e un linguaggio critico povero (soprattutto per le nuove leve) annienta qualsiasi percezione dell’intrattenimento che rimane fuori dalla cerchia del cinema d’autore, dimenticandoci che anche l’autore può e sa fare intrattenimento: titoli come Nope di Jordan Peele e Shiva Baby di Emma Seligman possono essere considerati intrattenimento d’autore; anche Guardiani della Galassia lo è. James Gunn è un regista che ha uno stile autoriale preciso. La sua influenza maggiore? Proprio Martin Scorsese, ma questo i critici sembrano tralasciarlo molte volte.  Craig Mazin è lo stesso sceneggiatore che ha scritto Scary Movie, Una notte da leoni e poi ha fatto Chernobyl e The Last Of Us, ed è l’esempio perfetto di come cinema e autorialità siano questioni di tutti, ma questo la critica cinematografica sembra averlo dimenticato.

 

In un momento storico in cui abbiamo più film di Spider-Man di sempre, se l’Uomo Ragno dovesse davvero morire probabilmente sarebbero stati i critici ad ucciderlo.

Reinventare il cinema


Non più di un paio di mesi fa sono stato con un amico ad Aversa, una città di provincia del casertano. Davano Il Cielo sopra Berlino, la nuova versione restaurata, come parte di una rassegna del Cinema Vittoria, storica sala della città. Non sono per niente un frequentatore di quel cinema, lontano da Caserta, dove abito, e non avevo nessuna aspettativa in termini di pubblico e affluenza. Entrato in sala, la trovo completamente piena, circa 250 posti, e piena di ragazzi più o meno della mia età.

Mi è successa una cosa simile verso Aprile, quando sono stato a Casalnuovo di Napoli, altra cittadina di provincia, per vedere Il Buco di Frammartino, alla presenza del regista. Anche qui la sala era piena, e di nuovo con una grande presenza di ragazzi della mia età.

Il discorso che vorrei affrontare non è critico verso gli altri, un loro oppositivo al quale mi contrappongo con fermezza di ideali e visioni chiare. È un discorso che voglio fare anche a me, per ricordarmi ogni volta quanto possa essere parziale l’affermazione di morte del cinema, pensiero che ha percorso la mia mente e la mia visione molto più di una volta.

Ho sentito spesso negli ultimi tempi parlare del cinema, soprattutto quello d’autore, come ormai un fenomeno di nicchia, per appassionati, nerd e intellettuali che dir si voglia. Di certo tale discorso non segna una novità, ma c’è un problema di definizione tra noi e gli altri, in cui il noi è la roccaforte cinematografica che segue tutte le uscite in tutti i festival, è aggiornata sui nuovi autori e le nuove tendenze, e gli altri, un pubblico indefinito che si approccia al cinema una volta ogni tanto, inseguendo solo il fenomeno di massa (che può anche essere il film d’autore esploso – fortuitamente – commercialmente).

Io credo di essere ad un buon livello di conoscenza dei movimenti cinematografici quantomeno italiani, molto di più sicuramente dei miei amici che nella vita fanno tutt’altro. Allo stesso modo, mi piace molto la letteratura, ma non saprei proprio definire i nuovi movimenti contemporanei tra gli emergenti italiani, a parte quello che compare nel circuito mainstream. Se andiamo sul teatro, disciplina che dovrebbe essermi più affine per aspirazioni professionali e culturali, la situazione è ancora più rarefatta.

Eccomi che sono nella nicchia del noi da una parte, e nei loro da altre. Eppure non sono disinteressato al teatro, anzi, mi piacerebbe conoscerlo e navigarlo, così come mi piacerebbe della letteratura. E quando parlo con amici di questi settori, mi raccontano del loro rapporto con l’industria, la produzione, e la distribuzione, con problemi non dissimili da quelli che affronto nella mia vita professionale. Amici che con un contratto con un’etichetta discografica o con un editore non pagano nemmeno un mese di affitto, a fronte di lavori che richiedono mesi, se non anni, per poi arrivare alla pubblicazione di un film, di un disco, di un libro, e trovarsi a combattere per raggiungere poche migliaia di persone (quando si è fortunati).

Il problema che pongo qui è un problema di fruizione e distribuzione della cultura. Ci si spende tanto per ricercare le cause del crollo del consumo culturale – terribile parola che già denota qualcosa – all’interno dei mezzi di espressione stessi, credendo che i problemi derivino da scarse capacità degli autori, da irrilevanze artistiche, da approssimazioni intellettuali e produttive. Di certo si può discutere di come la struttura economica influenzi la produzione – altra temibile parola – culturale e artistica, e di come la bulimia delle immagini, la necessità di immettere continuamente nel circuito cose nuove, abbia degli effetti negativi sulle riflessioni e sulle istanze portate avanti dagli artisti di tutti i campi. Il problema, però, è voler ricondurre a fattori interni, qualitativi, una discussione per lo più quantitativa, e per quantitativa intendo proprio la diffusione di un’opera.

Vorrei ritornare qui sui primi due esempi, a cui aggiungo a latere una piazza piena nella mia città per vedere Lady Bird in una sera d’estate. In quanti conoscevano l’opera di Frammartino, o quella di Wim Wenders, o tantomeno l’opera prima di un’autrice come Greta Gerwig? Eppure le sale erano piene. Quando vedo sale vuote, incassi bassi, film che girano nei festival e non arrivano mai in sala, spesso mi chiedo se il cinema non sia effettivamente morto, e se la gente abbia ormai altre priorità. Ma allora perché la gente è andata a vedere un film di 40 anni fa? Perché si è seduta in una piazza senza nemmeno sapere chi fosse Greta Gerwig?

Mi sembra evidente che ciò su cui dobbiamo lavorare non possa essere soltanto un’arrendevolezza verso lo scarso interesse, perché l’interesse c’è se si riesce a incanalarlo, a coinvolgere le persone, a farle stare insieme. Non è vero che la cultura cinematografica è destinata a diventare un’arte di nicchia, per gli addetti ai lavori, così come non lo è per qualsiasi altra forma di espressione artistica. Il desiderio di incontrarsi, di guardare ed esperire cultura, non è morto, e lo dimostrano questi momenti in cui si è stati capaci di costruire comunità intorno a un evento, a portare le persone a voler guardare e voler essere stupite, pur proponendo un qualcosa che, sulla carta, corrisponde totalmente all’idea di nicchia che solo il noi ormai può esperire.

Invece di arrabattarsi su sistemi chiusi in se stessi, in cui si parla della crisi del cinema soltanto internamente al cinema, e del teatro solo nei teatri, si dovrebbe ripensare alle modalità collettive in cui ci si approccia alla cultura e all’arte, smettendo di credere alla favola del disinteresse, della disattenzione, della superficialità, che seppur possano avere una verità, tale non va accettata come realtà incontrovertibile, e ridotta a radici scomposte, univoche e dannose. 

di Lorenzo Pedrazzi (Lorenzo Pedrazzi),Emanuele Tresca (Emanuele Tresca),Davide Merola (Davide Merola)

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