Quando ci vediamo in camerino, Donato Dozzy mi dice che sta bene, che è un po’ stanco perché è appena tornato da Bilbao – «un gran bel festival», lo definirà così poi – ma che comunque non vede l’ora di suonare tra circa mezz’ora. Gli chiedo se è pronto, mi risponde di sì, che è un periodo intenso, che viaggia tanto. «Un bel tour de force», ammette, e poi aggiunge una frase che a posteriori mi sembra la chiave di tutta la nostra conversazione: «è così da un bel po’ di anni». Una vita che si ripete, aeroporti e console, e che tuttavia non assomiglia mai davvero a se stessa. È il primo cerchio che incontro parlando con lui, e non sarà l’ultimo.
Anni fa in un’intervista Dozzy ha definito la sua musica «un viaggio dal mutevole contorno circolare», e quando gli chiedo se esista una differenza tra un cerchio che si ripete sempre uguale e uno che viene ripercorso ogni volta in maniera nuova, risponde senza esitazioni: «Se non ci fosse un piccolo frammento di cambiamento nel circolo successivo, non funzionerebbe. È un po’ come le onde del mare: sono tutte simili, ma nessuna è uguale all’altra».
Nel buddhismo zen esiste una figura che dice esattamente questo: l’ensō, il cerchio tracciato con un solo gesto del pennello, in un solo respiro. Non è la circonferenza dei geometri, astratta e perfetta; è la registrazione di un istante, spesso lasciata aperta, e non ne esistono due uguali perché non esistono due respiri uguali. Non un simbolo da contemplare ma una pratica da ripetere – ed è nella ripetizione, non nonostante la ripetizione, che accade la conoscenza. Che sia la figura giusta per leggere Dozzy non è un azzardo orientalista: c’è un filo giapponese che attraversa tutta la sua biografia, dalla tesi di laurea sui trattati fra Inghilterra e Giappone scritta negli anni delle prime notti da dj sul Tevere, fino al Labyrinth, il festival nei boschi giapponesi di cui è da anni presenza rituale. «È importante usare le macchine e la mente in modo tale da fare cose che abbiano dei micro cambiamenti, e che mantengano l’interesse vivo», mi spiega. Poi, con l’onestà di chi non vuole restare prigioniero delle proprie formule, storicizza se stesso: «quella è una frase che ho detto tanti anni fa, quando il mio interesse era rivolto principalmente alla techno minimale. Negli ultimi dieci anni ho cambiato molto la mia attitudine creativa: faccio anche cose che hanno meno potere ipnotico, più rivolte verso la forma canzone. Anche lì ci deve essere qualche elemento che si ripete – quella è proprio la mia firma. Però mi piace trasformare le idee in qualcosa che possa sorprendermi sempre. Sono parecchi anni che faccio questo lavoro: anche io devo cercare di non annoiarmi».
Il rovescio di questa apertura è un’insofferenza precisa per le etichette. Quando gli dico che la parola “ipnotico” ricorre in tutto ciò che si scrive su di lui, non si trattiene: «mi storce, mi dà fastidio, la trovo una cosa molto limitativa. Anche restando nel semplice a della techno, io ne faccio molti tipi: da quella più aggressiva, destinata al dancefloor, a quella più intima, raccolta, da degustazione. Faccio ambient senza ritmo, mi piace esplorare nel folk, nella new wave, nella drum and bass. È l’esistenza stessa di tutti questi interessi che mi tiene vivo». Mentre me lo dice gli prometto di non scrivere che fa techno ipnotica; mantengo a metà, perché per raccontare il fastidio devo nominarlo.
Il pretesto della nostra conversazione è il ritorno di Voices From The Lake, il progetto con Neel che secondo la formula fissa dei comunicati stampa avrebbe «ridefinito i confini dell’ascolto» portando la club culture in una dimensione più introspettiva. Gli chiedo se quei confini li abbiano ridefiniti davvero o se l’introspezione fosse sempre stata lì, inespressa. La sua è una risposta da storico: «in un periodo della club culture, parliamo di venti-venticinque anni fa e più, fare cose musicali non direttamente destinate al ballo faceva parte della cultura delle chill out zone. Era diffusissimo in UK, in Olanda: c’era sempre una sala dove si faceva musica di decompressione, uno spazio dove ricaricare le batterie». La rivoluzione, insomma, era già scritta nella tradizione – un altro cerchio. «Per me è importante fornire all’ascoltatore cose che permettano di usufruire di soluzioni ritmiche in modo più pacato, dove la cassa sta un po’ dietro rispetto al resto dei suoni: puoi muoverti e ballartela, ma puoi anche sederti sul divano o startene a letto, chiudere gli occhi e immergerti in un mondo sonico. Se fossi sempre e solo concentrato su robe da ballo non so quanto mi divertirei: anche io ho bisogno di decomprimere».
Con Neel il lavoro è un ping-pong che ha i tempi lunghi: «la prima scintilla la sviluppa uno di noi due, ci confrontiamo, oppure semplicemente registriamo una decina di idee e le lasciamo lì a riposare, a fermentare come il vino. Dopo qualche mese ci torniamo su con più lucidità per capire cosa ha veramente potenziale. Di solito facciamo una selezione naturale». Gli chiedo quando capisce che un pezzo è finito, e la risposta vale per chiunque abbia mai provato a chiudere qualcosa: «dalla fase in cui concepisci un’idea a quella in cui consideri il lavoro finito può passare un lasso di tempo molto breve o molto lungo, ed è difficilissimo per un artista capire quando un lavoro è veramente finito – riguarda anche chi dipinge, chi scrive. Ha a che fare con la propria estetica: nel momento in cui senti che non c’è più nulla da aggiungere, probabilmente è arrivato il momento di condividerlo». Ammette di essere passato anche lui, agli inizi, per la spirale di chi modifica un’idea fino a stravolgerla: «ero indeciso e insicuro. Adesso non mi succede più. Però serve esperienza perché questo avvenga: devi avere sicurezza sui tuoi mezzi, non è una cosa che puoi fare quando sei alle prime armi».
Lasciare andare, anche qui, non è una resa ma una maturazione – il pennello che smette di ripassare sul tratto e accetta il cerchio così com’è venuto.

C’è poi la questione dell’ascolto come atto politico, che Dozzy ha rivendicato in passato sostenendo che dietro ogni passione politica ci sia sempre un velo di poesia. Gli faccio notare che viviamo in una società che toglie spazio alla riflessione, dove il silenzio è un vuoto da riempire, e che sedersi ad ascoltare comincia a sembrare un gesto controcorrente. «Sicuramente. Stiamo parlando di un ambito musicale ideale per andarsene via con la mente, che diventa uno spazio condiviso dentro il quale si fa un’esperienza collettiva. Era così venticinque, trent’anni fa, quando facevamo le serate al Brancaleone, e lo è tuttora – sennò non lo farei più». Il termometro, per lui, è anagrafico: «quando mi trovo a condividere le mie idee musicali con il pubblico ci sono molti giovani fra i venti e i ventisette anni, e questo significa che ha ancora senso che io salga sul palco. Se non trovassi più giovani lì in mezzo, quello sarebbe il segnale che è ora di appendere le cuffie al chiodo». Accanto ai cultori che si preparano, racconta, ci sono «quelli che si trovano accidentalmente in un contesto e ne rimangono letteralmente sconvolti: scoprono un linguaggio che prima non conoscevano. È una società che va di corsa, molto indirizzata verso l’individualismo. Però quando vedo le persone realizzare quanto è bello condividere, magari lasciando il telefono in tasca, sono tutte persone guadagnate alla causa».
Sul Brancaleone, però, il discorso si fa più amaro. Lui ci è cresciuto dentro, in quella residenza storica, «dando per scontato che spazi del genere esistessero. Se non avessi avuto uno spazio come quello, non avrei potuto sviluppare le mie idee musicali in modo profondo. Adesso una cosa del genere non è affatto spontanea». Gli chiedo cosa si possa fare per proteggere gli spazi che restano, a Roma soprattutto, e la risposta non concede eufemismi: «adesso non si tratta di proteggerli, si tratta di stringere i denti, perché dall’alto e da destra i segnali sono quelli di tentare di chiudere più bocche possibili. È un momento di resistenza profonda. Poi, quando le cose cambieranno – perché prima o poi dovranno cambiare – immagino che gli spazi torneranno ad avere una solidità maggiore».
Sul finale, impudente, non resisto e gli domando quanto della sua musica sia per sé e quanto per gli altri. «Nel momento in cui la creo è per me, perché sto sublimando qualcosa. Ma il pensiero successivo è trasformare quel momento creativo con me stesso in qualcosa di condivisibile. Quando produco techno penso a un gruppo di persone che balla all’aperto: il mio più alto desiderio è trovarmi in un bosco e suonare all’aperto». Lo spazio, mi spiega, detta l’istinto: «quando penso a uno spazio chiuso divento automaticamente più aggressivo – al Brancaleone suono techno all’ultimo respiro. Quando faccio musica pensando al Labirinto, invece, i suoni hanno più aria».
E il bosco, di nuovo, non è un’immagine qualsiasi: è la radura giapponese dove il suo cerchio torna ogni volta a chiudersi. Tra tutti questi spazi e viaggi e sperimentazioni e progetti, non resisto e gli pongo un’altra domanda – nonostante gli avessi promesso di aver finito circa tre risposte fa.
Ma quando hai capito che ce l’avevi fatta? «Nel 1991, quando ho avuto la mia prima stagione da solo in una discoteca a Capri. Mio padre era profondamente contrario, sperava diventassi ingegnere. Nonostante le sue raccomandazioni forzate, io cocciutamente mi ci sono gettato con tutta la mia energia, perché sapevo che era quello che volevo». Fa una pausa. «La grande gioia è stata sapere che poi lui era diventato il mio più grande tifoso. Però ci sono voluti anni».
Anni dopo, il tratto del pennello è ancora in movimento: il cerchio di Dozzy, come l’ensō, non si chiude mai del tutto – e sta lì, in quel piccolo spazio lasciato aperto, la ragione per cui ogni onda che torna ha ancora qualcosa da insegnare.
