Il backstage del privilegio

La lotta invisibile delle lavoratrici e dei lavoratori del cinema italiano

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Viviamo in una società frenetica che ci spinge ad organizzare ogni minuto della giornata, a compartimentare il tempo. Il lavoro, la vita sociale e il cazzeggio sono scanditi molte volte con precisione maniacale e separati con colori diversi sull’agenda dello smartphone.

Maria, una giovane assistente alla regia è prossima a iniziare un nuovo progetto: ha organizzato la sua vita privata per i prossimi due mesi, sa che non avrà tempo per gli affetti e le amicizie ma sa anche che fa parte della natura stessa del suo lavoro. Ha già rifiutato altre proposte di ingaggio, sicura del suo prossimo impegno.

Nel frattempo la pre-produzione, la macchina organizzativa complessa che c’è dietro ogni film o serie, è già nella fase avanzata di preparazione. Sono infatti in corso gli ultimi sopralluoghi con regia e fotografia, il reparto di scenografia sta ultimando i ritocchi nella location principale e gli attori e le attrici stanno ripetendo le prove costume. Tra pochi giorni inizierà la produzione del film, il set si animerà di centinaia di persone e si accenderanno proiettori, macchine da presa e microfoni. Il tempo nella vita reale, quotidiana, si sospenderà. Tutto ciò che è fuori dal set non avrà spazio nell’agenda colorata da un solo colore.

Succede però – più di frequente di quanto possiate immaginare – che il film o la serie salti la settimana prima di iniziare le riprese: immaginate la frustrazione e i danni correlati. Da un momento all’altro l’agenda di Maria, piena e colorata, si svuota. Purtroppo quel vuoto non sarà facile da riempire in poco tempo e Maria si ritroverà catapultata in un tempo sospeso, frustrante, insano.

Una percezione falsata di privilegio

Tappeto rosso, flash, ostentazione del benessere. Privilegio. Un Immaginario fatto di abiti firmati e selfie felici che idealizza una dolce vita che sembrerebbe esentare chiunque ne sia coinvolto dai problemi della vita reale. Ma se spegniamo i riflettori e spostiamo lo sguardo verso chi quel tappeto rosso lo stende, chi lavora sul set o chi organizza la produzione lo scenario cambia drasticamente. Per chi lavora nelle troupe cinematografiche la realtà non è un film, ma una sequenza di precarietà, instabilità, mancanza di welfare e negazione di diritti che altrove sarebbero scontati.

Per l’opinione pubblica lavorare nel mondo del cinema non è di certo un “lavoro vero” ma un privilegio, al massimo un hobby per gente ricca di famiglia. “Sei fortunato”, “ti diverti”, “vedi posti meravigliosi”: questa comune percezione sembra privare un’intera categoria del diritto di esigere tutele, perché con il presunto privilegio non si paga l’affitto. Un lavoratore generico ha – in media – un contratto da otto ore al giorno in un luogo fisso, gode di tutele contrattuali e di un sistema di welfare riconosciuto; un lavoratore del cinema, invece, affronta turni di almeno nove/dieci ore, spesso in trasferta e lontano dagli affetti, totalmente privo di ammortizzatori sociali e forme di welfare. Si può arrivare a lavorare anche più di 70 ore in una settimana, talvolta senza neanche vedersi riconosciuti degli straordinari, con regole che si collocano tra il Far West e il caporalato 2.0.

Questa percezione falsata di “privilegio” funge da silenziatore sociale: se l’opinione pubblica ti crede un privilegiato, la tua protesta viene vista come il capriccio di un’élite viziata, non come la rivendicazione di operai della cultura. Basta leggere i commenti di alcuni utenti sotto a post e articoli che parlano delle nostre lotte: è così che siamo diventati fantasmi senza voce, tormentati da criticità che si vogliono tenere nascoste a ogni costo.

L’attuale crisi nasce da carenze tanto politiche quanto sociali: da una parte una visione istituzionale miope e ideologica, dall’altra l’incapacità (o la mancanza di volontà) di rinnovare il CCNL di riferimento fermo al 1999.

Per un’ormai evidente volontà egemonica, l’ex ministro Sangiuliano prima e il ministro Giuli poi hanno di fatto paralizzato il settore. Il loro obiettivo era ridurre l’influenza della sinistra sulla cultura italiana, ma senza offrire alternative: l’operazione è perfettamente riuscita, il paziente è morto. Due anni di decreti per riscrivere le regole del tax credit, ricorsi, decreti correttivi e ritardi sui finanziamenti hanno letteralmente annientato un’industria più o meno florida che generava introiti per lo Stato con un moltiplicatore conclamato di tre euro per ogni euro investito, senza contare i milioni di euro in indotto persi. 

Le poche piccole e medie imprese riuscite a sopravvivere sono ormai in ginocchio, prive di strumenti per produrre soprattutto film indipendenti o opere prime. “Ma tanto i film italiani sono brutti e nessuno va più a vederli, meno male che ci sono gli americani e le piattaforme”, come ci capita di sentir dire, e infatti l’unico strumento che il Ministero della Cultura non ha toccato è il tax credit internazionale – alla faccia del Made in Italy. 

Chi potrebbe alimentare oggi le casse di Cinecittà? Chi può far fronte alle spese degli investimenti fatti negli ultimi due anni? L’intento era quello di attrarre investimenti esteri, produzioni internazionali di prestigio che però, nella pratica, arrivano in Italia per ottenere fondi statali e generare un mercato del lavoro riservato a pochi: massima spesa, minima resa. A causa delle politiche incerte anche gli istituti bancari hanno iniziato a non garantire più liquidità, né per le produzioni nazionali né per quelle internazionali.

È in questa frattura che si risveglia il senso di lotta collettiva: nascono infatti dei movimenti spontanei di lavoratrici e lavoratori che decidono di impegnarsi attivamente nella ricostruzione del settore, anche guardando a nuove forme di lotta sindacale. Oggi il sentimento che si respira tra le maestranze è di rabbia più o meno lucida, di una nuova consapevolezza: se un tempo si accettava in silenzio questa situazione in cambio di possibilità di lavoro, oggi le nuove generazioni non ci stanno più. La lotta per il rinnovo contrattuale non è solo una questione di busta paga, è una questione di dignità; rivendicare il diritto a non lavorare 11 ore al giorno significa rivendicare il diritto a una vita fuori dal set; chiedere un sistema di welfare e ammortizzatori sociali in un contesto lavorativo naturalmente intermittente non può essere utopistico.

La lotta delle maestranze del cinema è la lotta di chiunque si rifiuti di essere considerato un privilegiato solo perché ama quello che fa ed è, soprattutto, la lotta per una cultura libera e democratica, contro qualsiasi forma di prepotenza egemonica. Anche il pubblico ha un ruolo fondamentale: smettere di guardare al cinema come a un mondo fatato e iniziare a considerarla un’industria spesso usurante è il primo passo, preferire le proiezioni in sala allo streaming è il secondo.

La prossima volta che vedrete i titoli di coda di un film, fermatevi a leggere quelle centinaia di nomi che scorrono veloci mentre la gente si alza e lascia la sala: dietro ognuno di essi c’è un professionista che sta lottando anche per voi, restando faticosamente in piedi in un mondo che lo vorrebbe solo come comparsa silenziosa.

di Gigi Piepoli (Gigi Piepoli)

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