Ie chess la realdà: l’arrivo dell’Hip Hop a Bari

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Con i contributi di: Giuseppe Albergo, Giuseppe Misurelli, Giovanni Facchini, Vito Sante Andrea Longo, Davide Albergo

Nello slang newyorkese degli anni ’70, to hip stava per to know, letteralmente avere consapevolezza e to hop per to do, ossia fare, muoversi. L’hip hop, nato a New York alla fine degli anni ’70, vuol dire dunque muoversi perché si ha coscienza del proprio posto nel mondo o, in altre parole, ballare tra le macerie. A muoversi sono lə ragazzinə afro e ispanoamericanə, in un contesto urbano profondamente malato: l’inferno del Bronx. Di fatto, inferno. Il quartiere, soprannominato Burnin’ Bronx, era una volta abitato dalla classe media bianca statunitense. Alla fine degli anni ’50, il quartiere venne sventrato dall’autostrada progettata dall’urbanista Robert Moses, strada ad alto scorrimento che avrebbe dovuto aiutare a lenire la congestione del traffico del Financial District. Questa operazione urbanistica aggressiva, che si basò sulla distruzione di infrastrutture primarie quali scuole o ospedali e sullo sfratto di migliaia di nuclei familiari, si tradusse nella trasformazione del Bronx in un quartiere privo di servizi essenziali. Durante gli anni ’70, si caratterizzava per una popolazione prevalentemente nera e ispanoamericana. L’invasione dell’eroina che si accompagnava a una violenta lotta tra gang – circa un migliaio alla fine degli anni ’70 – insieme all’immagine dei palazzi dati alle fiamme per riscuotere i soldi delle assicurazioni costituivano il simbolo di una realtà relegata ai margini. 

L’hip hop nasce nel Burnin’ Bronx per generare spazi di aggregazione al di fuori delle logiche del mercato musicale delle disco – troppo costose per lə ragazzə del Bronx – e degli scontri tra gang. Questo avveniva tramite i Block Party: feste in luoghi abbandonati in cui le neonate quattro arti dell’hip hop, DJing (l’arte del mixare i dischi), MCing (l’arte del parlare ritmicamente e in rima su una base), Writing (l’arte dei graffiti) e Breaking (l’arte del breakdancing), si fondevano senza soluzioni di continuità per lasciare un’impronta creativa in un luogo apocalittico e costruire prospettive di vita diverse dal degrado e dalla violenza. In questo contesto di guerra urbana, l’unica alternativa capace di portare una tregua era l’hip hop, ed è per questo che Dj Afrika Bambaataa, nel suo leggendario pezzo Unity con James Brown, riassume in questa fortunata formula il senso dell’hip hop: peace, love, unity and having fun!

 

Dagli albori all’esperienza delle Fucine Meridionali

Bari, anni ’80. Questo decennio segna l’inizio del cammino di molti sulla via dell’hip hop. L’Italia, lontana un oceano dal Burnin’ Bronx, riceve le novità culturali internazionali sempre con ritardo. Bari, a quel tempo, non ha una scena hip hop, solo sparuti appassionati. Di questa fase embrionale abbiamo parlato con i Poeti del Quartiere, un gruppo di rapper baresi nato nel 1992. «Alla fine degli anni ’80» dice Cipresso, «si faceva veramente fatica a trovare qualcuno a cui piacesse l’hip hop. Tant’è che io e lui [Lesto, altro membro dei PdQ], ci siamo conosciuti semplicemente perché, passeggiando per il mio paese, avevo visto questo ragazzo con una toppa dei Public Enemy dietro al giubbotto di jeans».

Il primo esplosivo ingresso della cultura hip hop in Italia avviene per mano di qualcuno che, paradossalmente, non verrebbe mai oggi citato fra i primi come rappresentante della cultura hip hop italiana: «un grosso volano l’ha fatto Jovanotti in Italia, ha portato un po’ queste sonorità funkeggianti alla ribalta». Questo, assieme alle prime radio dedicate come Radio DeeJay, hanno costituito il primo contatto per molti che, poi, hanno cominciato a conoscerlo sempre di più. È un periodo difficile, gli spazi sono pochi. Ci dice Giuan, di Hip Hopera Foundation: «Il centro sociale più importante che abbiamo avuto a Bari è stato sicuramente Fucine Meridionali, quello che si trovava in via Devitofrancesco, dove c’era anche l’ex parcheggio AMTAB. In realtà, prima di quello ce n’è stato un altro che si chiamava La Giungla, al quartiere Stanic. Diciamo che quello è stato l’incubatore della scena, sia reggae — reggae e ragamuffin inizialmente — sia poi di quella hip hop che è venuta subito dopo. Le prime scene musicali antagoniste a Bari sono state quella punk e quella reggae. Bari detiene un primato relativo proprio a questo: il padre del raggamuffin italiano è Militant P, di Japigia, fondatore del Sud Sound System. Fu lui a creare qui a Bari, inoltre, uno dei primi gruppi reggae italiani: gli Struggle. Da quel punto zero ne nacquero altri, tra cui i Different Style che vedevano al loro interno artisti altrettanto importanti come Nico Mudu, Rosa Paeda e Mimmo Superbass.  Queste realtà funzionarono da aggregatore, attirando sempre più persone, alcune delle quali cominciavano a fare rap. Tuttavia, in ottica strettamente Hip Hip, il centro sociale che ha contribuito maggiormente a creare eventi che sono rimasti nell’immaginario collettivo è senz’altro il Coppola Rossa di Adelfia».

 

La West Coast e nuove sonorità

Dal ’94 le sonorità dell’hip hop oltreoceano subiscono un radicale cambiamento e alleggerimento: i campionamenti crudi della East coast, derivati da sonorità molto più incentrate sulla sezione ritmica e poco su quella melodica, si affiancano nuovi sounds, nati nella West Coast che campionando il P-funk dei Parliament alla musica dance portano per la prima volta il rap al centro dell’attenzione.

Come ci spiega Lesto, rapper dei Poeti del Quartiere: «La svolta che ha portato al grande pubblico il rap è stata l’esplosione della West Coast con il gangsta rap ed il G-Funk. Le basi funk erano diventate l’ideale per i passaggi radiofonici e per aprire le serate in discoteca». 

Proprio in questo periodo a Bari, cominciano a nascere i primi spazi più strutturati. L’hip hop riesce ad avere, anche se involontariamente – con le parole di L’Egitt rapper de L’amiish d’abbash, «noi non avevamo bisogno di luoghi precisi, Walino iniziò a fare break sotto i portici in stazione» – un ruolo centrale nella proposta culturale di questi spazi. Si osservò in quegli anni un vero e proprio rinascimento, dagli «iconici» locali commerciali di via Abbrescia che presentavano line up artistiche con sempre più rapper, alle occupazioni, sia universitarie come Il Gabbiotto sia itineranti, come fucine meridionali. Di Fucine ci racconta Reverendo, rapper del collettivo Zona 45: «L’anno prima dell’occupazione, noi eravamo già in crew con i Sud Sound System e facemmo un’occupazione leggendaria in Salento chiamata la Mantagnaya a cui parteciparono Neffa e Sangue Misto. Dopo due anni dentro Villa Capriati, fummo cacciati e ci spostammo nei depositi Amtab in zona industriale, dove avevamo fatto un palco enorme che ospitò concerti pazzeschi. […] Noi a Fucine in quegli anni riuscimmo a portare il primo sound system in Puglia da Londra». 

 

Zona 45, Pooglia Tribe e L’amiish d’abbash

Negli anni ’90 Bari viene da «un periodo di crisi culturale simile a oggi» dice Reverendo, e iniziano a emergere locali che attirano a sé la scena musicale. Il rapper di Zona 45 menziona il Fetz, «l’ultimo vero club di musica dal vivo, importante non solo a Bari, ma in tutta la Puglia e uno dei più importanti del Sud Italia. […] Immaginate che noi abbiamo avuto la fortuna di suonare di spalla a gruppi come The Roots, abbiamo visto dal vivo Jazz Matas con Guru, Gil Scott-Heron, poi tutto il Pantheon dei musicisti jazz che erano stati poi campionati dai rapper».

Luoghi per djing vero e proprio non ci sono ancora, ma iniziano a essere frequenti le jam session, momenti in cui musicisti si riuniscono e fanno musica improvvisata, su cui gli MC rappano e portano il loro stile davanti a un pubblico. In questo momento storico nasce Zona 45, composto dai fratelli Occhiofino (Reverendo e Torto), Tone e Lozio. La formazione è insolita per quegli anni: «La nostra particolarità era che suonavamo: avevamo il dj, ma anche batteria, basso, tastiera Rhodes» dice Reverendo, «siamo cresciuti in un ambiente musicale molto vicino al jazz infatti all’interno del disco della Zona 45 c’è Gianluca Petrella» aggiunge invece L’Egitt, citando il  noto trombettista barese.

Nel 1995 viene pubblicato il loro primo EP Fine Millennio, per Reverendo, «il primo disco di hip hop a Bari». Al suo interno il pezzo Aria che viene inserito in una compilation francese e permette agli Zona 45 di andare fuori dai confini nazionali. Quattro anni dopo proseguono con l’LP 30 denari, «nel disco» dice Reverendo «c’è un pezzo chiamato Pooglia Tribe: da lì nasce il collettivo» che segnerà l’epoca d’oro dell’hip hop pugliese, quantomeno da un punto di vista di risonanza nazionale.

Riuscire a elencare in maniera precisa tutte le personalità passate nei PT non è un lavoro semplice, vista la fluidità della crew, ma sicuramente vale la pena menzionare: Brian Ferrar, Cafone, Kosmisky e Mostrino (Casa Del Fico), L’Egitt e Topofante (L’amiish d’abbash), Moddi, Paolo Iannattone, Santecà, Tony Fine e Sapp’ Sian (Sona Sle), Tecà, Toorbo Yamabushi, Tuppi B, Zizzed, Reverendo e Torto (Zona 45).

Nel 2000 i Pooglia Tribe pubblicano il disco che porta il nome del collettivo con l’etichetta degli Articolo 31, Spaghetti Funk, riscuotendo un discreto successo a livello nazionale e «raggiungendo il primo posto nella classifica dei brani rap italiani più venduti con il singolo Cime di rap». L’album, in dialetto, mischia le sonorità rap con quelle reggae e trae la sua forza dagli stili dei diversi collettivi pugliesi che si fondono per creare una commistione che valorizza le differenze con una forte identità coesa.

Il collettivo non si riunisce più per altri lavori, fatta eccezione per alcuni suoi membri che pubblicano Apulians, nel 2009. Lə variə artistə proseguono le loro carriere in diversi collettivi o come solistə, continuando la produzione di album, tra cui vale la pena citare Dal Basso Verso L’alto de L’amiish d’abbash uscito nel 2001. Al suo interno hit in vernacolare come Problem e Adaxi!, gli scratch di Dj Tuppi B e la collaborazione di artisti del panorama pugliese come Bob Marcialledda.

 

Gli spazi cominciano a essere chiusi: gli home studios

Una scena hip hop così florida come quella che caratterizzava Bari negli anni ’90, non poteva che generare connessioni, conoscenze, comunità solide forti di talenti riconosciuti non solo a Bari, ma anche in Italia. In altre parole, Nico Walino Antonacci non è che una conseguenza naturale del fermento culturale portato dall’hip hop nel barese. Classe ’81, Walino nasce nel quartiere San Paolo di Bari, una zona liminale tra Modugno e Bari, in continuità con la zona industriale. Costruito come quartiere dormitorio per i lavoratori delle fabbriche vicine, finisce per diventare una zona marginale ancora oggi drammaticamente carente di servizi. Questo contesto è l’humus da cui Walino trae la forza delle sue barre, la potenza della sua denuncia sociale. 

Come afferma lui stesso durante l’intervista con Bari Ora del 2020, entra «in contatto con l’hip hop per la prima volta nel 1993 a Specchiolla, assistendo a una battaglia tra breakers». Così decide di gettarsi nel mondo della breakdance. Il debutto come rapper avviene invece nel 1995 al pub Parsifal di Bari, durante una cypher organizzata dai Pooglia Tribe. Ma è nel 2010 che esce il pezzo «simbolo del rap barese» come afferma Reverendo, e che lo consegnerà alla leggenda: Ie chess la realdà. Un pezzo di decisa critica sociale che descrive e racconta la realtà delle case popolari baresi: «centomila storie dentro ‘sti portoni / la Bibbia sul comodino sotto al lume / nella casa in silenzio si consuma». 

Il suo è un rap caratterizzato da un solido nucleo militante ma mutaforma nello stile, che riesce a parlare anche mediante le sonorità delle nuove generazioni. Emblematico in questo senso è Cheyenne del 2020, prodotto dal giovane producer KD. L’impegno di Walino nel sociale va oltre la musica e si traduce in una progettualità tutta hip hop capace di generare aggregazione, percorso che trova il suo culmine nell’apertura dell’Accademia delle Arti di Strada, allo scopo di mettere a disposizione dellə ragazzə laboratori di hip hop. Muore il 16 luglio 2023, a soli 42 anni.

Altro rapper barese caratterizzato da un’impronta decisamente politica è stato Moreno Monkey/Scimmiotto Bellino, attivo dal ’98 alla fine degli anni ’10, MC dei 16 Monkeys Armata, progetto rapcore elettronico frutto di una continua sperimentazione e ibridazione tra vari generi musicali underground. A non far perdere Moreno nella giungla di rap, tribe, breakbeat e drum&bass, c’erano la rabbia e il riscatto, la rivoluzione metaforica in un allucinante extrabeat. Detto con le sue parole: «se gli uomini si estinguono, la scimmia non si piega al sistema!». Anche nel caso di Moreno, l’impegno militante non si estingueva nei pezzi, ma si estendeva nella ricerca continua di spazi politici di aggregazione: il suo legame con l’Ex Caserma Rossani Liberata (spazio di autogestione occupato nel 2014), i primi live, i video e i testi creati lì, trovarono un’eredità nella sala registrazioni dello spazio occupato che fu nominata in suo onore dopo la sua prematura morte.

Questa sala registrazioni non esiste più, come non esistono più numerosi spazi dell’Excaliber, sottratti all’autogestione dalle varie amministrazioni che si sono succedute a Bari. Questo, si potrebbe dire, è sintomatico del progressivo e generalizzato attacco agli spazi di autogestione da parte della politica di palazzo. Uno svuotamento degli spazi, a Bari, non ha riguardato solo l’hip hop: la città ha visto, nei decenni, una drammatica perdita nei suoi spazi aggregativi e creativi che non fossero legati ad attività commerciali di lucro. Il rap ne ha risentito e ha assorbito questo cambio: dagli studi di Walino e gli spazi occupati di Moreno alla situazione attuale nella quale, si tende sempre di più a fare musica a casa, nei cosiddetti home studios. In questa maniera, il rap si caratterizza sempre di più come costola asociale dell’hip hop, tradendo il senso originale, comunitario, della cultura.


La scena Break a Bari

Nei primi anni 2000 la scena breakdance a Bari si espandeva soprattutto per passaparola. Imparare tecniche e passi era difficile: le principali fonti erano video YouTube a bassa qualità, film e l’osservazione di breaker più esperti. Già prima del 2000 alcune crew insegnavano e organizzavano eventi, tra cui i Funk Warriors, crew di BBoy Slep. Bboy Flame, breaker barese ad oggi membro della crew Fahrenheit 75, ricorda: «Tutti i bboys che ci sono, sono usciti da Slep» e «Slep era quello che ha creato tutto il breaking in Puglia».

La principale difficoltà era la scarsità di eventi, sempre Flame ci racconta: «fin da piccoli, è sempre stato così […] i contest erano tutti fuori, e noi andavamo a Roma, Bologna, Milano, Napoli…». Questo limitava la costruzione di una identità comune. Zefir, della crew BGF spiega: «È una piccola città, quindi hai un piccolo movimento. Rispetto a Milano e Roma che con più persone creavano più confronto, connessione e presenza di crew diverse».

Infatti non si può identificare uno stile barese, anche se si possono identificare degli stili baresi. Il breaking è un arte fisica, l’espressione dellə breaker che viene fuori dal loro flow, dallo stile e da quelle che vengono chiamate signature. Dice Zefir, «quelle che chiamiamo signature sono una firma, qualcosa di speciale, di particolare, che caratterizza il tuo modo di fare quella cosa. […] Io sono Zefir, in un passo ci posso mettere qualcosa che deve essere semplice, comprensibile, allo stesso tempo ricordi il movimento fluido del vento. La signature comune, di rappresentanza della nostra crew, è sempre stata la cresta del gallo [simbolo del Bari, ndr]. Rappresentarlo in questa maniera è come trovare nel rap il dialetto, timbro distintivo della città». 

Riferendosi poi ai Bari Got Flava, la sua crew, fondata nel 2008, composta da Zefir, Muzzle, Zeck, Goodfella, Clima e Dj Manzo: «Noi siamo sempre stati molto legati a fare le cose con stile. Quindi non tanto legati solo alla tecnica, quanto a fare dei set fighi con cose originali. Studiando magari dei pattern di footwork che potessero essere più o meno difficili. E quindi diventare appunto, Bari Got Flava per davvero, con flavor. Ognuno di noi, se ci guardi ballare, ha il suo modo di farlo: se ci vedi ballare ci riconosci. Sai che quello è Zeck, quello è Zefir, quello è Muzzle, quello è Goodfella, eccetera. Perché ognuno di noi ha studiato e costruito il suo breaking su un’idea di come si fa» e anche il nome stesso della crew serve «per avere un faro. Nel senso che tu sai che lo fai perché lo stai facendo per te stesso, ma anche per rappresentare in qualche modo la tua crew e la tua città». 

La situazione cambia con la nascita di nuove crew, tra cui i Bari Got Flava. Zefir racconta: «Abbiamo dato vita agli eventi che ci sono stati in tutti questi anni, grandi e piccoli, per bambini e adulti. Ci è sembrato giusto dare la possibilità di apprendere ciò che noi abbiamo dovuto cercare e imparare, cercare di dargli valore nella nostra città per quelle che potevano essere le nuove leve. Questa è la crescita che la cultura hip hop ti dà: ti fa crescere e fa crescere una comunità».

Luoghi importanti erano ad esempio i portici cosiddetti dell’Executive, su via Amendola . Zefir ricorda: «io ho cominciato ai campetti rossi di Bitritto, poi a Bari c’era un piccolo movimento, quando avevo 16 anni, di skater, che venivano sotto i portici dell’Executive, ogni tanto venivano i Funk Warriors, c’era un movimento di breaking, c’erano altre persone che facevano freestyle o scrivevano i testi».

Nel tempo è aumentata la disponibilità di spazi per allenarsi. Zefir spiega: «Col tempo siamo passati dalla strada a luoghi più confortevoli viste anche le conoscenze ottenute grazie all’insegnamento nelle diverse strutture del territorio, anche se abbiamo sempre un po’ prediletto il poter stare per strada. I portici sono sempre rimasti un posto dove andarsi ad allenare a prescindere da tutto. Non si è mai persa, per noi, quella connessione con la strada».

Oggi la scena barese è meno attiva rispetto al passato. Flame osserva: «fondamentalmente non è che ci fai soldi, con la breakdance. Non sei il calciatore, il pallavolista, quello che gioca a basket, non hai chissà quale grande futuro, quindi molti dicono, ma a me chi me lo fa fare?». Tuttavia, alcuni continuano perché, come aggiunge Flame: «la si vive come riempimento dell’anima, riempimento di spirito, riempimento di altre emozioni. Non ci fai i soldi, ma comunque ti dà tanto, ti fa capire tanto nella vita… D’altra parte chi capisce il motivo per cui lo fai, capisce poi l’essenza del breaking».

di Laredazione (Associazione La redazione)

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