Ie chess la realdà: Bari e l’Hip Hop, l’Hip Hop e Bari

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Con i contributi di: Giuseppe Albergo, Giuseppe Misurelli, Giovanni Facchini, Vito Sante Andrea Longo, Davide Albergo

Nello scorso nucleo ci siamo concentrati sugli albori della sottocultura Hip Hop barese: la parabola intergenerazionale che l’ha condotto, da un piccolo gruppo di aficionados totalmente apolidi a metà degli anni ’80, fino a una scena strutturata e funzionante alla fine dei ’90. Questo lungo viaggio, quasi ventennale, spianò la strada a una nuova trasformazione, l’ingresso della scena Hip Hop barese nella sua modernità, con accadimenti e protagonisti i cui exploits sono determinanti per comprendere il presente, e il futuro, di Bari e l’Hip Hop.

 

Nano, Toki e Jungle Brothers

Con l’arrivo di YouTube, e in generale dei social network, iniziano a emergere nuovi rapper che non devono necessariamente passare da delle etichette: una vera e propria rivoluzione che riguarda il mondo intero e che ha i suoi epitomi anche a Bari. Nuove sensazioni esplodono. Lə artistə vengono fuori all’improvviso attraverso hit che rapiscono l’attenzione degli utenti. Così acquisisce popolarità Giuseppe Toki nel 2011 con Iì sò de BBare, una pietra miliare del rap barese, ad oggi il pezzo in dialetto con più visualizzazioni su youtube. 

Il suo percorso artistico lo premierà e lo porterà, nel 2011, al Battiti Live e nello stesso anno,  su radio DeeJay. La sua lirica è caratterizzata da molte espressioni proverbiali, mescolate all’attitudine del gangsta rap. La Bari di Toki è cruda: i quartieri popolari, la criminalità, la speranza e le difficoltà a uscire da certi ambienti. Tracciare una linea precisa della sua carriera risulta complesso, ma possiamo seguire molte delle sue tappe grazie al suo canale YouTube, la cui produzione però si interrompe tre anni dopo il suo picco. Nel 2021 Toki viene ritrovato morto da suo padre nella casa in cui convivevano in circostanze su cui si indaga ancora.

Sempre nel 2011, e sempre attraverso YouTube, emerge Max Il Nano, uno dei volti più noti tra rapper di quegli anni a Bari. In un’intervista per Throw Up afferma: «La mia passione per l’hip hop nasce quando avevo 12 anni: vedendo i Bomfunk Mcs al Festival Bar, così scoprii la breakdance e iniziai a ballare. Poi qualche anno dopo iniziai a scrivere le rime». 

«Max» dice Reverendo, «ha fatto delle cose importanti, dei numeri importanti e quello è stato un altro momento di svolta del rap», le sue rime raggiungono milioni di persone grazie a singoli come Japr l’Ekk, La di’ d la rapin o Tiarombupallon. Max il Nano racconta di Bari e del suo quartiere, Japigia, usando spesso toni ironici che parodizzano l’immagine del rapper gangsta, ma allo stesso tempo rimane ancorato alla realtà parlando delle difficoltà più drammatiche della vita di strada.  La sua attività di rapper è molto prolifica, in quegli anni pubblica tantissimo. Tra i suoi mixtape si possono citare Radici Italiane e U.B.C.U.V.F., al cui interno figurano nomi, all’epoca emergenti, ma che oggi fanno parte del rap-pop mainstream italiano: Enzo Dong, Ernia, Fedez, Ghali, Jack the Smoker, Jake la Furia, Lazza, Sick Luke, Sfera Ebbasta e altri. Col tempo la sua produzione cala, esplodendo però nuovamente nel 2020, con Madama, Tagadà featuring Miss Fritty e un inedito per RealTalk. Nel 2022 interrompe le pubblicazioni musicali e inizia a dedicarsi a tempo pieno alla professione di tatuatore. 

Il Nano fa anche parte di un’esperienza intergenerazionale: con lui Miss Fritty, Reverendo, Tony Chill, Torto,Ufo e Walino fondano il collettivo Bari Jungle Brothers. Nei due dischi Rime Patate e Cozze (2014) e Moh (2016) fanno del rap con sonorità più funk, facendo riferimenti agli elementi pop della tradizione barese. Tra gli altri collaborano anche con J-Ax e Clementino.

 

Dal 2016 a oggi: la trap

Nell’ultimo decennio, la scena hip hop ha subito dei cambiamenti abbracciando quasi completamente le sonorità e gli stilemi della trap. Di questo abbiamo parlato con Fabio, in arte Thunderboy, giovane producer che ha partecipato alla realizzazione dell’album NON SONO GESU’ di Rrari dal tacco, giovane rapper di fama nazionale nato nella provincia di Bari.

Dice Fabio: «il suono è un po’ cambiato. Per esempio, nell’hip hop che possiamo considerare oggi della Puglia, il sound è un po’ più elettronico, mentre prima era un sound proprio crudo. D’altronde, la versatilità è uno degli elementi dell’hip hop oggi soprattutto a Bari: dove prima l’autotune veniva utilizzato veramente per correzioni minime della voce, ad esempio, ora è fondamentale». Assieme a Fabio il discorso cade su Profondo sud, un collettivo di artistə che cerca di rivendicare le proprie radici: «loro, sia Kid Yugi, sia Rrari, sia Lil Parta, fanno tutti leva su questo, perché è una questione di appartenenza: noi veniamo da un posto che per tanti anni non è stato tenuto molto in considerazione. Le cose che capitano a noi sono le stesse che sono capitate a Napoli, che sono capitate al Nord, insomma dappertutto. È una cosa super importante e neanche troppo facile, quella di portare in alto la propria città o le proprie radici come molti dicono. Non è una velleità artistica che passa così facilmente, ed è proprio quello che loro vogliono rivendicare».

 

La scuola barese non esiste, esistono delle eccellenze

Tentare di inquadrare una cifra stilistica e una marca contenutistica tipica della scuola barese del rapping ha prodotto risultati inaspettati. «Non si può affermare che il rap barese abbia una connotazione veramente diversa» dice Giuan di HHF. «Dell’hip hop abbiamo compreso a pieno alcuni messaggi, altri un po’ meno, esattamente come in tutto il resto del mondo». Facendo poi riferimento alle immagini tipiche del rap barese, «tutta questa deriva del ‘rap culinario’ è una serie di stereotipi che molti di noi [la vecchia scuola, ndr] hanno lasciato perdere perché fortemente sovraesposto e limitante». Poi aggiunge, «Certo, una cifra della scena barese potrebbe essere la commistione con altri generi, come il raggamuffin».

Skid, invece, parte da una prospettiva diversa: «Più che di una scuola barese, bisognerebbe parlare della dimensione in più che aggiunge il dialetto al rap barese. […] L’uso del dialetto ha caratterizzato tanto il nostro rap, sia tecnicamente, perché fondato su parole tronche e spesso accentate che favoriscono gli incastri e la fluidità delle metriche, sia per quanto riguarda l’identità e le radici di chi scrive. Tutto questo ovviamente non riguarda solo Bari, ma la Puglia (con esempi straordinari che vanno dalla Capitanata, alla Valle d’Itria, fino al Salento) e più in generale tutto il Sud Italia.

Il tema del vernacolo lo affronta anche Reverendo, partendo dal rapporto contraddittorio che esiste tra mainstream e dialetto: «Molto spesso quando i rapper arrivano in alto, scendono a compromessi e abbandonano il dialetto barese. Ma altrettanto spesso, questi decidono di tenerlo e poi qual è l’immagine che si consegna del dialetto barese?». La riflessione di Reverendo continua con una distinzione tra «stereotipo, cioè la banalizzazione di quelli che dovrebbero essere i tratti tuoi costitutivi, e l’archetipo, il vero elemento identitario e culturale» che non ha necessariamente bisogno di simboli per essere raccontato. «La birra sul mare, il polpo, le solite cose: le abbiamo vissute 30 anni fa […] adesso c’è magari qualcosa di nuovo da dire?» 

Conclude affermando che «lo stereotipo produce stereotipi, l’archetipo produce cultura». C’è da chiedersi, allora, se in una scena rap mainstream che è sempre più ghiotta di dialetto, questo rappresenti ad oggi una forma di resistenza o di conformismo totale: «l’industria tenterà sempre di sussumerlo. Secondo me, ad oggi, esistono delle sacche di resistenza molto forti del dialetto».

 

L’hip hop ha bisogno di spazi, fisici e intergenerazionali

Ci troviamo in un momento storico nel quale più che mai, in ogni ambito della società, sta emergendo una mancanza di spazi comuni, gratuiti, condivisi, dove persone di diversi background culturali e generazionali possano incontrarsi liberamente. Più che mai, con l’avvento dei social la società ha subito un processo di atomizzazione, con la quale gli individui vedono sempre più venire meno la loro rete diretta e circolare, sostituita dalla rete, un luogo incorporeo, spesso manipolato che, invece di connettere non fa altro che fornire l’illusione di una connessione, le cosiddette social bubbles.

È nulla se non che naturale, nella nostra ricerca, come questa mancanza sia emersa vigorosamente anche nella dimensione dell’hip hop. Questa sottocultura, definizione che si rivendica fieramente come riconoscimento della sua natura contro, ha vissuto negli spazi, in essi fondamentalmente è nata. Spazi dimenticati, trascurati, spazi che erano stati relegati al second’ordine, per i cittadini di second’ordine. L’hip hop è stato prima di tutto l’impulso rivoluzionario di riappropriarsi di spazi fisici, spazi mediatici, spazi di collaborazione invece di competizione contro il vangelo capitalista americano della sopraffazione. È stato in luoghi come questi, anche a Bari, che l’hip hop ha potuto sbocciare e crescere.

La tempesta dell’isolamento non ha risparmiato la città, e coi decenni questi luoghi sono stati via via marginalizzati ed eliminati. Il risultato particolare di questa perdita riflette linearmente ciò che è stato il risultato generale: come i capponi di Renzo, contendersi quei piccoli palchi residui è divenuto più importante di tramandare il proprio sapere, il dissing è assurto a forma espressiva primaria e caratteristica, sintomatica di uno schema di pensiero dove ogni comunicazione è sfida, ogni interazione è lotta. Ognuno per sé, resta arroccato su torri d’avorio chi è riuscito a raggiungere il successo, e chi si affaccia a questa arte, è spesso costretto a imparare tutto da solə, senza guide o esempi; una fenice che muore e rinasce a ogni generazione, senza memoria, affrontando gli stessi problemi e ignorando l’esperienza di chi è venuto prima.

L’hip hop ha bisogno di spazi comuni. L’hip hop barese ha bisogno di luoghi fisici dove incontrarsi, guardarsi in faccia, dove lə esponentə delle varie arti possano tornare a dialogare. Saper costruire questi spazi, o meglio ricostruirli, è la sfida della nostra generazione e lo spartiacque fra la fine o la rinascita non tanto di singoli, quanto di una sottocultura hip hop.

A ben vedere però, e ciò è emerso quasi sempre ogni qual volta che si tentava di tirare le somme sul passato e di immaginare una prospettiva futura, una carenza di spazi fisici non è sufficiente a dare una chiave di lettura complessiva. Ogni generazione, nonostante i legami recisi con quella precedente, ritrova l’hip hop nelle sue molteplici e mutevoli forme. Se da un lato questo conferma la potenza dell’hip hop come strumento rivoluzionario proprio perché alla portata di tuttə in qualsiasi spazio-tempo, dall’altro evidenzia una ferita sistemica presente all’interno della comunità hip hop: la frattura intergenerazionale.

Una divisione, questa, che manifesta un sintomo specifico nei cambiamenti che avvengono in maniera graduale a partire dagli anni 2000. «Ci aiutava che c’erano tante jam, si suonava molto» ci dice il veterano L’Egitt, «era un momento in cui si suonava molto di più di oggi. C’erano tanti luoghi che accoglievano la musica e l’hip hop. Oggi c’è un po’ più di uniformità nel linguaggio del rap».

Di questo abbiamo parlato anche con Gebra, della Rossani Cypher, che in quanto esponente della New School afferma: «dieci anni fa, quando ho iniziato, non c’era molto questo sentimento di essere gruppo, c’era una sensazione di non poter far parte di un gruppo e cercare di sfondare nel collettivo. Adesso i ragazzi seguono un’ispirazione però lo fanno da soli». Poi conclude, su una nota amara, ricordandoci che «oggi c’è molto egoismo, molto egoismo che non ti dà frutto e non ti dà soddisfazione. Abbiamo bisogno di ritrovare il senso di comunità che c’era nei ’90».

La crepa intergenerazionale con la conseguente mancata trasmissione di conoscenze tra sponde differenti, trova terreno fertile nell’uso ripetuto di una facile dicotomia, quella tra nuova e vecchia Scuola. Accettando questa divisione, accettiamo anche processi di stereotipizzazione e stigmatizzazione reciproci, dalla testardaggine dei giovani «trappari» alla superbia e all’intoccabilità quasi sacrale degli old heads. A segnalare la natura puramente retorica che si cela dietro queste etichette c’è Skid, presidente di Hip Hopera Foundation, che ci confida che «La dimensione di vera comunità Hip Hop non l’ho vissuta realmente, purtroppo. Non ho trovato un contesto capace di creare opportunità di crescita collettiva, non ho avuto “maestri” in grado di diventare un vero riferimento e di lasciare qualcosa di importante lungo la strada. Ho assorbito dinamiche di grande conflitto e di divisione, di circolini più che di un vero movimento culturale. Ho sempre mantenuto una fame di conoscenza profondissima e volendo mettere a disposizione di chiunque voglia, ciò che imparo e comprendo, mi impegno nell’organizzazione di attività formative e di confronto aperto. Con questa visione e con la velleità di creare comunità virtuose ispirate dai valori universali dell’Hip Hop, nel 2018 abbiamo fondato Hip Hopera Foundation».

Ci racconta tutto ciò mentre beve birra seduto accanto proprio a quei «vecchi» a cui faceva riferimento, quegli che un tempo dovevano sembrare molto più vecchi di lui, e assieme ai quali ora condivide esperienze, progetti e desideri.

L’hip hop è soprattutto riconoscersi e guarirsi in maniera collettiva. Se il nostro compito è quello di ricostituire gli spazi dell’hip hop, una parte fondamentale di tale compito è quella di far sì che in questi luoghi si possano incontrare esperienze diverse che provengono da tempi diversi, per imparare ciò che l’hip hop è stato per questa città e decostruire ciò che diamo per scontato; con l’auspicio che tale incontro possa avvenire sulla stessa strada su cui Walino mangiava «pane e realtà».

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