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I teatri torinesi sopravviveranno improvvisando

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Il DPCM del 9 marzo 2020, primo a decretare la chiusura di tutte le strutture teatrali su scala nazionale, ha messo in luce la già percepibile precarietà del mondo del teatro: le proposte di rilancio che si susseguono da anni non nascondevano questa fragilità, ora diventata, a causa della pandemia, un problema ancora più urgente a cui far fronte. 

Quello della cultura è un settore che più degli altri è stato messo a dura prova da questa situazione e, malgrado le richieste dei lavoratori, sembra comunque che non siano state proposte soluzioni adeguate per tutelarlo.

La chiusura dei teatri priva artisti e pubblico del rapporto diretto che li lega e priva i primi della possibilità di lavorare, almeno nelle condizioni in cui sono abituati a farlo. Il teatro sta combattendo e lo sta facendo in molti modi diversi, talvolta discordanti tra di loro ma tutti accompagnati dalla voglia di non lasciare solo il pubblico. C’è chi, prendendo atto della situazione attuale, si mobilita con iniziative che sfidano un presente in cui il rapporto diretto tra pubblico e attori non è possibile, e chi, invece, guarda al futuro proponendo piani di rilancio volti alla riapertura in sicurezza dei teatri.

A che punto siamo con la cultura?

Uno studio dell’Agis rivela che su quasi 350.000 spettatori e spettatrici, fra spettacoli monitorati tra lirica, prosa, danza e concerti, dallo scorso 15 giugno si è registrato un solo caso di contagio da Covid-19. Questi dati sono stati comunicati dalle Asl territoriali monitorando i casi tramite l’app Immuni. Partendo dal presupposto che questa applicazione non tutti l’abbiano scaricata sul proprio dispositivo, e che questo sia quindi un dato approssimativo, è comunque un dato che non giustifica la chiusura dei teatri arrivata col DPCM del 24 Ottobre, perché li classificherebbe come “luoghi sicuri” in confronto ad altre realtà. A teatro inoltre, le occasioni di emissione di droplet (le goccioline del respiro veicolo di contagio) sono limitate, visto che durante uno spettacolo non si mangia, non si parla e si tiene la mascherina tutto il tempo.  Allora, perché chiuderli? 

La scelta riguardante la chiusura delle attività teatrali non è stata raggiunta esaminando una gerarchia di importanza ma è derivata dall’esigenza di ridurre la mobilità delle persone, spiega Franceschini, Ministro per i beni e le attività culturali, in un video pubblicato su Facebook. Si rivolge a quelle artiste e a quegli artisti frustrati per la chiusura dei teatri e dei cinema ammettendo che la rabbia è comprensibile. Risponde alle osservazioni che ha ricevuto e afferma che secondo lui non è percepito il rischio del contagio in questo momento storico. Si chiede perché questa ondata di proteste non sia avvenuta anche a Marzo, non tenendo conto del fatto che a Marzo non avevamo i mezzi e le conoscenze per svolgere determinate attività in sicurezza. 

La risposta arriva tempestiva: quattro giorni dopo, in piazza Castello, mille tra attori, ballerini, cantanti e circensi, protestano distanziati e con mascherine. “Vorremmo tornare a fare il nostro lavoro” afferma Caterina Pignasco, rappresentante dei lavoratori e delle lavoratrici del Teatro Regio, “non chiediamo nulla di più. Rispettiamo tutte le regole eppure veniamo nuovamente fermati”. “Abbiamo detto più volte di essere consapevoli che l’emergenza epidemiologica non è terminata e che la salute è un bene primario, ora ci troviamo davanti a provvedimenti che penalizzano fortemente l’associazionismo diffuso di promozione culturale e sociale” riferisce Andrea Polacchi, il presidente del Comitato Arci Torino. “Chiudere le attività culturali, sociali e ricreative, chiudere anche di giorno i 4000 circoli Arci, antidoto alla solitudine e all’impoverimento culturale e materiale, rischia di essere una decisione sbagliata  da cui molti di loro faticheranno a riprendersi.”. Queste persone chiedono aiuti, sussidi. Quello di Piazza Castello non è stato dissimile da un vero e proprio funerale, non a caso lo slogan “Volete ballare sulle nostre tombe?”. La pandemia ha fatto saltare all’occhio quelle attività che sono essenziali e quelle che sono superflue, sacrificabili: e a quanto pare il Teatro è sempre stato sacrificabile.

E’ impossibile fermare colui che agisce 

Gli esperimenti positivi sono stati tanti e in tutte le regioni d’Italia, sintomo di una cultura che non può e non vuole fermarsi. Il teatro si dimostra disposto a tutto, persino a cambiare la sua forma per approdare alle dirette streaming e alle rappresentazioni online. I teatranti non si sono scoraggiati e hanno capito quanto oggi sia fondamentale mantenere un contatto con il pubblico, anche se di tipo diverso. 

Gli esponenti del teatro torinese con cui Scomodo ha avuto modo di confrontarsi, tengono infatti a sottolineare le origini storiche e mutevoli del teatro riferendosi agli spettacoli itineranti senza l’uso di mura o di strutture fisse, con solo di ciò di cui il teatro effettivamente necessitava: le persone e il contatto con esse. Da questa consapevolezza sono nate realtà come quella di Olivia Manescalchi, Miguel Angel Acosta e Davide Pecetto che sono andati in scena in un Teatro Baretti vuoto mentre il loro spettacolo Madres veniva trasmesso in streaming su Facebook (@CineTeatroBaretti); oppure come quella di Roberta Calia ed i soci di Casa Fools, che hanno reagito all’annullamento di 19 repliche – 16 mila euro di perdite – lanciando Quarantena streaming, un varietà in diretta ogni domenica.

C’è stato poi qualcuno che si è spinto ancora oltre, immaginando un modo diverso di fare teatro che potesse garantirne la riapertura. Parliamo di Gabriele Vacis, regista e direttore della scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, che il 28 aprile 2020 pubblica sui social una lettera aperta in cui presenta un teatro flessibile. In quel post è dipinto un piano  concreto, fatto di prenotazioni online e palchetti destinati ai nuclei familiari. Nel nuovo teatro di Vacis si può sostare quanto si vuole, perché l’apertura è giornaliera e prolungata fino alle 24:00 nei giorni festivi. Tutto cambia forma: per lui non si parla più del solo evento teatrale, bensì di metateatro o teatro vivente, dove quindi l’intero processo di creazione – prove, letture, allestimento – diventa fruibile e si trasforma in spettacolo. Nel post si pensa a ogni aspetto: dai posti in piedi in platea alla presenza di maschere qualificate, si discute di aziende sanitarie locali per la sanificazione dei siti e di aiuti dal Politecnico per la creazione di un piano gestionale. Insomma, il piano per salvare il teatro c’è e sulla carta sembra funzionare. Come ci ricorda il direttore artistico del centro di formazione attori Gruppo Teatro 1 Maurizio Messana: “Il teatro è azione, l’attore agisce, ed è impossibile fermare colui che agisce”. Questo agire, se accolto, potrebbe riportare il teatro ad un approccio più coerente con le sue origini storiche, privilegiando sia le persone che fanno il teatro, sia tutte quelle che, da marzo 2020 ad oggi, hanno sofferto la sua assenza e percepito il valore sociale di questa forma d’arte. 

Dal Teatro Stabile di Torino a più piccole realtà locali presenti sul territorio, come ad esempio i ragazzi e le ragazze del TiB – Teatro in Bottiglia -, è chiaro come non sia avvenuta esclusivamente una presa di coscienza da parte del pubblico affamato di arte, ma anche come si sia creato un vero e proprio senso di unità artistica, una comunità che ha saputo, chi più chi meno, arrangiarsi e improvvisare.

Nota a margine: le problematiche non sono tutte nate con il virus. Infatti, le osservazioni fatte sui limiti del teatro hanno solo aperto un vaso di Pandora già colmo di disagi derivati dalla poca cura che si ha della cultura in Italia. Il teatro è vittima di se stesso e di un sistema che non lo valorizza. Dopo le numerose soluzioni che ha proposto per fronteggiare la pandemia, la comunità dello spettacolo -unita nelle e dalle difficoltà- denuncia la mancanza di tutele in tutto il settore teatrale. È per questo che emergono richieste chiare e precise: servono azioni più concrete e risolutive rispetto ai bonus previsti per i lavoratori dello spettacolo (Art. 38 del Decreto Legge n. 18/2020 cd Cura Italia) e, nel lungo termine, sono necessari incentivi per la diffusione del teatro a partire dalle scuole e dall’istruzione.

“Corpi che sudano dentro una storia”

Se da una parte le modalità alternative di fare teatro che sono state messe in pratica in questi mesi hanno permesso agli artisti di rimanere vicino al pubblico, dall’altra parte hanno fatto emergere la necessità di rispondere ad alcune domande sulla specificità del teatro. 

Il parere su queste nuove modalità di fruizione dello spettacolo non è unitario: c’è chi le reputa valide e chi crede che siano uno snaturamento del teatro stesso. Marta Pastorino, che ha portato nei suoi laboratori di narrativa le tecniche apprese da insegnanti e registi teatrali risponde a tale proposito: “Una parte di me risponde che il teatro si fa dal vivo, anche per strada, anche per una persona sola, ma dal vivo, anzi soprattutto non in sala […] Un’altra parte, invece, mi farebbe dire che oggi il teatro si può fare su Tik Tok. Lì accade qualcosa. I giovani performano su tutto, lo registrano e lo postano. È molto semplice, basta una situazione e un telefono. È economico e abbastanza democratico. Il punto sono i contenuti. Perché non veicolare vita e buoni contenuti usando quei mezzi? Che poi si chiami teatro, cinema, video, performance, mi chiedo se sia tanto importante.”

Non si può negare che, nonostante non manchino esperimenti teatrali alternativi che mettono in dubbio il rapporto tra attore e spettatore, tale rapporto rimanga fondamentale nella definizione classica di teatro e dunque la sua mancanza implica alcune riflessioni. A teatro gli spettatori e gli attori hanno un rapporto di reciproca dipendenza, condividono l’esperienza dello spettacolo teatrale allo stesso tempo e nello stesso luogo. Dunque se gli spettatori si identificano direttamente con gli attori, agevolati soprattutto dalla fisicità propria del teatro, gli attori dal canto loro offrono ogni volta una performance che, per quanto modellata su uno stesso copione, varia ogni volta in minima parte in quanto interazione umana. Per Marta Pastorino ‘’il teatro è due cose: rito e gioco. Per compiere un rito ci vogliono dei rituali e delle persone che condividano tali rituali. Per giocare ci vogliono ancora persone, uno spazio e regole. Non so se dimentico qualche aspetto, ma queste cose non moriranno mai.” Lo streaming teatrale non garantisce questo aspetto unico della performance e rischia di rendere il teatro un mero esperimento cinematografico. 

Pur essendo  difficile immaginare un teatro completo di tutte le sue caratteristiche in un momento in cui il virtuale è l’unico mezzo in grado di garantire la distanza tra individui, non è difficile immaginare una riflessione metateatrale che prenda atto dei limiti momentanei di quest’arte performativa e rifletta su di essi, affrontando questo momento con la consapevolezza di non poter vivere il teatro ma un suo sostituto ibrido che non valorizza le sue caratteristiche fondamentali. Ma a prescindere da questo, il teatro ha un futuro, così com’è? Marta prosegue: “È come chiedere se la chiesa ha un futuro. La chiesa ha un futuro? Quante e che tipo di persone frequentano la parrocchia e vanno a messa? Allo stesso tempo possiamo riflettere su quante forme di spiritualità la nostra cultura occidentale abbia integrato oggi. La spiritualità è un bisogno dell’uomo che trova forme che si adattano ai tempi e alle culture. La chiesa e il teatro sono burocrazie, a mio avviso. La chiesa è ferma, è fissativa e un po’ anche il teatro, invece quello che il teatro e la chiesa veicolano non si ferma, muta e resiste: la spiritualità in un caso, la presenza, la creazione viva, l’oralità e la performance nell’altro, bisogni che non muoiono. La drammatizzazione di un evento, di una storia, di un’idea, è qualcosa che accade e poi non c’è più, ma si può ricreare, attraverso certe condizioni, all’infinito.”

Il teatro racchiude al suo interno satira, ironia, passione ed emozioni. E’ fatto da persone appassionate che danno vita a cultura e intrattenimento. Esattamente per questo motivo non si può minimizzare il suo “esistere” in quei luoghi che negli ultimi mesi, per cause di forza maggiore, sono rimasti inaccessibili. Dal Teatro Stabile alle più piccole realtà teatrali, dagli artisti che si esibiscono in piazza alle proposte di grandi personalità del settore, il senso di unità artistica è sempre più concreto, nonostante le ovvie difficoltà affrontate. È dunque difficile immaginare come si evolverà la situazione e quali saranno le conseguenze a lungo termine per il mondo del teatro, ma una cosa è certa: le sue forme sono mutabili nel tempo e la sua essenza più intima, in quanto incontro tra corpi e menti, non morirà.

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