Cerca

I signori dei migranti

“La Notte nelle scuole” un progetto di Scomodo e Ariete, che indaga la notte come elemento di esplorazione dove si costruisce una parte centrale dell’individuo, attraverso racconti di giovani scrittori e scrittrici under 30 che hanno partecipato al contest “I miei segreti te li dirò di notte”, aperto fino al 10 maggio su scomodo.org/la-notte

Il 28 febbraio il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato l’apertura dei confini del Paese. Da quel momento, molti migranti e richiedenti asilo hanno iniziato a muoversi, in particolare verso la Grecia. La reazione di quest’ultima è stata la sospensione dell’esame delle varie domande di asilo, blindando radicalmente i suoi confini. Nel frattempo l’Unione Europea ha risposto prevalentemente con misure di contenimento che hanno acuito la tensione sia ai confini terrestri, che coincidono in gran parte con il corso del fiume Evros, sia sul fronte marittimo, in particolare l’isola di Lesbo, in cui il campo profughi di Moria versa in condizioni sanitarie indegne. Il risultato è un disastro umanitario che coinvolge migliaia di persone: nel giro di sole due settimane si sono verificati eventi impressionati come le morti di un bambino durante un tentativo di sbarco e di una bambina di sei anni arsa viva nel campo profughi di Moria.

I sogni dell’Impero

Ciò che sta accedendo in questo momento al confine fra Grecia e Turchia non è altro che la naturale evoluzione della profonda crisi migratoria, culminata nel 2016, che vide protagonista per eccellenza la cosiddetta “rotta balcanica”. A causa dell’inasprimento del conflitto siriano, fra l’estate del 2015 e il marzo del 2016, quasi un milione di persone (principalmente siriani) ha attraversato il confine turco-greco nella speranza di poter essere accettato all’interno dei confini europei. La crisi è sfortunatamente coincisa con il periodo di apparentemente inarrestabile avanzata dei partiti populisti di destra, che proprio grazie alla propaganda sulla malagestione della “rotta balcanica” stavano avanzando nei sondaggi di ogni singolo paese membro.

La Commissione Europea guidata da Juncker si è dunque trovata dinanzi ad un bivio: proseguire con la politica di tolleranza nei confronti dei flussi migratori e affrontare le inevitabili conseguenze sanzionatorie alle Europee del 2019, lasciando una facile vittoria ai partiti sovranisti, oppure cercare di porre un freno alla vicenda, bloccando la rotta balcanica tramite l’aiuto del Paese maggiormente coinvolto (territorialmente e non solo), la Turchia. Un primo accordo tra le parti era stato già raggiunto nell’autunno del 2015, ma solo l’8 marzo del 2016 è stato ratificato in modo ufficiale fra il Consiglio Europeo e il Primo Ministro turco Davutoğlu. L’accordo prevedeva e prevede tutt’ora l’istituzione di un forte sistema di controllo al confine greco, sostenuto economicamente dalla stessa Unione Europea, con il compito di valutare le richieste d’asilo di coloro che si presentano ai confini del continente: nel caso in cui queste richieste venissero rifiutate, allora sarebbe compito della Turchia mantenere all’interno di appositi campi la totalità delle persone respinte. In cambio, la promessa di 6 miliardi di euro direttamente stanziati dall’UE (di cui per il momento sono stati erogati 3 miliardi, soprattutto dalla Germania), la rimozione dell’obbligo del visto per i cittadini turchi, non andata in porto, l’aggiornamento dell’unione doganale e l’apertura ai nuovi capitoli del processo negoziale. L’accordo venne aspramente criticato già nel 2016 principalmente per la paura da parte di una buona parte della società civile europea di affidare le vite di potenzialmente milioni di persone nelle mani di un personaggio come Erdoğan, visto da molti più come un dittatore che come un capo di Stato democraticamente eletto. 

Nei campi profughi turchi sono stati ospitati 4 milioni di persone a partire da marzo 2016, e le poche testimonianze che ci sono arrivate parlano di condizioni di vita all’interno degli stessi al limite del grottesco. Questa situazione è perdurata fino al 28 febbraio 2020, quando il Presidente turco ha deciso di aprire i confini nazionali, permettendo a circa 130.000 profughi, secondo il Ministero degli interni turco (30.000 per le autorità greche), di raggiungere il confine greco, a seguito dell’uccisione da parte dell’esercito siriano (formalmente, in realtà la colpa risulterebbe essere dell’aeronautica russa) di 36 soldati turchi stanziati nei pressi della regione siriana di Idlib.

Questo fatto ci dice molto sulle reali intenzioni di Erdoğan dietro a questa manovra politica: la situazione interna in Turchia per quanto concerne la gestione dei flussi migratori ha raggiunto dei costi economici oramai esorbitanti: 40 miliardi dichiarati dal governo turco. I quali, uniti alla crescente crisi economica e valutaria che vede protagonista il Paese, hanno portato ad un inasprimento esponenziale del malcontento della popolazione, culminato nelle varie sconfitte alle amministrative (fra cui spicca quella di Istanbul) del partito del Presidente, l’AKP.

Il rischio di una nuova ondata di profughi a causa dell’avanzata russo-siriana verso Idlib ha portato il governo turco a premere fortemente per la creazione di una zona cuscinetto fra Turchia e Siria dove poter far confluire quasi un milione di rifugiati siriani: questo l’obiettivo dell’operazione Sorgente di Pace, iniziata nell’ottobre 2019 e fortemente osteggiata dall’UE. A seguito del parziale fallimento dell’operazione, alla Turchia non è rimasto altro che cercare un appoggio militare ed economico per tentare di portare avanti tale progetto, e la scelta è ricaduta proprio sull’UE grazie alla presenza dell’accordo del 2016. Erdoğan mira ad utilizzare i migranti come minaccia verso la Commissione guidata da Ursula von der Leyen per ottenere nuovi finanziamenti economici e soprattutto il beneplacito del Consiglio Europeo (difficilmente mirando ad un effettivo appoggio militare da parte dell’UE o della NATO, di cui la Turchia fa parte) per proseguire l’avanzata all’interno del confine siriano, per ricollocare i profughi e sconfiggere YPG e YPJ. Tramite la riapertura dei confini, Erdoğan sta cercando di decongestionare un canale diplomatico per portare dalla sua parte l’Unione nella gestione del caos siriano, in modo tale che sia la stessa UE a spingere la Russia lontana dalla zona di Idlib.

 Nuovo ellenismo

Il primo marzo del 2020, tre giorni dopo l’annuncio di Erdogan dell’apertura dei confini, il governo Greco di Mītsotakīs, il nuovo Primo Ministro eletto a luglio 2019, ha varato eccezionalmente la misura inedita che nega, a chiunque arrivi dopo la suddetta data, il diritto di asilo. La decisione greca ha destato diverse polemiche internazionali perché di fatto viola la convenzione di Ginevra, firmata nel 1951, che definisce i diritti dei rifugiati e le responsabilità delle nazioni che garantiscono l’asilo. Dopo due settimane, il 13 marzo, il governo stabilisce che ogni tipologia di colloquio o domanda sarebbe stata da quel momento interrotta per un mese a causa della diffusione iniziale del COVID-19 in Grecia, costringendo di fatto una permanenza forzata più lunga del solito all’interno dei campi d’accoglienza. 

La Grecia, nel giro di 10 anni, ha subito una radicale trasformazione della propria struttura politica, economica e sociale. La figura che forse più di tutte impersonifica questo periodo è quella di Alexis Tsipras, che, per il suo impegno politico, porta sulle spalle alcune responsabilità delle scelte prese.

Le misure di austerità che sono seguite all’infausto referendum del 2015, attraverso il quale nella mente di Tsipras i greci si sarebbero ribellati ai piani dei tre creditori del debito greco, la Troika (che riunisce i rappresentanti di Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale), hanno creato nel tessuto sociale una profonda ferita che Dunja Mijatović, commissaria per i diritti umani del Consiglio Europeo, ha messo in luce in un’analisi di giugno 2018. In questo studio viene stimata l’entità dei sacrifici fatti dalla popolazione in questi anni. Con un tasso di suicidi aumentato del 40% dal 2010 al 2015, il servizio sanitario al collasso, numerosi nuovi casi di HIV e disturbi mentali e una disoccupazione giovanile che a settembre 2019 rimane la più alta d’Europa (33,2%), la culla della democrazia si trova a dover affrontare un secondo problema, di eguale se non maggiore entità: la crisi migratoria.

Le circostanze, che ultimamente sembrano stare tornando alla gravità del 2015, hanno contribuito alla sconfitta di Alexis Tsipras nelle elezioni politiche del 7 luglio 2019, in cui il leader di SYRIZA ha perso a scapito del leader del partito di centro destra Kyriakos Mītsotakīs.

Le carte vincenti utilizzate in campagna elettorale dal neoeletto premier sono state proposte economiche concrete ed una riforma del sistema di accoglienza. Mītsotakīs infatti contesta all’ex premier di aver contribuito, seguendo la politica di non azione dell’UE, all’incancrenimento del problema migratorio che è nuovamente esploso a causa delle politiche aggressive di Erdogan. 

Dall’insediamento, il nuovo governo inizia a varare politiche liberiste per dare maggiore slancio all’economia, attua una serie di privatizzazioni, anche in alcuni casi della sanità, e promette tagli alle tasse e alle spese pubbliche. Decide inoltre di reintrodurre il dicastero dell’immigrazione assegnato a Notis Mitarakis e una delle prime e più controverse proposte arriva il 31 agosto 2019, quando il Consiglio degli Affari Esteri delibera, sostenuto dal premier, una serie di misure da adottare nell’immediato. Tra le altre si ricordano il trasferimento di 116 bambini in altri paesi europei per farli ricongiungere con i familiari e la contestata decisione di modificare la procedura di asilo abolendo la seconda fase dei ricorsi per velocizzare il processo di rimpatrio. 

Dopo pochi mesi viene firmata una proposta di riforma del sistema di accoglienza che prevede la chiusura degli hotspot sulle isole dell’Egeo e l’apertura di centri dedicati al rimpatrio nella Grecia Continentale. In questi centri i migranti potranno stare un massimo di 90 giorni e durante il periodo di permanenza verranno strettamente controllati dal personale del campo. 

Gli effetti delle nuove politiche sono molto difficili da prevedere. Se infatti da un lato è lampante la necessità di istituire luoghi consoni adibiti all’accoglienza per fermare anche la diffusione del virus COVID-19, dall’altra in diverse località in cui il governo ha previsto la creazione dei nuovi centri la popolazione ha reagito con forti proteste.

Scudi d’Europa

Si stima che oltre 42.000 persone, dice l’UNCHR, si trovino bloccate tra Lesbo, Samo, Chios, Leros e Kos, di cui 20.000 nel campo di Moria a Lesbo, costruito per non accoglierne più di 2500. L’85% è composto, secondo il Guardian, da rifugiati provenienti da Siria, Afghanistan, Iraq, Palestina, Somalia, Repubblica Democratica del Congo: costretti nei campi delle cinque isole a causa della politica di contenimento voluta dall’UE, fino a quando non ne saranno esaminate le richieste d’asilo – che, come abbiamo già detto, sono state ufficialmente sospese dal governo greco.

Il campo di Moria a luglio scorso accoglieva 5000 profughi. Con condizioni medico-sanitarie al limite del collasso e il pericolo del COVID-19, l’UN refugee agency ha dichiarato l’evacuazione immediata delle famiglie e dei malati dal campo già a metà febbraio. L’emergenza è sottoscritta a sua volta dal nuovo rapporto diffuso il 18 marzo da Oxfam e Greek Council for Refugees (GRC), che denuncia le condizioni disumane e le detenzioni indiscriminate all’interno dei campi, tracciando le coordinate della peggior catastrofe umanitaria esistente dentro i confini del Vecchio Continente. Così mentre a Lesbo l’Europa “muore” – come è stato affermato su varie testate – a Kastanies, a meno di un chilometro dal confine turco, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen annuncia che “la nostra priorità in Grecia è preservare l’ordine ai confini esterni dell’UE”. Priorità, quella di blindare i confini, che negli ultimi quattro anni ha spezzato e smascherato la coerenza e la comunione di intenti dei Paesi membri in materia di accoglienza.

Nel 2015 infatti, durante il grande esodo che avrebbe portato un milione di migranti e di richiedenti asilo in Europa, la retorica dell’UE si incentrava sulla proposizione di azioni di solidarietà interna – come gli obiettivi di redistribuzione e di accoglienza e l’imperativo del salvataggio in mare – proseguendo quella linea tollerante che aveva più o meno caratterizzato l’Europa fino a quel momento. Linea che assumeva un’altra forma nella pratica, attraverso l’accordo con la Turchia e un rafforzamento dei rimpatri. ll tenore semantico che investe l’emergenza attuale è decisamente mutato.

Mercoledì 4 marzo la Commissione europea ha espresso la propria solidarietà al governo di Mītsotakīs presentando un piano d’azione che prevede, tra le altre cose, un finanziamento di 700 milioni di euro per Atene per sostenere la gestione dei suoi confini. Una strategia che si consuma nel breve termine, che ha per imperativo il contenimento, e che investe la Grecia come “aspida”, scudo d’Europa, per usare il grecismo della Presidente von der Leyen; così come l’offerta dell’UE di 2000 euro, valida per un mese, per chi decide di abbandonare il campo profughi di Moria e l’appoggio all’operazione Frontex che, secondo la denuncia di diversi esperti di giurisprudenza comunitaria potrebbe svolgersi in violazione del diritto internazionale e dello statuto stesso dell’Agenzia europea. 

È indicativo come Frontex, agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, sia arrivata con l’ultima, decisiva riforma, a disporre ora di uno standing corps, un corpo di frontiera permanente che verrà ampliato fino a 10mila unità; delle quali 3mila dipenderanno direttamente dall’agenzia. Altrettanto esemplificativo è il suo budget: sul sito ufficiale di Frontex viene dichiarata una cifra di 6 milioni di euro nel 2005, quando è stata fondata, per arrivare a 320 milioni nel 2018. In 13 anni la somma è aumentata di 53 volte. Mentre nel rapporto del 2018 della Commissione europea A strengthened and fully equipped European Border and Coast Guard, si annuncia un incremento del budget fino a 11.3 miliardi di euro previsti per il periodo 2021-2027.

Al di là

L’accordo tra l’Europa e la Turchia, che nella complessa burocrazia dell’Unione Europea si trasforma in un meccanismo di gestione dei fondi dal nome Facility for Refugees in Turkey, si inserisce all’interno di una politica migratoria che l’Unione Europea sta portando avanti da diversi anni e che consiste nell’affidare a Paesi extra-europei il compito di limitare le partenze verso l’Europa, fornendogli in cambio grosse somme di denaro per sostenere le spese.

Oltre a questo, esistono anche una serie di accordi e rapporti che i singoli Stati europei intrattengono con i singoli Stati al di là del confine, in particolare tra Italia e Libia (vedi Scomodo n. 28) e Spagna e Marocco, che hanno pure effetti decisivi nella limitazione delle partenze.

In una ricerca pubblicata nel novembre del 2016 dall’osservatorio CEPS di Bruxelles, intitolata Money Talks, si identificano dodici differenti fondi dell’Unione Europea relativi alla politica migratoria. Due in particolare sono degni di nota ed esemplificativi. Uno è il Facility for Refugees in Turkey, le cui controindicazioni si stanno rendendo evidenti in questi giorni. L’altro è l’EU Emergency Trust Fund for Africa (EUTF), fondato nel 2015 e il cui obiettivo è dare “una risposta integrata e coordinata alle diverse cause di instabilità, migrazione irregolare e trasferimenti forzati”, come viene riportato sul sito ufficiale dell’Unione Europea. 

Dallo stesso sito è consultabile il report annuale del 2018 (il più recente disponibile online) riguardante il fondo, in cui si legge che questo raggiunge un valore di circa 4,2 miliardi di euro. L’Italia con 112 milioni di euro risulta il secondo Paese contributore dopo la Germania. 

Seppur in maniera meno intensa e manifesta rispetto all’accordo tra Europa e Turchia, il caso dell’EUTF esemplifica i difetti e i rischi di una politica securitaria sempre più imponente. Secondo un report condotto da David Keen e Ruben Andersson, professori universitari rispettivamente della London School of Economics e di Oxford, gli obiettivi e le modalità di utilizzo dell’EUTF ignorano “il ruolo che le forze di sicurezza e i governi dei Paesi possono avere all’interno di conflitti e repressioni, provocando spostamenti di persone. Gli interventi finanziati dall’EUTF possono quindi alimentare ulteriori abusi e migrazioni”. Ciò appare ancora più probabile se si osservano i 26 Paesi possibili destinatari dei finanziamenti: comparandoli con i dati annuali stilati dall’Economist Intelligence Unit sul grado di democraticità dei vari Paesi del mondo, si nota che 11 Paesi sono categorizzati come “regimi autoritari”, 11 come “regimi ibridi” e soltanto 2 come “democrazie imperfette” (categoria di cui fa parte anche l’Italia). Due Paesi, il Sudan del Sud e la Somalia, rimangono fuori dalla lista in quanto non esistono dati sulla democraticità dei loro governi. 

A conclusioni simili giunge uno studio condotto dal Transnational Institute in collaborazione con l’organizzazione indipendente Stop Wapenhandel e intitolato Expanding the Fortress. In questo documento si sottolinea come – attraverso una serie di indici e dati – metà delle nazioni potenzialmente finanziabili dall’EUTF sono considerate “non libere”, in dodici nazioni i cittadini affrontano “rischi estremi” per i loro diritti umani, in sette nazioni vige un embargo sulla vendita di armi da parte dell’ONU o dell’UE. Utilizzando gli stessi indici per la Turchia, risulta che questa è un “regime ibrido”, “non libera” e i cittadini affrontano “alti rischi” per i loro diritti umani.

Un’inchiesta dell’Associated Press, pubblicata il 31 dicembre del 2019, ha illustrato come parte dei fondi dell’EUTF destinati alla Libia finisca nelle mani di trafficanti e uomini delle milizie che sfruttano i migranti, dopo essere riciclata in Tunisia.

Ulteriori critiche arrivano anche dagli organi interni dell’Unione, seppur ovviamente con toni molto meno accesi. La Corte dei Conti europea ha pubblicato a dicembre del 2018 un report sull’andamento dell’EUTF, giudicandolo uno strumento utile per fronteggiare le emergenze ma privo di un obiettivo preciso e di strumenti per misurare l’efficacia degli investimenti. 

 L’EUTF, il Facility for Refugees in Turkey e il resto delle operazioni securitarie dell’Unione Europea sono tutti elementi che rappresentano appieno l’intero comparto di luci e ombre in cui consiste la politica migratoria europea. Politica in cui l’interesse primario di acquietare l’opinione pubblica interna sovrasta e rende impossibile il perseguimento di ulteriori obiettivi a lungo termine. 

Al di là delle ovvie e pressanti preoccupazioni umanitarie, gli eventi al confine tra Turchia e Grecia dovrebbero quindi fornire uno spunto alle autorità europee per ripensare la propria politica migratoria – ammetterne il fallimento (o l’ipocrisia, a seconda delle interpretazioni).

 

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Articoli Correlati