Cerca

I portuali italiani in sciopero per pane, salute e pace

Da diversi mesi i porti sono al centro di importanti mobilitazioni contro la guerra. Le richieste sono chiare: su i salari, giù le armi.

Questo articolo parla di:

Il 5 Aprile nei porti italiani si è tenuto lo sciopero per il rinnovo del Contratto collettivo nazionale del lavoro (CCNL), che ha registrato percentuali particolarmente alte di adesione, fino al 100% in alcuni scali. Un segnale evidente del disagio presente in uno dei settori centrali dell’economia del nostro paese. 

Una delle piattaforme sindacali dello sciopero – le piattaforme sindacali sono documenti programmatici che raccolgono le rivendicazioni dei lavoratori e sulla base delle quali vengono successivamente definiti gli accordi con le aziende – è stata frutto di un percorso intrapreso da circa un anno dall’Unione sindacale di base (USB), che ha deciso di mettere al centro del proprio operato l’ascolto dei lavoratori per costruire delle rivendicazioni che fossero frutto delle diverse necessità riscontrate tra le banchine. Uno dei punti centrali è chiaramente l’aspetto della retribuzione: la richiesta è di un aumento di almeno 300 euro netti mensili, per contrastare l’inflazione. Una richiesta ragionevole considerando come durante il periodo del Covid le aziende degli armatori abbiano visto aumentare significativamente i loro profitti, mentre i salari dei lavoratori sono rimasti invariati, o si sono addirittura ridotti se rapportati al peso dell’inflazione. 

Le principali rivendicazioni

Gli altri punti principali della piattaforma si concentrano sulla qualità e i ritmi del lavoro, particolarmente gravosi in tutto il settore della logistica. In merito a ciò, le rivendicazioni toccano un tema troppo spesso sottovalutato, cioè l’uso della tecnologia e di forme di automazione del lavoro. Intervistiamo José Nivoi, 37 anni, lavoratore portuale di Genova, attivista del Collettivo autonomo dei lavoratori portuali (CALP) e sindacalista USB. 

A Scomodo ha spiegato: «Il porto lavora quasi 365 giorni l’anno, con la sola eccezione del 25 dicembre e del 1 maggio. La turnazione di un portuale è pensata su 6 giorni su 7, cosa che naturalmente affatica il corpo. Nel nostro settore non sono estranee malattie legate allo stress e ai carichi di lavoro. Parliamo di ischemie, infarti, problemi all’apparato muscolo-scheletrico ed ernie determinate dal peso della merce che spostiamo. L’automazione è sulla bocca di tutti, compresi gli armatori. Così per questo rinnovo del CCNL abbiamo pensato fosse il caso di chiarire che l’automazione non deve sostituire i lavoratori, ma deve alleggerire il lavoro che facciamo in banchina».

Il tema dell’ingresso della tecnologia viene dunque vissuto con legittima preoccupazione, soprattutto considerando come le aziende, nella loro logica determinata dalla ricerca di maggiori profitti, abbiano soprattutto nel settore della logistica su terra (i magazzini) fatto ricorso a nuovi macchinari e algoritmi imponendo ritmi di lavoro a dir poco massacranti. All’interno dell’attuale sistema economico la tecnologia potenzialmente alleata dei lavoratori si trasforma così in un ulteriore strumento di sfruttamento, determinando un adeguamento dell’uomo alla velocità della macchina e non dunque sollevandolo dai compiti più faticosi. 

Inoltre la piattaforma evidenzia un tentativo di deregolamentazione del settore, che essendo strategico per l’economia nazionale è attualmente normato dalla legge 84/94, la quale disciplina insieme al CCNL i rapporti lavorativi e le autorità portuali. Già ad oggi le autorità portuali concedono a privati la gestione delle banchine, con concessioni che talvolta arrivano ad addirittura 50 anni. José sottolinea che è in atto «un tentativo di privatizzazione delle autorità portuali, cosa che aprirebbe il campo all’ingresso nel settore di un sistema contrattuale precario e basato sull’allargamento della presenza di manodopera interinale (una forma specifica di esternalizzazione dei rapporti di lavoro, dove un’agenzia assume direttamente il lavoratore che presta la sua manodopera presso un’altra azienda). Oggi l’unico prestatore di manodopera è l’autorità portuale, con eventuale privatizzazione della stessa, aprendo il settore ad un uso generalizzato di lavoratori interinali, si produrrebbe un abbattimento dei costi per le aziende ai danni del salario dei lavoratori. Mentre noi cerchiamo di usare la nostra posizione più forte dal punto di vista salariale e dei diritti per rafforzare la catena del valore per i lavoratori, gli armatori cercano di inserire nei porti le stesse clausole di settori dove i lavoratori sono meno tutelati. Noi crediamo nella necessità di un’autorità portuale pubblica, unica prestatrice di manodopera».

Dalle parole di José è evidente come ci sia un generale disegno di deregolamentazione (presente tra l’altro in tutti i settori, vedasi anche il caso della vertenza delle ferrovie). Così il rischio è l’apertura all’esternalizzazione della manodopera portuale con possibili conseguenze negative sulla qualità del lavoro, sulla compressione dei salari e sull’aumento degli incidenti e morti sul lavoro.

Porto armato? No grazie. 

I portuali con il loro lavoro si trovano a confrontarsi costantemente con lo scenario internazionale, uno scenario che in questa fase storica è segnato dall’esplosione di diversi conflitti. In tutto il mondo crescono le mobilitazioni contro la guerra e i lavoratori nei porti non fanno eccezione:in questi anni gli scioperi nei porti contro il transito di armi sono cresciuti. Qualche mese fa, in Giappone, i lavoratori portuali dell’isola Ishigaki hanno scioperato opponendosi insieme alla cittadinanza all’ingresso di un cacciatorpediniere americano nel loro territorio. In Italia il CALP porta avanti con continuità dal 2019 una battaglia contro l’esportazione di armi, iniziata nel momento in cui il Collettivo si è reso conto che il porto di Genova era punto di approdo per la compagnia navale saudita Bahri, la quale vanta 74 navi di trasporto petrolio e gas e 6 per la logistica militare e dirigeva quegli armamenti a supporto dell’Arabia Saudita versoin Yemen, dov’è tutt’ora in corso una guerra. 

José ci chiarisce con le sue parole il ruolo dei porti e il loro impegno antimilitarista.

«Il porto è un ottimo indicatore delle crisi economiche così come anche delle crisi belliche. Quando le crisi belliche iniziano i porti si riempiono di armi. Così nel tempo abbiamo iniziato ad avere una certa attenzione nei confronti delle armi nelle navi e sulle banchine. Ci siamo domandati se fosse giusto che un porto pubblico civile diventasse ad uso militare, abbiamo iniziato ad attivarci contro la guerra e contro le armi dirette in aree di conflitto».

Ma il discorso non si ferma qui, uno dei temi che i lavoratori portano a supporto della discussione ha a che fare con le condizioni materiali: «Nel momento in cui noi esportiamo armi e dunque guerra in altri paesi poi ci ritorna tutto sotto forma di inflazione e spostamento della spesa pubblica dalla sanità, istruzione e ambiente alla difesa. In questo modo inevitabilmente l’inflazione aumenta e aumentano i costi dei ticket ospedalieri e tutta la struttura pubblica va in affanno, deteriorando il potere di acquisto di tutti i lavoratori. La guerra torna dunque nei nostri portafogli, sottraendoci potere di acquisto. Quando vediamo dei missili esplodere nei vari scenari qui nei porti vediamo appunto che questa miccia è spesso preparata in occidente, nel suo complesso militare-industriale e attraverso i carichi di armi che spediamo». 

Un ulteriore tema fondamentale, affrontato dal CALP e presente nelle sue piattaforme per lo stop alle armi nei porti è quello della sicurezza delle città di mare. I porti civili non sono infatti attrezzati per stoccare materiali bellici, altamente detonanti e infiammabili e dunque estremamente pericolosi per le città. 

Rispetto alle condizioni materiali il tema è legato alla dinamica dei traffici marittimi. Il 12% del commercio globale passa attualmente dal canale di Suez, in affanno a causa della presenza degli houthi, i quali si stanno mobilitando a supporto della Palestina disturbando i traffici navali. I costi si sono già moltiplicati e alcuni armatori sono corsi al riparo dirottando le loro navi su altre rotte, che prevedono la circumnavigazione dell’Africa. Una decisione che ha però degli importanti costi per un paese come il nostro al centro del Mediterraneo. Evitando il canale di Suez si tagliano fuori dal commercio internazionale i porti del mediterraneo, con ricadute negative sui lavoratori e il loro peso contrattuale nei confronti delle aziende. José sostiene che «non si può risolvere la questione mandando delle fregate. C’è bisogno di muoversi intervenendo a favore della Palestina, fermando Israele e il genocidio in corso e tornando a far operare il canale di Suez». 

Il CALP negli ultimi mesi ha registrato un ulteriore incremento delle armi. Le armi americane dirette a Camp Derby prima arrivavano solo a Livorno, mentre oggi approdano anche a Genova e Trieste, segnale di un’intensificazione del traffico bellico in ingresso nel nostro paese. Le organizzazioni sindacali come il CALP che si sono mosse per boicottare questi traffici hanno subito una certa repressione, venendo derubricate come associazioni a delinquere, capo di imputazione ormai abusato nel campo sindacali (guardando anche al caso dei SiCobas nella logistica). Le indagini che vedevano coinvolto il collettivo di Genova si sono però concluse con l’archiviazione del caso

Il Collettivo da quando è nato partecipa inoltre a diversi eventi internazionali con l’obiettivo di far conoscere la sua storia e ha portato la sua esperienza ai tanti portuali incontrati, confrontandosi anche con lavoratori turchi e indiani. Lavoratori che negli ultimi mesi si sono attivati scioperando proprio sulla base dell’esperienza genovese. In Spagna, in India e in Turchia sono sempre di più i casi di lavoratori organizzati nei porti che si rifiutano di imbarcare armi incrociando le braccia. 

A colpire il CALP c’è stata un’esperienza internazionale in particolare, la loro ultima trasferta. Invitati in Germania in occasione del congresso palestinese hanno visto lo scioglimento dello stesso ad opera della polizia. José ci racconta così l’accaduto: «In Germania abbiamo assistito a un salto di qualità nella repressione del dissenso nei confronti della guerra. Ci siamo ritrovati circondati da 900 poliziotti che hanno interrotto il congresso. Abbiamo poi appreso che era stata vietata la presenza in Germania sia di Varoufakis sia del rettore dell’università di Glasgow. È stato veramente allucinante, uno scenario da Germania degli anni ‘30. Impedire un congresso nella “democratica Berlino” [perchè governata da verdi, socialdemocratici e liberali, ndr] è stato un atto gravissimo, che ci fa pensare che qualcosa stia cambiando – anche in Europa – nell’atteggiamento del potere nei confronti del del dissenso».

Scenari futuri. Convergere per insorgere? 

Il CALP è un’avanguardia interessante che cerca di tenere insieme il tema del lavoro e il tema della pace. In Italia gli appuntamenti in questa fase si moltiplicano, con quattro diversi settori (metalmeccanico, porti, logistica e ferrovie) che si apprestano al rinnovo del CCNL. Nelle ultime settimane hanno scioperato prima le ferrovie, poi i portuali, successivamente i lavoratori di Mirafiori e infine i movimenti ecologisti, che hanno poi creato una convergenza su Milano con gli ex lavoratori GKN e l’associazione palestinese italiana. Il prossimo settore che sciopera sarà quello della logistica. Tutte questi scioperi hanno un comune denominatore: un profondo malessere, che si declina nella richiesta necessaria di un cambiamento reale e radicale tanto delle politiche economiche, attualmente orientate verso la privatizzazione e la precarizzazione, quanto della politica estera, pericolosamente schiacciata verso il riarmo. Si delinea così una primavera calda più che un autunno caldo, che evidentemente richiede uno sforzo di sintesi da parte di tutti gli attori in gioco per superare delle minime differenze ed esprimere una maggior forza convergente e alternativa in una fase così delicata. 

José conclude sottolineando che si tratta di «una fase in cui pensiamo che continuare a ragionare per orticello ci mantenga in una condizione minoritaria e di debolezza. Ci sono tante lotte sociali, ma slegate tra loro. Come USB avendo fatto nascere la “Categoria operaia” stiamo cercando di mettere insieme quei settori che esprimono delle stesse logiche. Vogliamo così provare a costruire le condizioni per intervenire su tutti i settori, superando una serie di differenze e provando a dar vita a degli scioperi coordinati».

di Ferdinando Pezzopane (Ferdinando Pezzopane)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Articoli Correlati