C’è qualcosa di leggermente straniante nel parlare con David August a Roma, la città che lui stesso definisce una casa a metà – quella metà che il pubblico internazionale probabilmente ignora. Il nome tedesco, la carriera costruita a Berlino, le etichette che lo collocano saldamente nella cultura musicale mitteleuropea: tutto concorre a far dimenticare che sua madre è italiana, di Palestrina, e che Roma la frequenta da quando era bambino. «Da fuori neanche tanti sanno che sono anche italiano», dice con una sorta di rassegnazione affettuosa. È reduce dal soundcheck, un po’ stanco, eppure c’è una vivacità nel suo quieto modo di parlare che smentisce la fatica. Tra poche ore suonerà per la prima volta a Roma dopo anni a La Redazione, e lo vivi chiaramente addosso: è emozionato, vuole che questo sia l’inizio di un ritorno più frequente nella Capitale.
La sua storia musicale comincia al pianoforte, come quella di tanti altri, ma diventa qualcosa di diverso quasi subito. Non è il percorso lineare del bambino prodigio che cresce in sala da concerto – è qualcosa di più frammentato, più vivo. L’incontro con la musica elettronica arriva intorno ai sedici anni, le prime esperienze in qualche club, un’energia che fino a quel momento non aveva mai conosciuto. «Forse neanche sapevo che mi mancasse», ammette, e c’è qualcosa di toccante in questa retrospezione: la rivelazione che certi bisogni non si nominano finché non si incontrano per caso.
Oggi parla di quella distanza tra il pianoforte e la macchina come di qualcosa che non esiste più, o che non è mai esistita davvero nel modo in cui si potrebbe immaginare. «C’è una grande simbiosi», dice. «La manualità della mia conoscenza classica influenza il modo in cui produco musica elettronica». Non è una metafora: intende letteralmente la postura fisica, il rapporto con la tastiera, il modo in cui le dita abitano uno spazio sonoro. La formazione classica non è un passato che ha abbandonato, è un pilastro al quale continua a tornare. «Mi vedo più come un compositore che come un produttore», spiega. «Il compositore un tempo lavorava con penna e carta. Io lavoro in altri modi, ma il principio è lo stesso: posizioni una nota in un certo momento del brano». C’è una una continuità silenziosa tra secoli di tradizione e il presente digitale.
In questo spazio si posiziona il processo creativo: come si capisce quanto un pezzo è pronto? È una domanda che lo porta in un territorio che evidentemente frequenta spesso nella riflessione privata. Non dà la risposta ovvia, quella dell’artista che dice lo sento e chiude lì. Va più in profondità, con la sensibilità di chi non ha mai smesso di interrogarsi sul proprio processo creativo. «Un pezzo non è mai finito, in un certo senso», spiega pacato. «Con l’esperienza arrivi a un punto dove un brano per te suona giusto. Non vuol dire che è completo, ma suona giusto per l’esperienza di vita che hai in quel momento».
È una definizione che mette al centro il tempo, la persona che si è, non la perfezione tecnica. Un brano che suona giusto oggi potrebbe non suonare giusto tra un anno, quando sei diventato qualcun altro. E i pezzi che resistono al tempo, quelli rari che continuano a sembrare necessari anche a distanza di decenni, sono quelli in cui hai intercettato qualcosa di più grande di te. «Sei stato in sintonia con una forza universale che ti ha baciato», dice mentre si aggiusta gli occhiali sottili che porta.

Negli ultimi anni il suo approccio è cambiato: si è tolto dal centro della composizione, si è fatto veicolo. «Provo a mettermi al servizio della musica, più che mettermi al centro.» È un gesto di sottrazione apparente che in realtà produce chiarezza. Come ascoltatore esterno del proprio lavoro riesce a percepire con più obiettività quando qualcosa funziona, quando una melodia ha trovato la sua forma giusta. È lo stesso principio che gli permetteva, da bambino di quattordici anni demotivato e resistente allo studio, di accendersi improvvisamente davanti a un pezzo di Bach che la sua insegnante di pianoforte gli aveva messo davanti. «Mi ha acceso una lampada», racconta. «Ho capito un po’ la potenza della musica».
Il momento in cui ha capito che quella potenza sarebbe stata il suo lavoro è arrivato gradualmente, senza il colpo di scena narrativo che ci si aspetterebbe. Si era trasferito a Berlino «per studiare una specie di ingegneria del suono» – cerca di spiegarmi a metà tra il divertito e l’imbarazzato – convinto ancora di voler registrare musica per altri. Ma la carriera ha preso una piega diversa, ha fatto dei passi che contavano, e a ventitré o ventiquattro anni ha preso la sua decisione: voleva creare il suo mondo, non mondi per altri. «La mia esigenza di esprimermi con la mia musica era più importante di produrre musica per altra gente, sentivo anche un grande desiderio di libertà».
Quella parola, esigenza, torna spesso quando parla di sé. Non è un vezzo, è una chiave di lettura. La sua discografia è vasta e volutamente eterogenea, e quando gli chiedo se ci sia un filo rosso che attraversa tutto, si schermisce con eleganza: è una domanda per il pubblico, non per lui. Ma poi racconta di qualcuno che gli ha detto di sentire sempre un David lì dentro, nonostante le apparenze molto diverse, nonostante la maturazione del lavoro nel tempo. «Io ho un’esigenza di esprimere onestamente la persona che sono in quel momento. Cambiando come persona, è inevitabile che cambi anche la musica».

È una scelta che paga un prezzo: la coerenza di suono che l’industria premia – quella che permette al pubblico di ritrovarti sempre uguale a te stesso – e che non è la sua. Ce ne sono tanti di artisti che continuano a fare la cosa che ha funzionato, che si trattengono, che resistono alla tentazione di evolvere. Lui li rispetta, ma confessa «non sono mai riuscito a trattenermi con le mie esigenze artistiche». Parla piano e gira un drummino concentrato, pesando bene le parole che usa per rispondere. È per questo che ne approfitto e mi sbilancio, cosa vuole lasciare alle persone che ascoltano la sua musica? gli chiedo e la domanda lo sorprende.
«I musicisti – inizia – come tutti gli artisti, creano delle utopie. Spazi che non sono materializzati nel mondo reale ma esistono nella musica, nel suono, nel margine. Spazi vaghi, trascendenti, nei quali ci si può immergere e dai quali si può uscire cambiati. Questi mondi sono degli spazi in cui uno si può immergere e magari uscirne fuori e essere una persona diversa perché si sente allineato con quello che dice l’artista». Quello che cerca ogni artista (almeno secondo lui) non è un’audience o un mercato bensì una comunità. Persone che ricevono le emozioni che lui ha messo nella musica nello stesso modo in cui lui le aveva intuite quando le ha composte. «La condivisione di emozioni è quello che mi ha sempre attratto».
Parla di condivisione e torna quasi naturalmente al club, all’energia fisica che aveva scoperto da adolescente e che aveva cambiato la traiettoria della sua vita. Ma non è una storia di opposizioni – la musica classica da un lato, il dancefloor dall’altro. Sua madre lo portava ai concerti di musica classica da bambino, e ricorda quelle esperienze come bellissime: un interprete che cambia l’energia della stanza, che trasforma il luogo. La stessa cosa, dice, la può fare un artista di musica sperimentale, un DJ, una cantante, un gruppo rock. «Alla fine questo effetto di condivisione, di unità, si può creare con tanti generi diversi».
È proprio nella diversità di generi che si muove assieme alla sua etichetta, 99CHANTS. Il panorama è cambiato enormemente anche solo nell’arco della sua carriera: le vendite di dischi, il modo in cui la musica viene consumata, la concorrenza diventata impossibile da misurare. «Fare un’etichetta oggi è un lavoro d’amore, di passione. Non è qualcosa con cui puoi mantenerti, con la musica che facciamo noi, che è comunque musica di nicchia». Lo dice con una precisione quasi contabile, senza romanticismi, ma subito dopo aggiunge la parola che conta: resilienza.
La motivazione personale che lo ha spinto a creare uno spazio proprio nasce anche da esperienze con altre etichette che non gli erano piaciute, da confronti con realtà che non condivideva. «La mia aspirazione era creare uno spazio per artisti e trattarli come sarei essere trattato anch’io». È una frase semplice, quasi banale, eppure nella semplicità c’è tutta la politica di un certo modo di fare musica: quello che non considera gli artisti come prodotti, quello che non sacrifica la sperimentazione sull’altare della sicurezza commerciale.
Promuovere nuove visioni, buttare giù muri, rappresentare una diversità culturale e musicale ampia: sono parole che in bocca ad altri suonerebbero come slogan. In bocca a lui, dopo un’ora di conversazione in cui ha dimostrato di pensare a lungo prima di parlare, suonano come una pratica quotidiana. «Aprire l’orizzonte alla mente è una cosa positiva. Però può accadere solo con libertà».
Lo lascio così, con la parola libertà che è la parola che meglio descrive l’atmosfera del suo set: ognuno lo vive in modo diverso – tra chi è seduto e chi è all’angolo ondeggiante, tra chi comunque è in silenzio in coda al bancone del bar perché incuriosito da questa figura minuta che se ne sta seduta sugli spalti a suonare e che pare lo stesso star riempiendo uno stadio e chi sgomita per poterlo vedere da più vicino.
Anche Roma, forse, era un’utopia da riavvicinare.
