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I minori non accompagnati hanno sempre meno diritti

Dopo la legge Cutro le politiche nei confronti dei minori non accompagnati sono diventate molto più restrittive. Sono frequenti i casi di minori registrati come maggiorenni all’arrivo in Italia.

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Sekou ha 15 anni, è alto, snello, silenzioso, ha una cicatrice sul viso, sotto l’occhio sinistro, lunga un paio di centimetri e alta mezzo. Lo conosco a Oulx, in provincia di Torino, per la precisione al rifugio Fraternità Massi, dove volontari e operatori forniscono prima assistenza ai migranti che cercano di attraversare il confine con la Francia. È un passaggio pericoloso, più di 25 chilometri in montagna, che le persone intraprendono soprattutto di notte. Un passaggio che avviene per lo più illegalmente, perché il trattato di Dublino prevede che i richiedenti asilo debbano effettuare la domanda nel primo Paese europeo in cui arrivano, non considerando che le pratiche spesso richiedono anni e che la maggior parte di chi arriva in Italia vuole poi proseguire per raggiungere altri Paesi. 

Sekou è in fila per il pasto e io sto cercando una persona che mi aiuti a tradurre per un gruppo che parla solo arabo, lui parla arabo e francese, si fa avanti. Viene dalla Costa d’Avorio ed è partito nel 2022, ha viaggiato per più di un anno, arrivando a Lampedusa poco meno di un mese fa. Lo osservo da lontano per un po’ mentre corro da una parte all’altra, è stata una lunga giornata, le presenze al rifugio crescono con l’aumentare degli arrivi a Lampedusa e dalla rotta balcanica, e oggi sono passate di qui più di 200 persone. A differenza della maggior parte dei presenti in questa stanza, che sono agitati o confusi, in ansia o preoccupati, frettolosi, irritati o loquaci, lui appare calmo, tranquillo, sta in disparte, sorride quieto, si guarda intorno. Dopo aver studiato la situazione abbastanza a lungo da prendere ancora un po’ di confidenza, attende un momento di pausa dalla ressa che mi circonda costantemente e si avvicina con un foglio in mano, lo dispiega con cura. «Madame,» mi dice piano, «j’suis mineur»: sono minorenne. Vuole attraversare il confine per raggiungere il fratello, che ha fatto il viaggio anni fa e ora vive a Tolosa. Quando gli chiedo che percorso ha fatto per arrivare in Italia mi punta due sincerissimi occhi nocciola dritti in faccia, e risponde: «Quello che fanno tutti, Madame». 

Di minori come lui negli ultimi giorni ne ho visti parecchi, la maggior parte di origine subsahariana, tra i 14 e i 17 anni. Hanno affrontato il viaggio e sono qui da soli. Per i minori non accompagnati non valgono le stesse regole del trattato di Dublino, e così volontari e operatori del rifugio, constatata la minore età dei ragazzi, spiegano loro che non serve che attraversino a piedi le montagne mettendosi in pericolo come fanno gli altri: basta che attraversino la frontiera e dichiarino di essere minorenni. È un’informazione, scopro, che molti già sanno di dover comunicare il più chiaramente possibile all’arrivo in Europa: quasi nessuno parla una parola di Italiano, ma tutti sanno dire «bambino». Non tutti però sanno che vale lo stesso per le frontiere interne, per il passaggio da un Paese europeo a un altro. Ai minori sono, o dovrebbero essere, garantiti più tutele e diritti, tra cui quello di muoversi all’interno dei confini. Però c’è un problema, che inceppa l’intero sistema. Me ne parla Marina, volontaria, che incontro al mio arrivo a Oulx: «spesso i minori, anche se arrivano in Italia con un certificato di nascita, vengono registrati come maggiorenni, proprio perché lo stato non debba farsi carico della garanzia dei diritti che altrimenti avrebbero, così li considera maggiorenni anche la Francia, e li respinge,» una pratica ampiamente riportata negli ultimi mesi da diverse testate, da Repubblica al Manifesto, e denunciata più volte da organizzazioni come Save The Children, Medici Senza Frontiere e Caritas. 

Marina consiglia comunque a molti dei ragazzi, soprattutto quelli in possesso del certificato di nascita, di provare a varcare la frontiera e dichiararsi minorenni alla polizia francese, ma questo sistema spesso non funziona. Moltissimi vengono respinti lo stesso: la Gendarmerie dà maggior credito alle informazioni che arrivano dall’intelligence italiana. «La cosa più importante, a cui si fa fede,» mi spiega l’avvocata Francesca Venturin, specializzata in diritto dell’immigrazione «sono i dati riportati su Eurodac». Eurodac, European Dactyloscopie (Dattiloscopia europea), è il database europeo delle impronte digitali per i richiedenti asilo e per chiunque varchi illegalmente le frontiere europee e venga per questo fermato. Tutti gli stati membri possono accedere alle informazioni che riguardano ogni caso specifico confrontando le impronte digitali. Così, se un minorenne è stato registrato come maggiorenne, i governi dei paesi europei faranno fede a quanto riportato, anche erroneamente, sul database.

Nel pomeriggio Sekou prende l’autobus per avvicinarsi alla frontiera con il suo certificato in tasca, ma lo vedo tornare indietro il giorno successivo, con lo sguardo ancora più triste e rassegnato. Ha fame ed è stanco, ha passato la notte e la mattinata chiuso in un container sulle alpi, senza mangiare, bere o riuscire a dormire, prima di essere riportato al di qua del confine. Ritenta il giorno successivo, ma l’esito non è diverso. Non serve molto per scoprire quello che si temeva, che si teme sempre in questi casi: Sekou è nato il 10 dicembre 2008, ma per qualche oscuro motivo sui documenti di Lampedusa (e quindi su Eurodac) la data di nascita riportata è il 20 settembre 2003. Si tratta di una chiara violazione dei suoi diritti, che è tuttavia a sua volta la risposta a una serie di tentativi di migranti adulti di dichiararsi minorenni.

«Il minorenne può ottenere un permesso, quella della minore età è quindi una corsia giustamente più agevolata, essendo il minore un soggetto oggettivamente vulnerabile» spiega Venturin, «è successo più volte, soprattutto nell’ultimo anno, e lo dico da operatrice del diritto, che siano arrivate qui persone, soprattutto dal Bangladesh nella mia esperienza, dichiarando di essere minorenni e poi si scopriva che invece non lo erano. Si è quindi creata una prassi di ostilità e prevenzione, con politiche molto più restrittive». Si parla in particolare della legge Cutro con cui «i minori stranieri non accompagnati hanno meno tutele rispetto a prima».  «La ratio» secondo Venturin, «è quella di arginare questo tipo di tendenza, anche a discapito di quelli che effettivamente sono minori». Se prima vigevano le regole della più permissiva legge Zampa del 2017, con la legge n. 50/23 (legge Cutro), i minori non accompagnati non possono più autocertificare la minore età, compito che spetta ora a una valutazione delle forze dell’ordine. Tra le altre misure restrittive è stata inoltre limitata a un anno la possibilità di conversione dei permessi di soggiorno per i minori stranieri non accompagnati. La situazione potrebbe peggiorare ulteriormente con il decreto n.133 del 5 ottobre, con cui saranno considerati maggiorenni tutti i minori non accompagnati a partire dai 16 anni. Una mossa volta al risparmio a discapito delle tutele, grazie a cui il fondo destinato ai comuni per la gestione dei richiedenti asilo minorenni da 68 milioni di euro (già per altro insufficienti a coprire le spese) verrà decurtato di 15. 

A questo punto l’unica speranza è provare a far rettificare i documenti, il che naturalmente è complesso e richiede tempo. Dopo aver parlato con una avvocata volontaria, la Croce Rossa prende in carico Sekou e il giorno dopo lo accompagna in questura, dove gli riprendono le impronte per avviare le pratiche, gli parlano di una procedura per verificare la sua «vera» età. Nessuno sa dire quanto tempo ci vorrà, nessuno lo informa di cosa «la procedura» implichi esattamente – si riesce solo a capire che comprende esami medici. «Spetta a chi deve provare il proprio diritto» spiega Venturin, «di premurarsi di procurare tutta la documentazione idonea a dimostrare che è minore,» per esempio contattando l’autorità consolare del paese di provenienza. In caso questo non dovesse essere possibile (molti paesi non hanno alcun interesse a dare questo tipo di risposte), si procede a una verifica medica, normalmente l’esame del polso tramite radiografia: «si è scoperto che è l’esame che dà il grado più vicino alla certezza che si tratti di un minore». 

Ho lasciato Oulx, ma mi tengo aggiornata come posso, anche se non ci sono molte novità. Sekou continua a vivere nel dormitorio della Croce Rossa, non è male, dice, non se ne lamenta, ma le persone vanno e vengono e mi scrive che si sente solo. Per un paio di giorni lo inseriscono in un corso di italiano, dice che adora la lingua. Poi più nulla, pare che non si possa inquadrare in nessun gruppo finché non se ne determina correttamente l’età. Passa le giornate senza fare niente. Un giorno gli fanno vedere il fascicolo che lo riguarda, è confuso, e mi manda un messaggio: «buongiorno Matilde, mi hanno fatto vedere i documenti della polizia e vedo che ci sono segnate due date di nascita, una è la mia, l’altra è segnata in basso accanto alla scritta Lampedusa, puoi spiegarmi che cosa vuol dire?».

Così passano i giorni e non succede niente, comincia a fare sempre più freddo. Sento Sekou, parliamo del più e del meno, mi racconta cosa gli piace, quali sono le sue passioni, che prima di partire faceva arti marziali e adora leggere. Gli spedisco un vecchio libro di Pennac, una copia in francese e una in italiano.

Poi un giorno non risponde più, la scritta in piccolo sotto il suo nome nella chat indica un ultimo accesso un paio di giorni fa. Inevitabilmente mi preoccupo. La sua storia e la mia sono ben distinte – una differenza rimarcata dal colore e dalla valenza dei nostri passaporti, – eppure mi sento in qualche modo legata a questo ragazzo. La scritta «online» riappare qualche giorno dopo, insieme a un suo messaggio: è in Francia. Non è più riuscito ad aspettare, mi dice che nell’incertezza e nella solitudine ha pensato di impazzire, e così questa volta ha preso la via delle montagne e ha attraversato la frontiera. Ci mette ancora qualche giorno per raggiungere Tolosa da una cittadina vicino al confine, ogni tanto mi manda qualche aggiornamento. 

Ha raggiunto suo fratello, ma ha attraversato la frontiera illegalmente: fino alla rettifica della sua data di nascita è a tutti gli effetti, come lo definisce Venturin, «un dublinato». Con ogni probabilità, correggere l’errore significherà dover tornare in Italia per svolgere qui le pratiche che restano. Ora è un tribunale francese ad avere in mano il suo caso, mentre lui cerca di ambientarsi e trovare il suo posto in un mondo nuovo: «sarà il giudice a decidere». A marzo di quest’anno, secondo gli ultimi dati disponibili, erano già 363 i casi di minori respinti dalla polizia francese solo alla frontiera di Ventimiglia. La storia di Sekou è quella di centinaia di ragazzi a cui vengono quotidianamente negati i loro diritti e che restano così intrappolati tra le maglie di un’Europa sempre più chiusa e indifferente.

di Matilde Moro (Matilde Moro)

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