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I festival culturali creano “la cittadinanza attiva”

Il gesto del festival permette di colmare lo spazio pubblico per impostare una riflessione condivisa, creando il concetto di “cittadinanza attiva”. I principali autori di questo processo sono gli under30, che creano festival su misura per le loro esigenze, come il Limen

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Ennio Flaiano, nel secolo scorso, proclamava l’Italia la patria dei Festival

Nel nostro paese, secondo le stime, ogni anno ci sono circa 400 festival culturali (secondo le stime di Altreconomia). Con la loro dimensione figlia della ritualità, offrono chance di approfondimento personale e di aumento della percezione della collettività, attivando – inconsciamente – una nuova pratica di cittadinanza. Lo stesso filosofo Zygmunt Bauman li menzionava a proposito del “diventare cittadini”, ovvero porsi nell’orizzonte tra la dimensione individuale della costruzione dell’io e la dimensione collettiva. 

Il gesto del festival infatti permette di colmare lo spazio pubblico – uno spazio aperto alla riflessione critica e alla sperimentazione – non più di preoccupazioni individuali, ma per impostare una riflessione condivisa, in grado di confrontarsi con le contraddizioni della modernità. Queste pratiche di “cittadinanza attiva” – che come avrebbe detto Bishop rendono possibile forme di “individualismo cooperativo e altruistico” –  possono portare alla costruzione di comunità e allo sviluppo di capacità utili ai più. 

 

Nello specifico, dopo due anni di pandemia in cui si è stati costretti a restare in casa, i festival oggi più che mai rappresentano l’occasione per tornare ad abitare lo spazio pubblico.

Farlo vuol dire scoprire i territori che hanno trovato nuove identità attraverso pratiche culturali e di riqualificazione territoriale. È il caso, per esempio, di alcuni festival di street art che si svolgevano in paesi e frazioni abbandonate sull’Appennino, come Cvtà Street art in Molise. Si tratta di una chance per riscoprire il patrimonio culturale materiale e immateriale di un territorio, nell’ottica del turismo esperienziale. 

 

Il vero tratto riconoscibile dei festival sta nella loro idea di fondo e nella proposta culturale che essi offrono, frutto della creatività delle organizzazioni che li curano. Come scrive Paolo Fresu nella prefazione di In giro per festival  è «un vero viaggio italiano, in località incantate e a volte poco conosciute, alla ricerca di architetture creative e umane che mettono radici nei luoghi dello stivale, da Nord a Sud, narrandone la vivace propensione al racconto e la proiezione verso il futuro».

 

Eppure, quello che si nota tra Nord e Sud è un importante dislivello numerico. Di quegli oltre 400 festival in media svolti in Italia, solo il 15% si svolge al Sud. 

Nel 2023 Swg ha realizzato un report sui consumi culturali degli italiani per Confcommercio: dalle statistiche si nota come in Italia l’intrattenimento culturale sia centrale. Gli italiani sono grandi frequentatori di musei permanenti e siti archeologici (il 61% degli intervistati si dichiara “frequentatore non saltuario”) e teatro, arte e concerti rientrano tra le attività culturali preferite (rispettivamente con il 42%, 45%, 46% di appassionati tra i soggetti coinvolti). Nel report quello che si evince è che per gli abitanti del sud e delle isole la proposta culturale offerta è inadeguata – in sintesi, ci vorrebbe di più. Un risultato che non stupisce, tenendo conto anche che i fondi per la cultura al Sud sono ancora bloccati. Proprio per questo motivo le regioni hanno avuto molte difficoltà nel finanziare l’offerta dell’ultimo anno. La Campania, ad esempio, ha pubblicato la lista degli enti che non hanno ricevuto fondi nazionali – tra i quali figurano la fondazione del Teatro San Carlo e del rinomato Ravello Festival – e che verranno finanziati dalla regione stessa.

 

Quello che va preso in considerazione è che a livello anagrafico sono proprio i giovani della fascia 18-24 i più appassionati alla vita culturale, amanti del cinema, della musica, dei talk dal vivo. Pertanto sono loro le prime “vittime” di queste lacune culturali, alle quali si aggiunge anche un dettaglio da non trascurare: anche se rappresentano la categoria più semplice da coinvolgere, sono quella con il minor potere d’acquisto. Per questo motivo vengono strutturati Festival a misura di Under30, come il Limen. 

La scelta del nome è indicativa dell’intento del festival: in greco limen significa “porto”, in latino “confine”. Si tratta di una manifestazione capace di dialogare con il territorio e il patrimonio della città che lo ospita; creando una comunità salda, ma capace di aprirsi alle nuove frontiere, passando dall’Io al Noi.

L’apertura e il fare rete sono i cardini dell’associazione culturale che organizza il festival, che si occupa di coinvolgere tutte quelle realtà– specialmente giovanili – che lavorano per il sociale e la promozione culturale.

Il suo variegato programma ha da cinque anni come protagonista la musica: ben tre giorni di concerti, con due palchi dedicati ad artisti come Nitro e Ex-Otago. Da sempre l’idea base di Limen, come scritto nel comunicato stampa 2024, risiede «nella creazione di una trama di connessioni solida e proficua con altre associazioni e realtà culturali del territorio. Questa rete costituisce il cuore della missione basata sulla convinzione che la collaborazione e lo scambio di idee siano essenziali per la creazione di un ambiente sinergico e per la nascita di nuove iniziative culturali».  

Il tema di questa nuova edizione del Festival è il vento, ispirato a un verso di un brano di Lucio Corsi intitolato Trieste, che recita “Che il vento no, non era un freno, ma una spinta” L’obiettivo è quello di promuovere il valore del cambiamento, in ogni sua sfaccettatura. Per farlo il festival offre, oltre alle performance musical, anche talk, laboratori e workshop da scoprire. 

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