Cerca

I crimini del cartellino verde

L’industria del fast fashion è la seconda industria più inquinante al mondo. Il report di Eartsight analizza la filiera del cotone che dal Brasile raggiunge i nostri negozi.

Questo articolo parla di:

Più di 100 mila ettari di natura selvaggia distrutti solo in Brasile,  centinaia di specie a rischio di estinzione, 600 milioni di litri di pesticidi a cospargere i campi di cotone: questi e molti altri sono, secondo GreenMe, i crimini del Fast Fashion.

Con il termine fast fashion si intende la produzione di capi di abbigliamento che passano direttamente dall’ideazione alla messa in vendita in modo rapido ed economico, saltando l’iter canonico di presentazione e studio della risposta, ma guadagnando tramite la rapidità e la quantità di prodotti venduti, a discapito di qualità e valore etico. Si differenzia dalla slow fashion soprattutto per le tempistiche legate alla catena di produzione: nel mondo dell’alta moda ogni anno abbiamo due collezioni, primavera/estate e autunno/inverno, e all’interno di eventi come le varie settimane della moda vediamo sfilare capi che saranno in vendita più di una stagione dopo.

Nel mondo fast fashion invece troviamo “nuovi arrivi” quasi ogni settimana, le collezioni si susseguono a un ritmo frenetico non prestando molta attenzione ad un utilizzo longevo degli indumenti, ma vedendo il capo come qualcosa che va indossato per una stagione e poi cambiato. Ne consegue che la sostenibilità della produzione e le condizioni dei lavoratori non siano sempre tutelate, in quanto l’obiettivo è mettere sul mercato un prodotto che sia alla moda ma economico.

In tutte le fasi della produzione tessile, gli ecosistemi acquatici, terrestri e atmosferici subiscono danni ambientali duraturi. Uno di questi effetti dannosi è il rilascio di gas serra nell’aria che inquinano i vari ecosistemi. Un altro fattore è causato dalla somma tra il trasporto globale e l’utilizzo di macchinari pesanti, che genera emissioni di diossido di carbonio. Oltre al rilascio di gas pericolosi, vari pesticidi e coloranti vengono rilasciati nell’ambiente acquatico di ogni area in cui opera il settore della moda. La crescente domanda di fast fashion contribuisce a un continuo scarico di effluenti, contenenti sia coloranti che soluzioni caustiche, da parte delle fabbriche tessili.

Per queste e molte altre ragioni la Fast Fashion contribuisce all’inquinamento ambientale causato dall’industria tessile, rendendo questa industria la seconda più inquinante al mondo dopo quella dell’estrazione del petrolio, nonché tra le prime per consumo energetico e risorse naturali.

Questa strategia di produzione viene utilizzata dalle grandi catene di distribuzione come H&M, Zara e molte altre. Proprio Zara e H&M sono state recentemente coinvolte nell’inchiesta “Fashion Crimes” condotta dall’ONG Britannica Earthsight, che ha ricollegato questi marchi (e di conseguenza anche i capi che acquistiamo nei loro store in Italia) con fenomeni di sfruttamento, accaparramento di terre, violenze, corruzione e deforestazione illegale su larga scala, soprattutto in Brasile.

Earthsight ha rintracciato 816mila tonnellate di cotone dalle tenute indagate alle 8 aziende asiatiche che hanno prodotto almeno 10 milioni di capi di abbigliamento e articoli per la casa in dodici mesi per i negozi H&M e/o Zara in Italia, nonché per i marchi gemelli di Zara: Bershka, Pull&Bear e altri. In Italia, H&M possiede oltre 160 negozi che generano il 3% delle sue vendite globali. Zara e i marchi gemelli di proprietà di Inditex, hanno 334 negozi in Italia, al secondo posto più alto di tutti gli altri Paesi.



La questione della deforestazione illegale in Brasile 

I capi di abbigliamento che tanto amiamo acquistare da Zara o H&M sono realizzati in cotone contaminato eticamente. Queste due multinazionali sono l’emblema della deforestazione illegale e dei continui abusi ambientali che avvengono nei territori equatoriali, in particolare nella zona del Cerrado, in Brasile. Tuttavia, non  sono le uniche che si avvalgono di questi soprusi per riempire i propri negozi; anche Bershka e Pull&Bear hanno utilizzato lo stesso metodo di sfruttamento ambientale. Attraverso immagini satellitari, sentenze di tribunali e registri di spedizione, la ONG in un anno è riuscita a tenere traccia di quasi un milione di tonnellate di cotone contaminato che proviene dalle tenute più famose del Brasile fino ai produttori di abbigliamento in Asia, che riforniscono i due marchi di moda più noti al mondo. Secondo l’associazione britannica Earthsight, tutti i vestiti che acquistiamo dai grandi marchi sarebbero strettamente collegati all’accaparramento di terre e alla violenza e ai soprusi delle popolazioni locali. I membri dell’organizzazione hanno partecipato sotto copertura nelle fiere commerciali globali e dal report risulta che sono circa 800.000 le tonnellate di cotone contaminato venduto in Italia. Queste tonnellate di cotone provengono per lo più da aziende, con sede nel Cerrado Brasiliano, destinate poi a essere mandate nelle industrie asiatiche che producono, in un anno, 10 milioni di capi che vengono distribuiti nei principali negozi quali H&M (in Italia sono presenti oltre 160 negozi) e Zara (più di 330). Inoltre, l’organizzazione Eartsight ha rintracciato che la maggior parte dei prodotti di  H&M e Zara sono realizzati con cotone Better Cotton, (proveniente dal Brasile) che è stata accusata più volte in passato di greenwashing, segretezza e mancata protezione dei diritti umani secondo l’ONG.  I grandi marchi quindi, si erano affidati, come certificazione etica, a Better Cotton, ignorandone il sistema fortemente corrotto. Il direttore di Earthsight, Sam Lawson, sostiene: “I crimini legati ai beni che consumiamo devono essere affrontati attraverso la regolamentazione, non attraverso le scelte dei consumatori, quindi i legislatori dei Paesi consumatori dovrebbero mettere in atto leggi forti con un’applicazione rigorosa”. Non solo le più conosciute aziende di moda, ma anche Ikea è sotto il mirino degli ambientalisti. Greenpeace, un’organizzazione non governativa ambientalista, ha accusato Ikea di usare legno proveniente dalle foreste antiche della Romania.
Secondo l’associazione, anche l’Italia sarebbe fra i 13 Paesi in cui sarebbero in vendita una trentina di prodotti del colosso svedese realizzati con legno di boschi intatti da secoli e con alberi di perfino 180 anni.
Alle accuse IKEA ha risposto in maniera sbrigativa, senza approfondire, dicendo “noi non accettiamo, per i nostri prodotti, legname proveniente da foreste vetuste. Le pratiche di approvvigionamento sono legali e conformi sia alle leggi locali, sia a quelle dell’Unione europea.”

L’ipocrisia del green washing tramite il cartellino verde del Better Cotton

“Eravamo abituati ad aver paura degli alligatori quando notavamo nei fiumi. Oggi fatichi anche a vedere un geco”. Con queste parole, Marco Rogério Beltrão – ambientalista braziliano – cala una voce umiristica all’enorme problema ambientale che sta affliggendo la zona del Cerrado. Lo sviluppo dell’industria agricola, però, non sta facendo estinguere solo gli alligatori e mettendo a rischio tutto il bioma animale della regione, ma pone una grande minaccia anche alle comunità di agricoltori locali. I geraizeiros, come sono conosciute le comunità che abitano la regione dello stato di Bahía, dagli anni 70 hanno visto arrivare improvvisamente uomini armati sconosciuti minacciarli, incendiare le proprie case e uccidere chi tentasse di resistere agli interessi fondiari. 

 

Se oggi vi capitasse di fare una passeggiata nella cittadina di Formosa do Rio Preto, non trovereste più una rigogliosa savana tropicale e gli abitanti locali lavorare i terreni secondo la pratica consueta del geras – un sistema agricolo che alterna coltivazione e riposo per la rigenerazione del terreno – ma vi trovereste davanti a interminabili recinzioni di filo spinato elettrificato a proteggere quella che è una delle fattorie più grandi del Brasile. 

 

La tenuta Estrondo si compone per più di 400.000 ettari di terre accaparrate illegalmente, in quello che nel 2018 è stato definito dal procuratore generale dello stato di Bahía uno dei più grandi e importanti casi della storia brasiliani di appropriazione indebita di terreni. Alla tenuta e ai vari proprietari fanno capo diversi dipendenti armati, imputati di protrarre politiche di intimidazione e minacce nei confronti dei geraizeiros. Nel 2019, un violento scontro tra due membri della comunità locale e gli uomini armati della tenuta è risultato in una sparatoria che ha ferito i due locali.

 

Con la sensibilizzazione, in particolare delle nuove generazioni, riguardo alle criticità che lega la fast fashion con problemi ambientali ed etici, le aziende del settore hanno iniziato un processo di brand washing per salvaguardare la propria immagine e la propria fetta di mercato.  In questo contesto nasce in Svizzera, più di 10 anni fa, la Better Cotton Initiative (BCI), oggi conosciuta come Better Cotton (BC) label, con lo scopo di promuovere migliori standard etici e ambientali nel settore della produzione di cotone. Ad oggi, l’etichetta verde di BC dovrebbe certificare l’uso di cotone sostenibile, prodotto seguendo principi etici e la salvaguardia delle comunità locali. 

 

Zara e H&M sono aziende che sfoggiano con orgoglio il cartellino verde attaccato ai loro vestiti, ma le aziende asiatiche alle quali si affidano per la produzione della linea d’abbigliamento acquistano il cotone, tra gli altri, dal gruppo Horita e SLC Ágricola. 

 

Il 43% del cotone con cartellino verde viene prodotto in Brasile, dove Horita e SLC Ágricola rappresentano due dei più grandi produttori. Horita, però, risulta essere la principale azienda all’interno della tenuta Estrondo e direttamente collegata con le politiche sopra esplicate. Anche SLC Ágricola è imputata dalla procura generale di Bahía per appropriazione indebita di 40 mila ettari di terreno. 

 

Il rapporto di Earthsight mette alla luce tutte le difficoltà e le politiche di green e brand washing collegate alla Better Cotton label. Quello denunciato da Eartsight non è un caso isolato:  seguendo i risultati di un altro rapporto, frutto del lavoro della Sheffield Hallam University in collaborazione con lo Uyghur Rights Movement e lo Uyghur Center for Democracy and Human Rights, “Tailoring Responsibility: Tracing Apparel Supply Chains from the Uyghur Region to Europe”, diverse aziende cinesi di produzione tessile, che appongo il cartellino di Better Cotton, risultano sfruttare il lavoro forzato di minoranze perseguitate nel territorio dello Xinjiang. 

Soluzioni Normative per Combattere il Fast Fashion

Recentemente, l’Unione Europea ha introdotto un regolamento sulla deforestazione per tracciare l’origine delle merci fino alla terra di produzione delle materie prime. Tuttavia, il cotone non è incluso in queste misure.

Il 24 maggio è stata finalmente approvata la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (Csddd), dopo varie bocciature e rinvii. Questa direttiva obbliga le aziende a effettuare la due diligence per identificare, prevenire e mitigare gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente derivanti dalle loro attività commerciali, coinvolgendo tutta la catena del valore, dai fornitori alla gestione dei rifiuti. Inoltre, le aziende devono sviluppare piani di adattamento ai cambiamenti climatici, allineando il loro modello di business agli impegni dell’Accordo di Parigi. Anche se inizialmente la direttiva riguarda solo 4500 imprese a livello europeo, rappresenta un passo decisivo verso un futuro più sostenibile, con la speranza che venga estesa a più aziende in futuro.

La Commissione Europea ha inoltre adottato criteri per definire gli “usi essenziali” delle sostanze chimiche più dannose. Questi criteri aiutano a valutare quando l’uso di tali sostanze è giustificato, ad esempio per la salute e la sicurezza o per il funzionamento della società. L’obiettivo è eliminare gradualmente le sostanze nocive negli usi non essenziali e permettere più tempo per quelli essenziali, incentivando l’industria a investire in prodotti chimici innovativi e sostenibili. Questo atto si integra nella “Strategia sulle sostanze chimiche per la sostenibilità”, che mira a proibire l’uso delle sostanze chimiche più pericolose nei prodotti di consumo a meno che non siano essenziali per la società.

Inoltre, Francia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Austria hanno chiesto di assoggettare le spedizioni transfrontaliere di rifiuti tessili alle procedure di controllo della Convenzione di Basilea. Questo richiederebbe una notifica preventiva e il consenso per tali spedizioni, trattandole allo stesso modo di altri rifiuti problematici come plastica ed elettronica. Questi paesi propongono che la nuova Direttiva sui Rifiuti chiarisca i criteri che distinguono i rifiuti tessili dagli abiti usati e impone il divieto di export per i rifiuti tessili pericolosi. La decisione finale spetta al Consiglio europeo nella primavera del 2025.

In Italia, sono state bloccate le norme che avrebbero imposto alle aziende di pagare bonus ai dirigenti per l’attuazione dei piani di transizione climatica. L’Italia ha anche fatto pressioni per rimuovere i requisiti sul dovere di diligenza per monitorare lo smaltimento e il riciclaggio dei prodotti.

Anche il Regno Unito e gli Stati Uniti stanno introducendo leggi per regolamentare il consumo di beni legati alla deforestazione, ma con limiti significativi, poiché si concentrano solo sulla deforestazione illegale e non includono il cotone. In Brasile, il governo federale sta promuovendo un piano per ridurre la deforestazione illegale nel Cerrado, lasciando tuttavia margine per politiche non sostenibili a livello locale.

 

Ridurre il fast fashion richiede un approccio multilivello che coinvolga normative rigorose, iniziative aziendali e consapevolezza dei consumatori. Le leggi attuali rappresentano passi importanti, ma è necessario un impegno più ampio e inclusivo. Ampliando l’applicazione delle direttive europee a un numero maggiore di aziende e includendo materie prime come il cotone, si potrebbe avere un impatto maggiore. Inoltre, norme più severe per la gestione dei rifiuti tessili e l’eliminazione graduale delle sostanze chimiche dannose sono fondamentali.

È essenziale che i governi nazionali e internazionali collaborino per creare un quadro legislativo globale che incoraggi pratiche sostenibili lungo tutta la filiera produttiva. Incentivi economici per le aziende che adottano pratiche sostenibili e sanzioni per quelle che violano le norme ambientali e sociali possono accelerare la transizione verso una moda più etica e sostenibile. Infine, educare i consumatori sull’importanza di scelte d’acquisto responsabili può ridurre la domanda di fast fashion, favorendo una cultura del consumo più consapevole e sostenibile.

di Amelia Maria Rita Stoduto (Amelia Maria Rita Stoduto),Beatrice Baragli (Beatrice Baragli),Ilaria Stazi (Ilaria Stazi),Lorenzo Macovei (Lorenzo Macovei)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Articoli Correlati