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I braccianti non restano a casa

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Nel corso della pandemia una delle maggiori preoccupazioni, come testimoniato dall’assalto ai supermercati e dalle fake news circolate riguardanti una “emergenza cibo”, ha riguardato l’approvvigionamento alimentare. Quel che però non sembrava essere un problema a stretto giro, inizia a mostrare le sue due facce con prepotenza, tanto grazie alle lotte e agli appelli di sindacati e attivisti, quanto in merito alle proposte della politica. Nei campi si continua a lavorare in condizioni disumane, e questa condizione rischia di moltiplicarsi a causa della pandemia: mancherebbero all’appello 200.000 lavoratori stagionali, provenienti soprattutto dall’est europeo, impossibilitati ad entrare in Italia.

 

Il caporalato continua

Nei campi italiani la risposta alla mancanza di manodopera legale è sempre la pratica del caporalato. «Il caporale ora come ora è l’unico ad avere la “capacità”, “l’efficienza” e tutti i mezzi per collocare la manodopera secondo le necessità del mercato del lavoro», dice a Scomodo Yvan Sagnet. Scrittore e attivista camerunese, Sagnet sin dal suo arrivo in Italia nel 2008 ha fatto propria la lotta dei braccianti contro il caporalato. Lotta decisiva nell’approvazione della legge 199 del 2016, che regolamenta il reato di caporalato e che gli è valsa, insieme alla sua attività letteraria, l’onoreficenza di Cavaliere della Repubblica conferitagli dal Presidente Mattarella a febbraio 2017. 

«Se oggi andassimo a chiedere quanti di queste decine di migliaia di lavoratori lavorano legalmente grazie al centro per l’impiego di Foggia scopriremmo un dato vergognoso: meno dell’1% della manodopera», continua. «Come sono stati “assunti” tutti gli altri? Grazie ai caporali, al nepotismo, agli amici degli amici. E così in tutto il Paese». E, nonostante il lockdown, il caporalato non si ferma. «Come tutti i fenomeni mafiosi, nasce da un vuoto istituzionale, e dunque è proprio in queste situazioni che si rafforza», afferma Diletta Bellotti, attivista che nel 2019 ha vissuto per un mese nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, abitata in larghissima parte dai braccianti che arrivano nei campi attraverso i caporali. 

Diletta ci racconta quel che sta succedendo lì, nella zona di Foggia. «Come nel “mondo fuori”, alcuni sottovalutano la situazione, altri sono terrorizzati. Ma a differenza della maggior parte di noi, i braccianti sono costretti ad andare in ogni caso a lavorare nei campi. Il ragazzo che mi ha ospitato nella sua baracca a Borgo per esempio è stato praticamente supplicato dal suo ex datore di lavoro nelle campagne limitrofe di andare a fare le raccolte, nonostante lui avendo uno spaccio alimentari nell’insediamento non avesse bisogno di fare un altro lavoro. Certo non ci venga in mente che queste persone percepiscano uno stipendio maggiore solo perché siamo in una situazione emergenziale». Lo sfruttamento continua. «Lo stipendio rimane misero. Questo caso specifico ci dice molto: la manodopera scarseggia, i campi rimangono incolti, i supermercati si svuotano e l’economia collassa». 

Com’è immaginabile e come in molti altri casi le condizioni sanitarie e di sicurezza sono quasi nulle.

«Nessuno, tra le migliaia di persone che abitano lì, può concepire il distanziamento sociale», continua Diletta. «Vivono in baracche o casette sovrappopolate, non hanno accesso diretto ad acqua potabile e, comunque raggiungano i posti di lavoro, è molto probabile che siano in stretto contatto l’uno con l’altro. In più, come c’è da aspettarsi, non hanno nessun tipo di protezione per evitare il contagio o la diffusione del virus». 

«Io copro la zona della provincia di Caserta, dell’agro aversano, da Villa Literno a Casal di Principe, passando per Castel Volturno», ci racconta Tammaro Della Corte, sindacalista FLAI CGIL (Federazione Lavoratori AgroIndustria). «A Castel Volturno la situazione è questa ormai da anni, con una grande quantità di ‘irregolari’ che si sono stanziati in questa fascia di litorale perché hanno trovato un territorio abbandonato, stanziandosi nelle centinaia di case vuote dove hanno trovato riparo e con la ‘fortuna’ di non doversi rifugiare, come avrebbero dovuto fare altrove, in baracche fatiscenti di lamiera. La situazione va monitorata con attenzione, il rischio di trovarsi a dover disinnescare una ‘bomba’ sanitaria è grande». E ovviamente, come nel foggiano, il caporalato continua. «Il tema sta scomparendo dal dibattito politico. Lavorando sul territorio vediamo che è una pratica che va avanti, ammassando lavoratori irregolari su dei furgoni per portarli nei campi. È un fenomeno tutto meno che meridionale, ha dimensioni nazionali».

In queste condizioni sono i sindacalisti, gli attivisti, le ONG e tutti gli attori umanitari a cercare le soluzioni. Diletta ci racconta la sua: «Per evitare che i braccianti debbano scegliere se fare la fame o contrarre un virus mortale, il mese scorso ho lanciato una raccolta fondi a favore di Medici per i Diritti Umani, in prima linea nel supportare coloro che si trovano in precarietà abitativa e dunque ad estremo rischio di contagio».

 

Per una nuova sanatoria

È raro trovare temi in grado di mettere d’accordo liberali e socialisti. Ultimamente, però, si è levata a gran voce una richiesta bipartisan: regolarizzare gli immigrati irregolari presenti sul suolo italiano. Dal think tank liberista Istituto Bruno Leoni al quotidiano comunista Il Manifesto non sembrerebbero esserci differenze di vedute: serve un’altra sanatoria.

È bene infatti ricordare che se ne sono succedute varie negli anni. Tra queste la più imponente è stata quella del 2002 portata avanti dal Governo Berlusconi II, con a capo del Ministero dell’Interno il leghista Roberto Maroni, con cui furono regolarizzati circa 650.000 irregolari. Ad oggi la cifra per cui si chiede la regolarizzazione si aggira intorno ai 600.000 individui.

Viene richiesto un provvedimento simile innanzitutto per ragioni umanitarie e di sicurezza, perché purtroppo la maggior parte degli “irregolari” costituisce una fascia estremamente esposta al contagio, soprattutto per il fatto di non essere iscritti al SSN, di non poter avere un medico di base ma soltanto esigere le prestazioni sanitarie urgenti e di ritrovarsi pertanto ad affollare i posti di pronto soccorso con tutte le problematiche che questo determina.

E tuttavia la sanatoria è argomento sensibile anche da un punto di vista economico: la filiera agroalimentare non può ripartire senza un impiego massiccio di manodopera aggiuntiva, e “l’esercito” di irregolari in larga parte costituito da braccianti e operai con esperienza nel settore diventa cruciale per non bloccare una filiera vitale come quella agricola. 

«Non ho dubbi sul fatto che una sanatoria debba essere fatta. Non doveva essere fatta ora, ma molto prima. Tuttavia questa situazione va assolutamente sfruttata affinché la sanatoria passi», ci dice Diletta. «Per quanto nasca dalla necessità di arginare una crisi del settore agroalimentare e una conseguente decrescita economica, non certo dalla volontà di togliere i lavoratori e le lavoratrici dall’invisibilità, lo sfruttamento e l’oppressione. Ma, soprattutto in quest’emergenza, bisogna essere pratici: sfruttiamo ogni mezzo ed ogni cavillo affinché le regolarizzazioni avvengano velocemente e per il più alto numero di persone possibile».

Le richieste della società civile sono state fatte proprie anche dal Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova, che da giorni ormai, in Parlamento e in TV, ripete che questa sanatoria non è un atto di buonismo o di “anti-italianità” (come più o meno velatamente l’opposizione sostiene): o infatti procederà lo Stato a regolarizzare questi soggetti o la criminalità organizzata avrà la strada spianata nel continuare il suo inaccettabile sfruttamento tramite il caporalato. Soprattutto, o si procederà in questo modo o c’è il serio rischio che la produzione agroalimentare non sarà il grado di garantire i suoi frutti in un momento di crisi come quello attuale. 

I braccianti non restano a casa

La proposta Ero Straniero

Tra i parlamentari chi da sempre si batte per un provvedimento di questo tipo è il leader radicale e attuale deputato di +Europa Riccardo Magi, promotore della proposta di legge “Ero Straniero”. La proposta, come lui stesso spiega a Scomodo, si divide in due parti principali. La prima è volta a promuovere un sistema di ingressi regolari di immigrati extracomunitari che risponda alle esigenze lavorative del Paese, in grado di far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro, andando quindi a cambiare radicalmente la modalità finora utilizzata: i decreti-flussi, che hanno dimostrato la loro inadeguatezza non riuscendo a connettere gli ingressi con i fabbisogni produttivi del paese. 

La seconda parte della proposta coincide invece con la richiesta del Ministro Bellanova (sebbene lei lo limiti all’agricoltura nello specifico): una regolarizzazione di tutti gli immigrati irregolari presenti in Italia. All’obiezione che si leva dall’opposizione di non tenere in considerazione la possibilità di indirizzare al lavoro agricolo i percettori del reddito di cittadinanza o di altri sussidi pubblici, il deputato replica che per lui è auspicabile che si crei un sistema in grado di dare anche loro possibilità di essere considerati, ma  vuoi per la difficoltà dei centri per l’impiego di lavorare in maniera efficiente soprattutto in questo periodo, vuoi per una maggiore competenza (il settore agricolo non ammette improvvisazione) ed interesse degli irregolari per quel tipo di lavoro, non gli appare realistica come prospettiva, e tutto ciò sembra di fatto ridursi ad una sterile polemica politica. 

«Un aspetto che non viene poi considerato», continua Magi, «è anche il ritorno economico che un provvedimento simile comporterebbe – si parla di circa un miliardo in entrate fiscali – e che non può certo non essere preso in considerazione in un momento così delicato come quello che stiamo vivendo».  Il leader radicale ricorda poi un episodio molto significativo: in varie audizioni fatte alla Camera per la presentazione della proposta hanno partecipato anche imprenditori del Nord e Centro Italia, ed uno di questi, titolare di un’importante azienda di logistica della zona di Parma, aveva dato lavoro (non prima di averlo offerto anche ad italiani) a 150 tra richiedenti asilo e beneficiari di protezione umanitaria, spendendo anche per la loro formazione linguistica e professionale. A seguito del decreto sicurezza che non permetteva il rinnovo della protezione umanitaria però, alcuni di questi hanno perso il lavoro e sono diventati irregolari. «Questo episodio», continua, «dimostra ancora una volta il grave danno che comporta affrontare il tema immigrazione con quel tipo di impostazione». In primis alle imprese oneste di questo Paese». Che, spesso, soffrono la competitività di altre che non si fanno scrupoli ad utilizzare lavoro nero.

«Non va poi dimenticato», conclude, «uno studio molto rilevante commissionato dall’INPS nel 2017 che analizza a distanza di anni gli effetti della grande sanatoria del 2002 sulla base di un campione di 227.000 lavoratori di 107.000 imprese private emersi in quell’occasione. I risultati non lasciano molti margini di dubbio: a fine 2003 nove immigrati su dieci lavoravano ancora in Italia, dopo cinque anni erano ancora l’85%. 

La risposta dell’opposizione

Naturalmente non è della stessa idea il senatore della Lega Nord ed ex ministro dell’agricoltura Gianmarco Centinaio. «Fare una sanatoria vuol dire venire incontro alle cattive intenzioni di chi vuole degli “schiavi” da pagare poco ed in nero. Io sono per un’agricoltura etica: stiamo diventando un modello negativo nel mondo per il modo in cui trattiamo i migranti al punto che in Australia le pubblicità dicono di non comprare i nostri prodotti perché sono frutto dello sfruttamento e della violazione dei diritti umani», dice a Scomodo l’ex ministro. «Invece l’agricoltura con le giuste regole può offrire lavoro e paghe dignitose. Secondo la Coldiretti molti italiani sarebbero disposti a lavorare nei campi ed io propongo un sistema di voucher per retribuirli. Si potrebbe offrire eccezionalmente un lavoro come bracciante anche a tutti quelli che ottengono il reddito di cittadinanza». 

C’è sempre un vecchio dubbio: gli italiani sembrerebbero sempre più restii ad applicarsi per questi lavori. Un laureato accetterebbe di lavorare nei campi? «Può rifiutare, ma perde il reddito. Per pagarmi gli studi io ho lavorato come bracciante raccogliendo l’uva. Il lavoro è una delle massime forme di dignità, per cui non ci vedo nulla di male. Ma la paga deve essere maggiore rispetto al RdC e la concorrenza al ribasso degli immigrati, per colpa di chi li sfrutta, impedisce tutto ciò». La proposta della Lega, da poco meno di un anno non più partito di maggioranza, quindi parte da qui. «Modifichiamo la Bossi-Fini, innanzitutto, che è obsoleta ed inutile». In linea con le proposte di tanti, soprattutto in maggioranza. E con la proposta di Magi. «Questo deve dirlo ai partiti di governo, con cui non è certo in pessimi rapporti», commenta Centinaio. Una legge nata da un governo di centrodestra, che la Lega non ha modificato al governo. «Ci siamo stati per poco più di un anno e non era tra le nostre priorità», afferma il senatore. «Per cambiare una legge ci vuole molto tempo. Loro ce l’hanno». 

La regolarizzazione, in buona sostanza, sarebbe «accettare un processo sbagliato e cristallizzarne le conseguenze. Bisogna sfatare il falso mito per cui le sanatorie fanno emergere il lavoro sommerso», continua Centinaio. «E qui tendo la mano al PD e al governo: il motivo per cui i migranti sono sfruttati è la legge sul caporalato che fa acqua da tutte le parti e che deve essere irrigidita dando più poteri di controllo alle forze dell’ordine. E qui serve uno sforzo comune».

I braccianti non restano a casa

Alzare la voce

E tuttavia dagli stessi attivi sul campo arriva una risposta dura su pragmaticità e utilità della proposta.

«La fattibilità di questa proposta è inesistente finché l’agricoltura non permette che i lavoratori siano lavoratori regolarizzati con contratti e stipendi umani. La verità è che, con i prezzi imposti dalla Grande Distribuzione Organizzata, le aziende non si possono permettere di pagare i lavoratori più di qualche euro l’ora, senza contratto. Chi di quelli che percepiscono il RdC lavorerebbero 11 ore al giorno per 30 euro senza contratto?», commenta Diletta. «In questo vediamo la forza delle agromafie e di come non possano essere estirpate senza partire della GDO. Regolarizzando non si fa solo un atto umanitario, ma si lavora per una crescita sostenibile del paese». È d’accordo anche Sagnet: «In un euro speso, circa il 70% va nelle mani della grande distribuzione organizzata, e ad agricoltori e lavoratori vanno gli spiccioli. È per questo che, come associazione NoCap, stiamo cercando di mettere in campo un meccanismo di tracciabilità della filiera. Che ha la sua centralità sul bollino NoCap: lo mettiamo sui prodotti che sappiamo che non sono il frutto di sfruttamento e caporalato, che sono stati prodotti e distribuiti nel rispetto dei diritti dei lavoratori e che sono stati acquistati all’agricoltore a un prezzo giusto. Abbiamo creato così un circuito virtuoso, grazie al quale centinaia di lavoratori sono stati assunti e sono usciti dal sistema di sfruttamento e che coinvolge anche l’importante gruppo di distribuzione Megamark».

Ma si pone anche un discorso pratico, relativo alla presenza degli ‘irregolari’ sul suolo italiano. «La Lega non è riuscita a far rimpatriare i 600.000 ‘irregolari’, perché hanno capito che non è semplice. L’ha detto il Procuratore nazionale antimafia De Raho: regolarizzare queste persone è toglierli alla criminalità organizzata», aggiunge Sagnet. «Gli schiavisti già ci sono e già pagano in nero, di fatto incentivati dalle leggi sull’immigrazione fatte in questo Paese in gran parte dalla destra, Bossi-Fini ma anche e soprattutto DL sicurezza. Queste persone se non censite sono soggetti vulnerabili, e sono deboli perché la loro condizione giuridica in Italia è debole e fa sì che siano preda dei sistemi mafiosi». 

Rifiuto della proposta contraria alla sanatoria, ma anche a nuove forme di sfruttamento. «Il lavoro agricolo è già un mondo estremamente frammentato, non lo si può andare a mortificare in altri modi», afferma con forza Tammaro. «In tutte le province abbiamo i CPL, contratti provinciali, migliorativi del contratto nazionali, e che garantiscono una serie di diritti che il voucher non dà».

È d’accordo anche Magi, che rincara: «Anche a fronte della reintroduzione dei voucher rimane il problema della irregolarità delle persone, comunque sia abbiano interesse a non avere irregolari e spinte ai margini. Il voucher è un sistema di pagamento, comunque tu devi avere persone che sono regolari, gli irregolari hanno paura anche a circolare perché se vengono fermati possono essere trattenuti e portati nei CPR. Abbiamo la grande occasione di fare qualcosa di fare qualcosa di coraggioso e intelligente politicamente. Da qui si capirà se al governo ci sono le capacità di fare la fase due».

 

Opportunismo

Il rapporto culturale, economico e sociale a tutto tondo che c’è tra “italiani” e “immigrati”, due categorie ben scolpite nella testa di tutti, è senza dubbio problematico da decenni. E, come già ricordato, non è la prima volta che “necessità si fa virtù”.

Tuttavia, durante la pandemia la frattura sociale tra lavoratori e categorie sociali si è fatta profondissima, e in una situazione emergenziale come la mancanza di manodopera nei campi una dichiarazione provocatoria ha più risonanza di un commento di senso. La discussione sulla sanatoria (e sulle conseguenti soluzioni alternative) tocca molteplici tasti ma ha, di fatto, un unico protagonista, ossia i braccianti.  «Risanare le posizioni di chi lavora in questa filiera ed è ‘irregolare’ permetterebbe di togliere questi lavoratori dal cono d’ombra in cui si trovano, soprattutto in vista della loro sicurezza», sintetizza Tammaro. Alle soglie della fase 2 e con questa proposta sul tavolo, in Italia c’è chi per lo Stato ancora non esiste.

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