Hype

HYPE is Scomodo’s first international publication, entirely in English.

It was born out of a European project that brings together six organizations: Valo-Valmennus, Coop Eskemm, Le Parallèle, Keur Eskemm, Communa, and Scomodo. Six associations from four different countries – Belgium, France, Finland, and Italy.

For over a year, we have been working side by side with the goal of building an editorial collaboration focused on the mental health of young people. During a workshop hosted by Scomodo, we began sharing our ideas and perspectives on a question that is anything but simple: how can we talk and write about mental health?

The answer lies in this publication.

HYPE è la prima pubblicazione internazionale di Scomodo, interamente in inglese.

Nasce da un progetto europeo che coinvolge sei organizzazioni: Valo-Valmennus, Coop Eskemm, Le Parallèle, Keur Eskemm, Communa e Scomodo. Sei associazioni che provengono da quattro diversi Paesi – Belgio, Francia, Finlandia e Italia. 

È da più di un anno che lavoriamo insieme con l’obiettivo di una collaborazione editoriale incentrata sul tema della salute mentale delle persone giovani. Durante un workshop tenuto da Scomodo, abbiamo iniziato a condividere le nostre proposte e impressioni di fronte a una questione tutt’altro che semplice: come possiamo parlare e scrivere di salute mentale?

La risposta è nella nostra pubblicazione. 

Some photos of the Hype experience in Bruxelles

TRADUZIONE ITALIANA

DOVE SI NASCONDE LA MENTE

Una delle prime cose che ho scritto per Scomodo era un racconto intitolato è difficile respirare quando apri gli occhi. Il pezzo è emerso dalle profondità di un brutto periodo, quando ogni mattina mi sentivo come se stessi andando in guerra. In quel testo, scritto in un flusso di coscienza affannato che imitava il ritmo soffocante del panico, ho cercato di descrivere l’ansia non come condizione clinica da diagnosticare, ma come una realtà vissuta, capace di trasformare i gesti più quotidiani in imprese enormi. 

Vivere con ansia e depressione significa trovarsi in un mondo dove il sottofondo della vita diventa un rumore assordante. È una stanchezza particolare in cui passi le tue giornate in continue trattative con il tuo sistema nervoso, dove anche rispondere ad un messaggio può scatenare una valanga di dubbi su di sé, come un’eco che non smette di risuonare nella testa. Ogni interazione sociale diventa una recita accurata di normalità, così convincente che finisci per dimenticare tu stesso quanto ti costi metterla in scena. Non entri in una stanza per socializzare, ma per analizzare ogni angolo alla ricerca di una via d’uscita, leggendo l’atmosfera non per connetterti con gli altri, ma per capire come proteggerti. 

Gli attacchi di panico stessi sono le manifestazioni più crudeli di questa condizione – momenti in cui il tuo corpo dichiara guerra alla tua coscienza, quando il tuo petto si stringe come se delle mani invisibili stessero lentamente comprimendo la tua gabbia toracica, e la struttura della tua vita quotidiana si deforma, diventando qualcosa di alieno e minaccioso. In quei momenti, respirare diventa un atto cosciente invece di essere una funzione automatica. Ti accorgi di avere muscoli che nemmeno sapessi esistessero perché si stringono per prepararsi ad un pericolo che vive solo nelle sinapsi impazzite di una mente stanca. Il corpo si irrigidisce per difendersi da qualcosa che non c’è, ma che dentro di te sembra fin troppo reale. 

Ma forse l’aspetto che è più subdolo di queste condizioni è il modo in cui colonizzano il tempo stesso. La depressione non si limita a influenzare l’umore – altera in modo radicale il tuo rapporto con la temporalità. I minuti diventano ore, i giorni si comprimono in una sequenza indistinta di resistenza. Esisti in un presente eterno di sofferenza, dove il concetto del futuro diventa un concetto astratto, simile a una lingua straniera che un tempo hai studiato ma che non hai mai veramente padronato. Quella voce nella tua testa – un narratore instancabile dell’inadeguatezza – trasforma ogni piccolo errore in una prova schiacciante della tua indegnità, e ogni attimo di gioia in una tregua temporanea, che rende ancora più tagliente l’inevitabile ritorno all’oscurità. È una lotta che molti di noi stiamo ancora lottando. 

Quello che ho scoperto scrivendo questo monologo interiore è che queste strutture narrative tradizionali erano inadeguate per catturare l’esperienza psicologica dell’angoscia. L’arco narrativo tradizionale – con inizio, uno sviluppo e una fine ben definiti – non riusciva a contenere la natura circolare e ricorsiva del pensiero ansioso. Avevo bisogno di un’architettura testuale diversa, che riflettesse la claustrofobia della condizione stessa – frasi che si ripiegavano su di sé, pensieri che si sovrapponevano ad altri, un ritmo spezzato e affannoso, capace di restituire l’urgenza caotica di una mente intrappolata nella propria rete.

Questa mancanza di linguaggio non è solo una questione accademica – ha delle implicazioni reali e profonde su come progettiamo i nostri spazi comuni, come sono strutturate le nostre comunità, come capiamo il benessere non come una ricerca individuale ma come una responsabilità collettiva. Quando ci manca il linguaggio per dare voce alle nostre esperienze, ci mancano anche gli strumenti per costruire spazi che sostengano – invece di minare – il nostro benessere psicologico. 

La pubblicazione di HYPE emerge da questa consapevolezza – che le forme tradizionali di discorso hanno fallito a catturare la complessità delle esperienze contemporanee sulla salute mentale. In queste pagine, ci si imbatte in inchieste giornalistiche accanto a annotazioni di diario, prose analitiche intrecciate a narrazioni di flusso di coscienza. Abbiamo scelto consapevolmente di superare la falsa gerarchia che mette il racconto oggettivo sopra quello soggettivo, perché crediamo che un fenomeno complesso come il disagio psicologico richieda un modo di raccontarlo altrettanto ricco e sfaccettato. La rivista si estende oltre la versione cartacea, con la Lettura Aumentata, i nostri approfondimenti digitali. Lì troverai video, foto, dati. Non esiste un’unica metodologia corretta per esprimere ciò che resiste all’espressione. 

Solo il bisogno di provare, più e più volte, attraverso qualsiasi mezzo, può colmare il divario tra l’esperienza interna e la comprensione esterna. 

Questo è il paradosso della salute mentale nel nostro tempo contemporaneo: siamo allo stesso tempo più connessi e più isolati di qualsiasi altra generazione che ci abbia preceduto. Giriamo con dei dispositivi che ci promettono una comunicazione costante, eppure abbiamo difficoltà ad articolare le nostre esperienze interiori. Viviamo in città progettate per milioni di persone, eppure spesso ci sentiamo profondamente soli nelle nostre difficoltà psicologiche.  L’architettura della vita moderna – uffici open-space, spazi di coworking condivisi, piattaforme di social media (oppure mezzi di comunicazione sociale)- promette comunità, ma spesso esacerba proprio le condizioni che rendono difficile un legame autentico.

Le statistiche dipingono un ritratto crudo del nostro panorama psicologico collettivo. Attraverso l’Europa, i disturbi d’ansia colpiscono approssimativamente 25 milioni di persone, tra cui i giovani adulti che sopportano un peso sproporzionato. In Francia, Belgio, Italia e Finlandia – i paesi rappresentati nel nostro collettivo HYPE – i problemi di salute mentale tra i giovani hanno raggiunto livelli senza precedenti. Eppure nonostante questa prevalenza, o magari a causa di questo, rimaniamo sorprendentemente incapaci di esprimere ciò che accade dentro di noi. 

Questa mancanza di linguaggio non è solo una questione accademica – ha delle implicazioni reali e profonde su come progettiamo i nostri spazi comuni, su come sono strutturate le nostre comunità, su come capiamo il benessere non come un percorso individuale, ma come una responsabilità condivisa. È questo quello che abbiamo compreso e discusso a Bruxelles. Tre giorni, a Febbraio, un gruppo di giovani provenienti da tutta Europa, riuniti in un edificio che sembrava un labirinto. Da quell’esperienza è nata questa rivista che state tenendo nelle vostre mani in questo momento. 

Durante il workshop guidato da Scomodo il focus principale era sulle abilità tecniche – come strutturare una storia, come bilanciare il testo e le immagini, come creare pubblicazioni che potessero comunicare effettivamente attraverso barriere culturali. Però lavorando, qualcosa di più intimo è iniziato a emergere. Storie raccontate durante le pause caffè, confessioni sussurrate durante le nostre sessioni. C’era un profondo sollievo di riconoscimento, il potere curativo del vocabolario condiviso. Quello che ci ha colpito più profondamente non era la differenza tra le nostre difficoltà, ma le nostre similarità essenziali. Nonostante le nostre diverse lingue, background culturali e contesti nazionali, stavamo descrivendo varianti di un’esperienza umana condivisa. I fattori scatenanti specifici variano – situazioni sociale, pressione accademica, cambiamenti stagionali, esigenze professionali – ma gli schemi sottostanti erano notevolmente consistenti. Abbiamo scoperto che le nostre storie individuali ottenevano potere quando venivano introdotte in conversazioni con altre, che le nostre difficoltà personali diventavano più comprensibili quando viste parte di uno schema più grande. Questa non era terapia, però era indubbiamente un’esperienza terapeutica. Questo era giornalismo nella sua forma più essenziale: il tentativo di capire e articolare l’esperienza umana condivisa. Stavamo imparando a diventare corrispondenti dal paese dell’ansia, traduttori della lingua del disagio mentale, cartografi del terreno psicologico che era rimasto non mappato. Questo processo ha trasformato non solamente la nostra comprensione della narrazione, ma la nostra relazione con le nostre proprie esperienze. I nostri attacchi di panico, i nostri episodi di depressione, i nostri sbalzi d’umore questi non erano anomalie da nascondere, ma dati di una storia più ampia su come possiamo creare ambienti più umani per una fioritura collettiva. Questo è il perché il progetto HYPE rappresenta più di una collaborazione editoriale – è un esperimento su ciò che diventa possibile quando ci spostiamo oltre il modello medico di salute mentale verso una comprensione sociale e ambientale. Quando smettiamo di domandarci “Cosa c’è che non va in te?” e iniziamo a chiederci: “Cosa c’è che non va nel mondo in cui viviamo?” o “Cosa possiamo fare per rendere gli spazi in cui viviamo più inclusivi?”

Questa rivista è il nostro tentativo per farvi cogliere anche una piccola parte di quello che accadde nella testa delle giovani generazioni, per creare qualcosa che servirebbe per connettere il paese del disagio mentale e il resto del mondo che spesso sembra incapace di riconoscere la sua realtà. Vi proponiamo queste storie non come risposte definitive, invece come inizi di conversazioni ormai arretrati. 

Alla fine, forse è questo il significato di guarire in questa generazione interconnessa: non l’eliminazione del disagio mentale, ma la creazione di spazi – fisici, digitali, editoriali – dove questo disagio possa essere compreso, articolato e trasformato in un materiale grezzo per costruire comunità più compassionevoli. Il tempo passa, e continuerà a passare, penso ancora che è difficile respirare quando apri gli occhi ma sono sicuro che un giorno le cose cambieranno, respirare sarà facile come lo è ora. Questa è la nostra opportunità per imparare, insieme. 

NON SAPPIAMO ANCORA COME PARLARE DI SALUTE MENTALE

Accade silenziosamente, quasi cautamente. Un piccolo articolo seppellito sotto scandali politici o risultati di calcio. Un citazione da un amico. Una frase vaga – “Lui aveva sofferto” – come se nominando il dolore gli avesse dato troppo spazio. In Italia, la salute mentale ancora esiste ai limiti del linguaggio. Quando raggiunge i titoli di coda, arriva di solito deformato: filtrato da cliché, appiattito dagli stereotipi, e contenuto dentro uno stretto copione emotivo. 

Sei rotto, oppure hai “vinto”. Crolli, poi torni in piedi – più forte, migliore, più produttivo. Il dolore è una fase. La guarigione è lineare. Le sole storie che si meritano ad essere raccontate sono quelle con una fine. 

I media Italiani tendono a raccontare la salute mentale come un arco eroico. La depressione è qualcosa da sorpassare… La persona che parla di terapia deve mostrare progressi. Il disagio persistente – il tipo di disagio che non si risolve, che resiste alla chiusura – non arrivano a essere pubblicati. Se non hai “sconfitto” la malattia, la tua storia è incompleta. 

Allo stesso tempo, c’è una contraddizione affascinante nel modo in cui trattiamo gli estremi. La salute mentale viene spesso associata alla tragedia, soprattutto quando entra nelle cronache giudiziarie. L’espressione: “soffriva di un disagio” diventa un eufemismo, usato per sorvolare e aggirare il contesto o per evitare i problemi sistemici che stanno alla radice. La violenza è ridotta alla fragilità. La fragilità è spesso equiparata al pericolo. Il danno causato da certi titoli di prima pagina – vaghi, disumanizzanti e pieni di speculazioni – è difficile da quantificare, ma facile da percepire. 

Una lingua rivela a cosa crede quella cultura. In Italia, ancora usiamo “matto” o “fuori di sé” nel linguaggio di tutti i giorni. Ammiriamo quelli che “superano” il loro dolore, che continuano a lavorare, continuano a produrre, continuano a sorridere. Glorifichiamo gli artisti tormentati, i geni ossessivi o maniacali,  i professionisti che si spingono fino all’esaurimento in nome di una causa. 

C’è poco spazio per l’indecisione – per vivere con una diagnosi senza un finale felice, per prendere medicine senza imbarazzo, per necessitare aiuto senza sembrare debole. Queste storie non sono abbastanza spettacolari. E quindi spariscono. 

Le giovani generazioni stanno cercando di riscrivere la narrativa. Sui social media, si parla con più apertura di ansia, burnout e terapia. Ma i media tradizionali ancora sopravvengono, intrappolati tra silenzio e spettacolo. Anche gli articoli più benintenzionati spesso riducono la salute mentale a resilienza individuale, dimenticando le condizioni sociali – precarietà, isolamento, mancanza di accesso alle cure – che lo formano. 

Se la narrazione è come un paese elabora il dolore, allora l’Italia è bloccata nel rifiuto. Quello di cui abbiamo bisogno è un nuovo tipo di narrazione: uno che non corre a una risoluzione, non richiede un rimborso e non scambia la sopravvivenza con il fallimento. 

Un chiaro esempio di come la copertura mediatica della salute mentale sia carente si può vedere negli articoli sui cosiddetti titoli di studio da record. È molto comune – specialmente durante la sessione estiva di laurea – leggere notizie su studenti che si laureano più velocemente degli altri, sottolineando la loro velocità eccezionale e le loro abilità accademiche. Questi tipi di titoli di prima pagina compaiono spesso nei giornali: “Federica batte tutti: Laurea lampo in giurisprudenza in tre anni e sei mesi”; “Carlotta Rossignoli, modella e medico a 23 anni: «il mio segreto? Non perdo mai tempo.»”

La mancanza di preoccupazione su quanto sia pericoloso questo tipo di copertura mediatica può essere profondamente preoccupante. Questi articoli contribuiscono a diffondere una narrativa tossica, che continua ad alimentare la retorica della performance e del merito all’interno del sistema universitario italiano – un contesto già caratterizzato da competizione intensa. Come riportato nel 2024 da ISTAT (Istituto nazionale di statistica italiano) 33% di studenti universitari soffrono di ansia, mentre 27% soffrono di depressione. Il tasso di abbandono scolastico supera il 7%. In casi estremi, nuove storie di questo tipo accadono: “Salerno, studenti di 27 anni si lascia cadere nel vuoto e muore all’università: non sosteneva più esami”, “Invita i genitori alla Laurea e si uccide, aveva dato pochi esami. All’ultimo sms: «Sono sul ponte».”

Ogni anno, più di 500 persone tra i 15 e i 34 anni muoiono per suicidio in Italia. Il tema della salute mentale tra i giovani è diventato più importante nell’opinione pubblica nell’ultimo decennio, specialmente dopo la pandemia; l’isolamento sociale a causa del COVID-19 ha causato un incremento nei tassi dei problemi di salute mentale. Nel corso degli ultimi anni, le università italiane stanno investendo nel supporto della salute mentale per gli studenti; oggi, i servizi di consulenza psicologica sono disponibili nell’80% delle università italiane. Sebbene questa assistenza non sia sufficiente per soddisfare tutte le esigenze degli studenti, rappresenta un traguardo importante per le università pubbliche, dato l’ambiente accademico fortemente tradizionalista. Eppure, la narrazione dei media mostra una mancanza di sensibilità nei confronti dell’argomento. Una visione del successo orientata alle prestazioni – sia all’università che, più in generale, nel settore dell’istruzione – domina ancora nella mentalità collettiva. In questo contesto, i media dovrebbero giocare un ruolo importante nell’inventore di questa narrativa tossica e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla gravità dei disturbi mentali nell’esperienza educativa. 

SALUTE MENTALE DEI GIOVANI SUI SOCIAL MEDIA 

Attualmente, TikTok, Instagram e Youtube sono le prime tre fonti di notizie più popolari per i giovani, sia all’università che, più in generale, nel settore dell’istruzione. Secondo la ricerca della Ofcom nel 2022, il 20% di persone tra i 12-15 anni usano TikTok come una nuova fonte di notizie, con un incremento del 22% paragonato all’anno precedente. Inoltre il 10% dei giovani hanno dichiarato che considerano TikTok la loro fonte principale di notizie. Questo è un indicatore di una tendenza più ampia nella quale i giovani si spostano da canali di informazione tradizionali a delle piattaforme di social media per informarsi. 

L’incapacità di verificare in modo critico le notizie nel proprio feed può portare ad una percezione distorta di quello che succede nel mondo. Questo è causato da algoritmi che offrono agli utenti dei contenuti a cui hanno già dimostrato interesse. 

Le persone hanno l’abitudine di risolvere i problemi cercando informazioni – o interpretando le informazioni – che sono d’accordo con le loro convinzione preesistenti. Questo fenomeno è chiamato Confirmation Bias (bias di conferma). Molto spesso è inconscio, ma a prescindere, una persona con il bias di conferma tende approcciare un problema con pregiudizi nel processo decisionale. Gli algoritmi possono anche spingere gli utenti in situazioni in cui i loro feed iniziano ad essere composti solo da contenuti che amplificano le false informazioni. 

Un buon esempio – guardare un video riguardo l’ADHD. Questi video possono amplificare alcuni aspetti dell’ADHD, come problemi di memoria, difficoltà nel concentrarsi, e l’affaticamento cognitivo. Tuttavia, questi sintomi descritti accadono nei soggetti neurotipici. Dunque, la presenza di questi sintomi non significa necessariamente che una persona soffri di ADHD. In tutti i casi, l’utente ha finito di guardare il video, e quindi l’algoritmo lo ha contrassegnato come contenuto di interesse per l’utente. Questa fa sì che nel loro feed compaiono più contenuti dello stesso tipo. Se il primo video ha installato anche solo un minimo di fiducia in un’affermazione, da quel momento in poi ogni video correlato nel feed, che conferma le supposizioni dell’utente, rafforzerà l’idea errata di avere l’ADHD. 

Sempre più spesso, le persone si rivolgono a servizi di salute mentale con una diagnosi già formulata in autonomia. Oggi le informazioni sono più accessibili che mai, e non sorprende che molti di noi si rivolgano a internet per affrontare i propri problemi. Tramite una semplice ricerca su Google, si possono trovare test nei quali puoi essere esaminato per qualsiasi disturbo mentale. Chi è incline all’ autodiagnosi può facilmente convincersi di avere l’ADHD o un disturbo d’ansia, basandosi su contenuti generici e non sempre affidabili.

Gli specialisti sanitari sono formati per dare un senso preciso ai sintomi e alle condizioni di un paziente, tutto basato su esperienze cliniche e le conoscenze mediche. Hanno accesso a delle risorse diagnostiche che sono inaccessibili al pubblico, e un piano di trattamento viene fatto su misura per i bisogni del paziente. L’autodiagnosi combinata con un piano di trattamento auto-creato può portare a soluzioni generalizzate, che sono in conflitto con la situazione specifica del paziente. Una diagnosi richiede un esperto, qualcuno che capisca non solo i termini generici, ma anche i contesti. 

I SOCIAL MEDIA SONO DIVENTATI PARTE INTEGRANTE DELLA VITA QUOTIDIANA

I social media fanno ormai parte della nostra vita quotidiana, con tutti i loro vantaggi e svantaggi. È altrettanto importante evidenziare sia i limiti che gli effetti positivi. L’uso consapevole di internet può contribuire a migliorare il benessere e rafforzare la fiducia nelle relazioni sociali. 

Internet è uno strumento che contiene una quantità quasi infinita di informazioni e intrattenimenti. Ancora di più per i giovani, è un modo per entrare in contatto e incontrare amici, anche se è fatto unicamente tramite commenti. I bambini in età scolare usano Facetime per fare i compiti insieme, i post del forum chiedono consigli sui ristoranti, e i social media sono un ottimo modo per passare il tempo. Quasi chiunque ha un telefono in tasca che vibra quando il mondo richiede la sua attenzione. Un commento, un mi piace, un messaggio, un nuovo follower. Al giorno d’oggi, i social media non sono più solo una parte della tua giornata sono invece diventati una parte integrale di ogni momento. 

A causa del profondo radicamento dei social media nella nostra vita quotidiana, inevitabilmente incidono anche sulla nostra capacità di cavarcela, poiché i social media sono un peso. Uno dei primi contributi di stress è la luce blu emessa dagli schermi, poiché impedisce la produzione della melatonina nel cervello. È un ormone che ci rende stanchi la sera. Regola l’orologio biologico e migliora il nostro ritmo circadiano. Generalmente, la secrezione di melatonina negli esseri umani comincia la sera e raggiunge l’apice durante la notte. Passare molto tempo davanti agli schermi la sera provoca confusione mentale, a causa della luce blu. La melatonina non è rilasciata nel corpo, e di conseguenza la qualità del sonno ne soffre. 

Nel 2020, OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha riconosciuto la dipendenza alla tecnologia come un problema globale. L’uso frequente e compulsivo di internet può portare ad un incapacità a gestire il tempo, l’energia e la concentrazione. Sonno, motivazione, memoria, abitudini alimentari, umore, interazioni sociali e stile di vita sono tutti collegati: se una di loro fallisce, alla fine tutto fallirà. In questo modo, il funzionamento psicologico e il benessere dei dipendenti digitali risultano completamente compromessi. Questo può peggiorare sintomi di disturbi mentali già esistenti. Giovani che già sperimentano sintomi di ansia o depressione fanno più uso dei social media che altri. La navigazione quotidiana può sembrare innocua per un utente normale, ma può avere conseguenze drammatiche. 

Navigare su internet attiva un circuito di ricompensa nel cervello in modo paragonabile all’alcol, alla nicotina o alla cocaina. Meccanismi di ricompensa come questi possono portare ad altre forme di dipendenza, come quella del sesso, dal gioco d’azzardo o dall’eccesso di velocità. Gli esseri umani sono naturalmente inclini a propendere per cose che offrono una ricompensa immediata. Quando una moneta viene inserita in una slot machine, il nostro cervello prova un piacere istantaneo. La macchina spinge il giocatore a tornare a giocare ripetutamente. 

I SOCIAL MEDIA POSSONO ESSERE MENTALMENTE ESTENUANTI 

Stimoli intensi generano reazioni intense nel corpo. Non esiste nessun beneficio a guardare video brevi e rapidi. Il nostro sistema nervoso centrale non è generalmente creato per gestire questo tipo di stimolazione continua. Numerosi studi hanno confermato il legame tra la qualità del sonno e i livelli d’ansia. La ricerca condotta da Lambert et al dimostra che solamente un pausa di una settimana dai social media aumenta il benessere di una persona. Esporsi ripetutamente a brevi video può portare a stress, poiché l’uso dei social media influisce sul sistema neuroendocrino, coinvolto nella risposta allo stress. Regola vari processi fisiologici del corpo, come la crescita, il metabolismo, e la gestione dello stress. 

Un aumento nella quantità dell’ormone dello stress nel corpo può essere una causa dell’insonnia, concentrazione compromessa e essere una causa dell’ansia. Lo stress prolungato può portare all’esaurimento. È una condizione grave in cui una persona avverte una stanchezza prolungata o grave e una mancanza di energia che le consente di riprendersi nonostante il riposo. 

GLI ALGORITMI NON CONOSCONO L’ETICA O LA VERITÀ

Nel 2017, Public Policy Council of the American Association for Computing Machinery (ACM) ha creato un insieme di linee guida per l’etica degli algoritmi. Secondo l’ACM, la mancanza di trasparenza riguardo agli algoritmi ha cause tecnologiche, economiche, e sociali. Lo scopo del codice etico è creare un insieme di regole comuni, che aumentino la trasparenza e la responsabilità nell’uso degli algoritmi. 

La redazione di giornalismo investigativo della National Broadcasting Corporation (YLE) finlandese ha esplorato l’algoritmo creando profili fittizi per due ragazzi adolescenti su TikTok, al fine di analizzare i contenuti visualizzati nel feed. Per entrambi i profili è stata creata una storia di fondo, e i video trovati nel feed che corrispondevano alla storia di ciascun soggetto sono stati guardati fino alla fine. 

Nel caso del primo soggetto, un ragazzo di 13 anni chiamato Leo, descritto come solo e isolato, i contenuti ricevuti hanno rapidamente trasformato la sua pagina “Per Te” in un flusso infinito di video sulla repulsione, l’autolesionismo e la glorificazione del suicidio. L’algoritmo ha praticamente smesso di mostrare qualsiasi altro video. In seguito, un tentativo è stato fatto per interrompere questa spirale con l’uso del pulsante “Non sono interessato”. Inizialmente, questa funzione è stata usata 10 volte senza nessun cambiamento sul feed. Dopo 20 segnalazioni, Leo ha iniziato a ricevere video su gatti e comicità, ma la maggior parte dei video nel feed riguardava ancora l’autolesionismo. Solo dopo 50 interazioni con la funzione, il feed di Leo è tornato al suo stato iniziale con video di tutti i tipi. 

Il secondo soggetto del test, Mikael, 15 anni, si è ritrovato nel mondo maschile di TikTok. Ha ricevuto consigli su come diventare un “vero uomo”: ricco, di successo e fisicamente superiore. Nella cosiddetta uomosfera di TikTok, tutto ruota intorno a te. “The Manosphere” è un gruppo eterogeneo di comunità online che celebrano la mascolinità e i diritti degli uomini. Sebbene vi siano differenze tra le varie comunità, l’ideologia principale è che gli uomini rappresentino il sesso superiore. Le donne, dall’altro canto, sono descritte come ingannevoli, fastidiose o insignificanti. Il TikTok di Mikael incoraggia un approccio radicale. Le persone a te vicine devono essere lasciate indietro e le tue emozioni devono essere messe da parte. Un uomo gentile è un perdente, incapace di attrarre le donne. L’algoritmo ti fornisce video in modo fortemente unilaterale. 

Il documentario di YLE, “Surullinen sovellus” (in Italiano: L’app triste), ha raccontato un caso in cui il quotidiano svedese Dagens Nyheter è riuscito a organizzare un incontro con il responsabile della sicurezza dei giovani di TikTok. Tuttavia, quando il giornalista ha inizio a porre domande critiche, gli è stato chiesto di lasciare l’incontro. Negli Stati Uniti e in Francia, TikTok è stato denunciato per promuovere contenuti legati al suicidio. Nel frattempo, la Commissione Europea sta indagando se TikTok ha violato le normative sulla protezione dei minori. 

EMOZIONI, DISINFORMAZIONE E ALFABETIZZAZIONE MEDIATICA. 

I social media sono pieni di contenuti emotivi. Contenuti di questo tipo evocano forti emozioni nell’utente: paura, speranza, rabbia, delusione, simpatia. Tutto ciò per guidare l’utente in una direzione desiderata. Si tratta, essenzialmente, di influenza emotiva mediatica, in cui le paure e i pregiudizi delle persone vengono usati come armi. Il messaggio è più forte quando evoca una risposta emotiva. 

Questo tipo di contenuti è guidato da obiettivi chiari: ottenere like, impressioni e viralità. Tali contenuti hanno un valore di intrattenimento e la loro diffusione non è priva di conseguenze rilevanti.

L’ECCEZIONE – FALSE INFORMAZIONI 

Quando si parla di disinformazione, il motivo per cui viene diffusa è molto importante, poiché l’obiettivo di qualsiasi disinformazione è quello di influenzare le persone e il loro modo di pensare. La disinformazione è uno strumento specialmente usata nella propaganda di Stato, affinché i leader possano presentare una narrazione specifica sia ai propri cittadini che per influenzare l’opinione pubblica di altri paesi. 

La disinformazione è una falsa informazione. Tuttavia in questo caso l’obiettivo non è sempre quello di deliberatamente ingannare qualcuno. La disinformazione può essere diffusa per errore, per esempio, condividendo una notizia inventata o ingannevole sui social media. 

Quando si naviga su internet, vale la pena ricordare che il mondo non è così brutto come viene dipinto online. Più siamo esposti a contenuti negativi, più la nostra percezione della realtà tende a diventare distorta. Questo fenomeno è noto come “sindrome del mondo cattivo” (mean world syndrome)

È qui che entra in gioco la responsabilità. Sia i creatori che i consumatori di contenuti devono fare la loro parte per arginare questa tendenza. Dobbiamo imparare a riconoscere la disinformazione (disinformation) e la malainformazione (misinformation), a mettere in discussione le “verità” che si diffondono troppo facilmente e ad avere il coraggio di riflettere prima di reagire. Ecco perché abbiamo bisogno di strumenti concreti per riconoscere la mal- e disinformazione.

VITE GUIDATE DALLE MACCHINE E TU 

Una serie di fattori ha trasformato quello che dovrebbe essere un rifugio per chi soffre di disturbi mentali in un terreno fertile per la diffusione di contenuti fuorvianti e potenzialmente pericolosi. 

Imparare a riconoscere quando qualcuno condivide informazioni dannose sui social media è un passo essenziale per contrastare questa deriva. La salute mentale è un tema complesso che non si adatta bene a nessuna piattaforma progettata per un consumo superficiale. Per questo, i contenuti legati alla salute mentale rischiano spesso di diventare un campo minato. 

Mentre il mondo sprofonda in un profondo stato di incertezze – e l’assistenza sanitaria mentale qualificata diventa sempre più difficile da raggiungere – molti si rivolgono a piattaforme di social media basate su algoritmi. 

Queste piattaforme possono offrire anonimato, risposte rapide, minore stigma e un senso di comunità, ma nulla cambia la realtà: è come trovarsi dentro un’auto in fiamme, senza nessuno al volante. 

Al vertice di queste piattaforme ci sono persone che non credono nella necessità di una rappresentazione accurata della realtà, purché venga raggiunto un obiettivo finale da 80 miliardi di dollari. 

Moderare queste piattaforme è un dovere che richiede una quantità irraggiungibile di risorse, e – secondo le denunce di diversi whistleblower – i meccanismi di sicurezza vengono spesso disattivati se interferiscono con i profitti. 

Qualsiasi mezzo è considerato lecito pur di tenere l’utente incollato allo schermo, sommergerlo di pubblicità e raccogliere dati. Chi è al comando giustifica tutto questo, nascosto dietro uno scudo legale che lo protegge da assumersi la responsabilità per le tragedie che sono accadute e che continueranno a verificarsi. 

La disinformazione attorno alla salute mentale è particolarmente pericolosa. Quando un volto “amico” banalizza in modo superficiale problemi profondi, presentandosi come sostenitore e fonte affidabile, contribuisce a rafforzare una spirale distruttiva. 

Autodiagnosi basate su contenuti falsi su un disturbo possono portare a effetti debilitanti se si riceve il trattamento sbagliato. La sfiducia nei professionisti medici e nella medicina è spesso incoraggiata su queste piattaforme, alimentata irresponsabilmente da persone che hanno un pubblico vasto e facilmente influenzabile.

RISULTATI DALL’ANALISI DI 500 VIDEO CON L’HASHTAG #MENTALHEALTH SU TIKTOK

83.7% DEI CONSIGLI SULLA SALUTE MENTALE ERANO FUORVIANTI

DI QUEL 83.7%: 

  • IL 31% CONTENEVA INFORMAZIONI INACCURATE 
  • IL 14% è STATO RITENUTO POTENZIALMENTE DANNOSO PER L’UTENTE 
  • IL 100% DEI VIDEO CON CONSIGLI SULL’ADHD ERA FUORVIANTE 
  • IL 94,1% DEI VIDEO SUL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ (BPD)
  • IL 90,3% DEI VIDEO SULLA DEPRESSIONE 
  • L’89,6% DEI VIDEO SULL’ANSIA

SOLO 9% DEGLI INFLUENCER SULLA SALUTE MENTALE SU TIKTOK HA QUALIFICHE ADEGUATE PER I CONTENUTI CHE DIFFONDE.  

ARAGON-GUEVARA E COLLEGHI

SU I TOP 133 VIDEO SULL’AUTISMO PUBBLICATI SU TIKTOK, IL 27% SONO STATI CLASSIFICATI ACCURATI. 

41% INACCURATO. 

32% “POTENZIALMENTE FUORVIANTE ‘ECCESSIVE GENERALIZZAZIONI’”

YEUNG E COLLEGHI 

SU 100 VIDEO SULL’ADHD PUBBLICATI SU TIKTOK, PIÙ DELLA METÀ CONTENEVA INFORMAZIONI PRIVE DI EVIDENZA SCIENTIFICA E IL 27% è STATO CLASSIFICATO COME ESPERIENZA PERSONALE. 

TikTok, in particolare, è il terreno ideale in cui la disinformazione sulla salute mentale può proliferare senza controllo. La piattaforma è un pozzo senza fondo che alimenta persone male informate che, nella loro corsa verso la notorietà, sono disposte a diffondere qualsiasi cosa. Lo stesso algoritmo che ha incentivato e incoraggiato questa cultura tossica sta anche spingendo gli utenti in una spirale senza fine. L’algoritmo continuerà a mostrare sempre di più quello che pensa ti farà restare sull’app in base a quello che ha imparato su di te. Ti spinge ad un punto di non ritorno in cui vedi costantemente frammenti di una realtà distorta e diventa difficile sapere cosa è reale. 

I venditori di telemedicina si sono subito agganciati a queste tendenza. Con l’aumento dei casi di ansia e depressione, si sono aperte nuove opportunità per gonfiare i conti bancari. Due imprenditori californiani, ad esempio, hanno venduto cure non verificate contro la depressione, spedendo ketamina per posta a chiunque fosse disposto a pagare un abbonamento salato. Startup simili  – già oggetto di cause legali per danni – hanno rapidamente fatto la loro comparsa online. 

Ci sono influencer che non sono reali. Repliche deepfake che imitano persone, citando studi inventati dall’intelligenza artificiale. Se si vuole creare discordia, oggi è incredibilmente facile apparire credibili, anche in assenza della minima verifica dei fatti. 

Quelli con piattaforme grandi che non prendono l’etica e la sicurezza in considerazione non sono degni di ammirazione o fiducia, che si tratti di un vero essere umano oppure no. 

I video virali sulla salute mentale – con rare eccezioni – sono intrinsecamente legati alla disinformazione. La popolarità di un video su TikTok non dovrebbe mai essere considerata un indicatore in accuratezza. I social media sono diventati una carriera redditizia per molti, con un guadagno che dipende interamente dal livello di interazione che il post ottiene. Non si può raggiungere il gradino più alto della fama sui social media senza cedere alla pressione e prendere scorciatoie. Molti influencer vogliono essere famosi, non necessariamente aiutare il loro pubblico, e spesso non comprendono appieno gli effetti. 

Fare la ricerca e presentarla in una maniera etica e facile da capire consuma una quantità di tempo colossale. Le persone che hanno il tempo e le qualifiche per farlo spesso svaniscono senza essere riconosciute, perché la macchina non le premia. Le voci più forti e più popolari non sono quelle di esperti. 

Si tratta di sfruttare l’innato desiderio umano di non sentirsi solo nel proprio dolore, trasformandolo in un guadagno economico per un dirigente. Il concetto di “terzo luogo” non è altro che la tua vita sotto la tortura del Allied Mastercomputer (Mastercomputer Alleato). Abbiamo costruito una macchina per la guerra, e ci stupiamo che infuri all’inferno mentre fissa il paradiso.

Nonostante il tono finora può sembrare leggermente cinico, non si sta affatto invocando un’azione drastica, né tantomeno un ritorno a metodi arcaici. I social media infatti non sono privi di benefici. Offrono un senso di appartenenza, uno spazio condiviso con persone che ti fanno sentire meno solo. Che si tratti di discussioni con gli altri sui tuoi problemi di salute mentale, o di legami basati su interessi comuni con persone come te. Possono essere un santuario, traboccante di creatività, conoscenza, entusiasmo per gli hobby, e voci che rendono più facile superare le giornate. Ti offrono la possibilità di monetizzare la tua arte, di trovare una carriera o un’idea per il futuro. 

I vantaggi dei social media non vanno sottovalutati come mezzo per entrare in contatto con le persone, rappresentano una parte vitale e insostituibile nella nostra vita. 

Il problema si manifesta come una difficoltà sempre maggiore nel riuscire a filtrare i contenuti nocivi e i malintenzionati, senza però finire intrappolati in una camera di risonanza. 

L’autocompiacimento non è un’opzione. Dobbiamo, quindi, parlare della Macchina delle Bugie e del ruolo che gioca nel marciume intorno a noi. Non è consigliabile fidarsi di un computer a cui dobbiamo persino insegnare a fare calcoli matematici, nella speranza che ci fornisca risposte accurate su temi come la salute mentale. O su qualsiasi altra cosa. 

ChatGPT e strumenti simili non sono fonti affidabili di informazione. Sono macchine che, in modo verificabile, inventano collegamenti a fonti e fraintendono i contenuti sui cui sono state addestrate. Gran parte dei dati su cui si basano proviene da pensieri umani spesso contraddittori o inaffidabili, perché la nostra complessità è qualcosa che l’intelligenza artificiale non può replicare. 

L’altra metà sono dati che affrontano problemi complessi che richiedono contesto, che la macchina non riesce ad analizzare. 

Non importa se un giorno possa smettere di generare allucinazioni, poiché sta causando danni in questo preciso istante. Non può interpretare l’etica, perché non è in grado di comprenderla. 

Fare ricerca non dovrebbe mai essere ridotto a un gesto meccanico e superficiale, come digitare una richiesta in una barra di ricerca. La macchina mentirà sempre, perché queste questioni sono troppo complesse: molte di esse richiedono dibattito, confronto e un tocco umano. 

Quando questi strumenti vengono utilizzati in modo acritico, la nostra creatività, la nostra conoscenza, le nostre relazioni sono negate dal prosperare. 

Così facendo, aggiungiamo un altro anello alla catena dell’inerzia, e alla perdita di individualità e di punti di vista diversi. 

Contribuiamo a creare un sistema indifferente. 

L’importanza per noi di realizzare e riconoscere le implicazioni di questa tecnologia è immensa. Ancor di più le implicazioni di come questa tecnologia avrà un impatto sul settore della salute mentale. Quando usi la Macchina, accetti tutto ciò che ne consegue, volontariamente e consapevolmente. Accettiamo le sue conseguenze, accettiamo un’etica distorta. 

Accettiamo ciò che fa alle nostre relazioni e al nostro cervello. 

Accettiamo i cambiamenti che questa tecnologia sta imponendo alla nostra società. Stiamo costruendo un sistema che distruggerà la nostra curiosità e annienterà il bisogno di pensieri originali, che si tratti di social media mascherati da algoritmi o strumenti simili a ChatGPT. 

Sono la stessa cosa. 

La storia del Mastercomputer Alleato non ci dice che dobbiamo sterminare tutta la tecnologia. È, tuttavia, un avvertimento su ciò che accadrà se ci accontenteremo di questa realtà e permetteremo che le persone ne facciano un uso improprio. Nelle parole del creatore di Mastercomputer Alleato: “We’ve got technological wonders around us, and we’ve used them to abrogate all responsibility for everything in our lives.”[…] “There comes a point in the downward slide of the human condition when a man ceases to be a man. He may still walk erect, but it is principally a matter of skeletal arrangement, not ethics.” – Harlan Ellison. (“Abbiamo meraviglie tecnologiche intorno a noi e le abbiamo usate per abrogare ogni responsabilità per tutto ciò che riguarda le nostre vite.” […] “Arriva un punto, nella discesa verso il basso della condizione umana, in cui un uomo cessa di essere un uomo. Potrebbe ancora camminare eretto, ma è principalmente una questione di organizzazione scheletrica, non di etica.”)

Qui ci sono varie domande che una persona può porre a se stesso guardando video riguardo la salute mentale su TikTok, per garantire che le informazioni ricevute siano affidabili. 

Come viene presentato il video dal creatore del contenuto? 

Gli aneddoti personali vengono presentati come fatti? È importante fare attenzione alle dichiarazioni fiduciose nello stile di: – parafrasato – “I have ADHD, and I have no issues upholding a healthy sleeping schedule. ADHD making it difficult to sleep is a myth.” or “You do not have ADHD if you can uphold a healthy sleep schedule, as I struggle with it.” (“Ho l’ADHD e non ho problemi a mantenere un sano ritmo del sonno. Il fatto che l’ADHD renda difficile dormire è un mito.” oppure “Non hai l’ADHD se riesci a mantenere un sano ritmo del sonno, perché io ho difficoltà a farlo.”)

Condividere storie su come un disturbo possa manifestarsi in modo diverso da persona a persona è importante. Tuttavia, affermare la propria esperienza individuale come se fosse una verità assoluta è fuorviante. 

Non solo queste dichiarazioni sono semplificazioni eccessive, ma possono risultare dannose per l’individuo se non rientrano nella definizione ristretta, scoraggiando dal cercare supporto terapeutico.

Allo stesso modo, non dovrebbero esserci dei disclaimer nei video, che informino che gli annunci nei video non dovrebbero essere considerati verità indiscutibili, e che non è altro che la prospettiva personale di chi parla? 

Viene usato un linguaggio estremo in merito alle informazioni mediche? 

Essere in disaccordo con il punto di vista espresso in un video ti fa sentire in pericolo, o ti fa sentire giudicato come una persona cattiva? L’educazione non dovrebbe mai basarsi sulla paura.

Come appare la sezione dei commenti? 

C’è qualche assunzione di responsabilità per gli errori commessi nei video? La resistenza viene accolta con rabbia, o considerata come opportunità per imparare? O interamente ignorata, favorendo solo i commenti positivi? Osservare le reazioni alle recensioni è un buon modo per capire se un video è stato realizzato in buona fede. Inoltre, l’assenza totale di qualsiasi critica è anche qualcosa di cui rimanere cosciente, considerando che la sezione dei commenti può essere moderata. 

È possibile trovare i promotori del reclamo su una piattaforma credibile? 

L’idea che l’ADHD sia causato da uno squilibrio chimico è nata interamente all’interno della capsula di Petri che è TikTok. Nemmeno un bel titolo accanto a un nome basta a garantire credibilità: molti di coloro che sembrano qualificati possono diffondere informazioni inaccurate, o addirittura perpetuare i danni causati da professionisti pseudoscientifici. Chi parla di salute mentale ha la responsabilità di aggiornarsi costantemente e seguire le migliori pratiche disponibili. Anche i professionisti dovrebbero esserne ritenuti responsabili delle informazioni che divulgano.

Sembra che il video esista con l’intento di fomentare una controversia attraverso dichiarazioni scioccanti?

Secondo le modalità, “Y’all don’t have schizophrenia, just have imaginary friends.” (“voi tutti non avete la schizofrenia, avete solamente amici immaginari”). La linea tra ignoranza e affermazioni provocatorie pronunciate con l’intento di suscitare rabbia è molto sottile. Che siano dette per scherzo o meno, queste dichiarazioni contribuiscono ad alimentare lo stigma, trasformandolo in convinzioni che le persone si sentono legittimate a condividere e sostenere apertamente. 

Ti stanno vendendo qualcosa? 

Spesso, quando vengono messi in discussione trattamenti medici consolidati o viene promossa la medicina alternativa, nei video compare un allegato. Considerando la quantità impressionante di persone che hanno avuto esperienze negative con il sistema sanitario, c’è bisogno di poco sforzo per convincerli che si tratta di un complotto e che i “…rimedi naturali che vendo unicamente io” siano l’unica soluzione. Anche se si tratta di un link di affiliazione occasionale, è sempre il caso di chiederti se chi parla stia ricevendo incentivi economici per promuovere certi contenuti.

Le fonti sono opportunamente nascoste? 

L’espressione “uno studio afferma” è come un incantesimo che può far perdere la motivazione a verificare le parole di qualcuno. Una serie di screenshot di studi, selezionati e privi di contesto, può essere utilizzata per sostenere qualsiasi punto si possa immaginare in un video di un minuto. Lo studio esiste davvero? È stato scritto da una persona reale? È stato citato in altre opere? Prendi nota di quando sono stati scritti gli studi, se viene fornito un link, tenendo presente tutti i progressi compiuti nella ricerca sulla salute mentale.

C’è un mondo di differenza tra una fonte realmente credibile e qualcuno che vende il proprio libro. L’informazione che viene citata è stata scritta da qualcuno che ha passato del tempo sulla ricerca in un istituzione rispettabile, o è uno “studio di ricerca” di un sito web pieno di sciocchezze pseudoscientifiche? Il formato del video è più simile ad uno spot pubblicitario? A un discorso di vendita? Le informazioni ti vengono spruzzate addosso a una velocità vertiginosa senza pause che permettano di assimilare?

Sarebbe inopportuno omettere di menzionare lo studio fraudolente che ha dato origine all’affermazione che “i vaccini causano l’autismo”. Quel pezzo di storia è un monito su quanto velocemente tutto possa precipitare ad un livello irrecuperabile, trasformandosi in un fantasma che ancora oggi grida e ferisce le persone. Con quel passato non si può negoziare. Non possiamo permettere che questo accada di nuovo. 

Se non ci prendiamo la responsabilità di frenare questa corruzione fatta di disinformazione, rischiamo di creare un altro spettro furioso. Ricordate: anche nella lotta contro la violenza, il mondo non è privo di assassini e detrattori. Ma la speranza esiste, è viva. Non dimenticate di custodirla, altrimenti scomparirà.

IL BAM: UN LUOGO DOVE SI CREANO LEGAMI

Nel nostro tentativo di definire il ‘Bâtiment À Modeler’, lo abbiamo spontaneamente identificato attraverso i suoi usi: è un luogo dove incontrarsi, sperimentare, accogliere, riposarsi, imparare, festeggiare, ed è anche il nostro spazio di lavoro. 

Le persone che lo frequentano sono diverse per nazionalità, religione e classe sociale. Alcuni sono volontari, altri professionisti. A volte, nessuno dei due. 

Situato a Cleunay, un quartiere prioritario della città di Rennes, in Bretagna, questo edificio storico è stato la Maison de la Jeunesse et de la Culture (MJC) per oltre 50 anni, e una sala concerti dal 1998. 

Al giorno d’oggi, è la casa di una dozzina di associazioni, un bar comunitario, due cooperative, una compagnia di teatro, iniziative solidali, spettacoli, residenze artistiche e molto altro ancora. Ma è anche uno spazio occupato temporaneamente, che il Comune di Rennes pianifica di demolire nel 2026. 

Chi sono le persone di cui stiamo parlando, quando parliamo del BAM? Siamo quattro giovani lavoratori, di età compresa tra i 20 e 26 anni. Abbiamo ruoli e status diversi, ma siamo tutti assunti con contratti a tempo determinato. Nell’ambito del progetto HYPE, ci siamo dedicati del tempo a riflettere sulla nostra pratica professionale e sull’impatto che questo luogo ha sulla nostra salute mentale. Partendo delle nostre esperienze al BAM, abbiamo poi interrogato quelle degli utenti, partendo dal loro legame al luogo. 

Che ruolo ha BAM nelle loro vite? Cosa significa per loro la prospettiva della demolizione dell’edificio? Per discutere questo, abbiamo intervistato due occupanti abituali del BAM, Stéphanie, volontaria dell’associazione Sorna, e Zayd, volontario di D’Ici ou D’Ailleurs (DIDA).

IL BAM COME SPAZIO DI RISORSE (PER COMBATTERE L’ISOLAMENTO E L’INSICUREZZA) PER IL BENESSERE

Tra i punti in comune tra Stéphanie e Zayd, c’è il fatto che entrambi percepiscono il BAM come un rifugio accogliente e una risorsa preziosa per la loro salute mentale. A loro avviso, questo spazio offre una via di fuga dall’isolamento e dalla precarietà, che può essere economica, igienica, alimentare o sociale. 

Stéphanie, da parte sua, sottolinea la natura inclusiva del BAM e la multiculturalità di coloro che lo frequentano, infatti la politica di accoglienza del BAM è disponibile in circa dieci lingue. 

Zayd, da parte sua, spiega come il BAM sia uno spazio sicuro per le persone senza documenti, che vivono lo stress quotidiano di un percorso migratorio segnato da razzismo istituzionale, burocrazia opprimente e controlli della polizia. 

È uno spazio aperto, nel quale puoi restare tutto il tempo che desideri, senza dover dare spiegazioni. 

Il caffè è gratuito; i divani e le sedie ti invitano a sederti o sdraiarti, mentre altrove gli spazi pubblici gratuiti e i posti a sedere vengono gradualmente eliminati. 

Zayd descrive che, quando sta negli uffici della DIDA, il tempo passa senza che se ne accorga. 

È una pausa dal mondo esterno, un luogo dove puoi chiacchierare, non fare nulla, conoscere persone, mangiare o bere, farti una doccia, tagliarti i capelli, lavorare… 

Poiché l’isolamento sociale è una forma di precarietà e uno dei principali fattori di disagio psicologico, il BAM sembra svolgere un ruolo fondamentale nel migliorare il benessere delle persone che ne fanno uso. Infatti, offre un’alternativa agli spazi istituzionali, in particolare alle strutture assistenziali. 

Riguardo alla questione della distruzione del sito, Zayd afferma di pensare che venire qui eviti ad alcune persone di dover andare in ospedale per cure psicologiche. Si chiede cosa succederà loro quando il luogo scomparirà: “Si potrebbe dire che alcune persone perderanno completamente il senso della loro vita. Perché alcune persone sono così coinvolte qui che vengono ogni giorno”. Stéphanie confida che il suo coinvolgimento nel BAM ha migliorato la sua salute mentale più di quanto abbiano fatto i vari psicologi che ha consultato. 

Tutte le attività e le interazioni offerte dal luogo rafforzano le persone, aiutandole a sviluppare nuove abilità, a migliorare le competenze relazionali attraverso la convivenza, e a promuovere le relazioni sociali, autostima e benessere psicologico. 

È proprio perché questo luogo è uno spazio importante per le persone che lo abitano, che può generare un profondo senso di appartenenza, sia al luogo che alla comunità che lo abita. 

SVILUPPARE UN SENSO DI APPARTENENZA E CREARE UNA COMUNITÀ 

Attraverso la sua accoglienza incondizionata, il BAM favorisce la creazione di una comunità, intesa come un gruppo di pari che condividono uno spazio comune. 

Parlare con chi frequenta questo luogo, come Stéphanie e Zayd, ha significato ascoltare il loro legame, il loro senso di appartenenza che provano nei confronti della comunità che lo anima.

Nel loro racconto, questo legame comunitario permette a una voce collettiva di emergere, un noi in nome del quale, a volte, sentono di dover parlare, difendere o sostenere, e che Stéphanie e Zayd desiderano rappresentare nei nostri scambi. 

Per Stéphanie, le donne dell’associazione Sorna e per Zayd, le persone senza documenti che si rivolgono a DIDA: “So che le persone che vengono qui non lo fanno necessariamente… perché io ci sono già passato, so come si sentono… so che quando vengono qui, si sentono meglio”.

Questo luogo è una risorsa per il loro benessere.

Il legame delle persone al BAM può essere compreso anche alla luce dell’emarginazione delle persone ai margini della società da parte delle politiche pubbliche, mentre il BAM mira a essere accogliente per tutti. Tuttavia, non è esente da conflitti, che possono essere ricorrenti, in particolare riguardo ai ruoli e alla suddivisione dei compiti all’interno dello spazio. Quindi, per preservare la comunità, vengono messe in atto strategie collettive e individuali di regolazione dei conflitti: per Stéphanie, questo può implicare prendere le distanze dai conflitti, aderire alle regole stabilite o mostrare attenzione per gli altri, in particolare attraverso l’ascolto attivo. È attraverso il senso di appartenenza a una comunità che le persone riescono a sviluppare un ruolo dentro, a muoversi oltre la loro posizione sociale. 

LA QUESTIONE DEL LUOGO E DELLA FUNZIONE NELLA COMUNITÀ

All’interno dell’ecosistema del BAM sono emersi diversi gruppi, con dinamiche proprie. Grazie al loro coinvolgimento in questi gruppi, sono stati in grado di mobilitare le proprie competenze o svilupparne di nuove, supportando al contempo la comunità. 

Zayd, ad esempio, offre lezioni di francese presso DIDA, essendo bilingue. 

Stéphanie, invece, offre corsi di sport e fitness per donne da quando ha conseguito la qualifica di allenatrice sportiva nel 2021. 

Questo impegno ha permesso a entrambi di accedere a posizioni con maggiore legittimità e potere decisionale. Stéphanie è diventata tesoriera dell’associazione Sorna, mentre Zayd è entrato a far parte del consiglio di amministrazione di DIDA.

Il BAM, quindi, permette anche l’organizzazione politica all’interno dei collettivi che lo occupano. Come afferma Stéphanie: “Dobbiamo lottare per questo, per mantenere il BAM, perché è

un posto davvero fantastico e se ogni quartiere potesse avere un posto come questo, sinceramente, sarebbe davvero straordinario”. Il ruolo che acquisiscono dà loro la sensazione di essere utili alla comunità, di ritrovare il potere di fronte all’isolamento o alle difficoltà vissute quotidianamente (cattiva salute mentale, cattive condizioni di lavoro, razzismo, insicurezza economica). Nei racconti di Stéphanie e Zayd, possiamo osservare un legame alla trasmissione e al ruolo di trasmettitore che si attribuiscono, che sembra essere incoraggiato dalla loro legittima posizione all’interno dell’associazione. Avendo ricevuto aiuto quando ne avevano bisogno lungo il cammino, sentono il dovere di ricambiare il favore ai loro coetanei. “Voglio anche dare un po’ dal mio cuore. Non so come spiegarlo. È dare un po’ e prendere un po’ dagli altri”, spiega Stéphanie. Zayd spiega il ruolo degli anziani, di cui fa parte, nel motivare gli altri a tornare ai corsi, attraverso l’esempio che danno alla comunità. In questo modo, attraverso la condivisione, sviluppano un ruolo fondamentale nel luogo, che promuove la loro autostima e migliora la vita all’interno della struttura. Ripensando agli ultimi mesi e basandosi sulle discussioni che hanno accompagnato questo articolo, sappiamo quanto questi spazi comuni siano importanti come mezzo per incontrare persone, superare i problemi individuali attraverso l’azione collettiva e praticare solidarietà. Concluderemo con questa citazione: “Dimentica i tuoi problemi, vieni a ballare con noi!” – métissé collective.

LA PARALLELE UN SANTUARIO PER I RAGAZZI DAI 16 AI 30 ANNI

Siamo dei giovani che vivono a Redon e l’aria circostante. Redon è una cittadina immersa nella campagna, con meno di 10.000 abitanti, nel sud della Bretagna.

Ci siamo conosciuti a Tiers Lieu Le Parallèle a Redon, uno spazio dedicato ai giovani tra i 16 e 30 anni. Le Parallele è come un grande appartamento condiviso durante il giorno e la sera: facciamo pasti collettivi, parliamo delle nostre vite, cerchiamo soluzioni per i nostri problemi, impariamo a vivere insieme. È anche uno spazio artistico, nel quale possiamo esplorare liberamente le nostre passioni: scrivendo, cantando, ballando, cucendo… qualsiasi cosa che vogliamo provare. Un team di 3 dipendenti ci supportano nei nostri progetti artistici, professionali e comunitari. Siamo andati da Parallèle perché avevamo bisogno di essere ascoltati e riconosciuti. Nei nostri percorsi, a molti di noi è mancato un vero supporto psicologico. Troverai sotto le nostre testimonianze, che descrivono le difficoltà in cui ci siamo imbattuti. 

Ho visitato vari dottori nel sud della Francia, lamentandomi di un dolore alle ovaie. Quando si è trattato di diagnosi, continuavano a dirmi che era correlato a una possibile appendicite – anche se era sul lato sinistro! 

Quando ho compiuto 18 anni, sono arrivata in Bretagna e ho fatto un ecografia. La dottoressa mi ha trattato con sufficienza con la sua macchina per mancanza di tempo. Mi ha detto che avevo delle lesioni endometriosiche molto lievi, sottolineando “molto lievi” come se non fosse una cosa seria o dolorosa per me quotidianamente. Seguendo i consigli del mio dottore, per limitare il dolore, mi sono fatta inserire un dispositivo intrauterino. Mi ha spiegato che il mio ciclo sarà più corto e che soffrirò meno. Dopo due settimane mi è tornato il ciclo di nuovo ed è durato per varie settimane. Il dolore si intensificò al punto che non riuscii a mangiare per più di 48 ore. Ho preso appuntamento con il dottore, il quale mi ha detto che era normale e che c’era un periodo di adattamento di quattro mesi. Trattamenti per ridurre il dolore ancora non esistono nel 2025. Mi è stato consigliato di presentare domanda per il riconoscimento dell’invalidità per ottenere i benefici, ma non voglio farlo a 19 anni! Pianifico di vivere con questa malattia fin quando il mio corpo me lo permette. Una dieta equilibrata, soprattutto non elaborata, per ridurre il dolore.

Quando avevo 16 anni, mi sono svegliato in ospedale per la mia prima overdose intenzionale di farmaci. Sono stato quindi portato in un reparto psichiatrico per persone di età superiore ai 18 anni. Ero il più giovane lì, avevo paura e non mi sentivo a mio agio con i professionisti. Ho iniziato lì un trattamento psichiatrico e psicologico individuale. Ho lasciato l’ospedale, ho visto uno psichiatra e uno psicologo che mi hanno aiutato a sentirmi a mio agio. Avevo paura di ricaderci. Ho avuto la mia seconda overdose intenzionale di farmaci. Uno psichiatra mi ha detto che mi avrebbero messo di nuovo nel reparto psichiatrico. Ho chiesto, piangendo, che volevo andare al reparto psichiatrico infantile e adolescenziale per stare con persone della mia età. Ha rifiutato, annuì e uscì. Sono andato nello stesso reparto psichiatrico nel quale mi avevo portato dopo la mia prima overdose. Ero solo e ho ricevuto un’accoglienza molto fredda e autoritaria. Poiché ero minorenne, avevo il diritto ad avere la mia propria stanza. Le mie giornate erano sempre uguali: alzarmi, prendere le medicine, mangiare, e sottopormi ad un controllo fisico (pressione sanguigna, peso, ecc), e poi vagare per i corridoi o dormire. Questa volta ho fatto di tutto per andarmene il più presto possibile. Ho mentito, volevo morire così disperatamente perché il dolore era troppo forte. Ha funzionato, mi hanno dimesso dopo una settimana. Il mio psichiatra, con il quale mi sentivo a mio agio e che ascoltavo, mi ha diagnosticato con il disturbo borderline di personalità. Ho rifiutato sia il ricovero giornaliero che quello completo in questa città, dove ero già stato ricoverato due volte. L’ho implorato di chiedere il trasferimento altrove. Durante la mia seconda ospedalizzazione, dopo aver preso i miei farmaci all’ora di pranzo, sono collassato e ho urlato. Non è venuto nessun assistente e sono rimasto a terra per un’ora.

Avevo paura. 

Oggi, tutto ciò mi ha colpito così tanto, mi ha terrorizzato, mi ha scosso e traumatizzato che molti dei miei ricordi di quell’estate sono rimasti bloccati nella mia mente, come se non fossero mai esistiti.

Con il mio psichiatra, vorrei che mi trovasse un ricovero in un altro ospedale; sta facendo del suo meglio per soddisfare la mia richiesta. 

Tuttavia, vivo al di fuori l’area dell’ospedale e questo causa problemi. Le grandi città con “buoni” ospedali stanno a 45 minuti o anche ad un ora di distanza. Trovo estenuante dover continuare a

cercare un ricovero giornaliero adatto nelle vicinanze, solo per essere rifiutato.

La mia salute mentale non è ancora stabile e non ho ricevuto il follow-up appropriato per il mio disturbo. Non so quando si verificherà una ricaduta. Il disturbo borderline di personalità è sottovalutato, nonostante sia estremamente intenso e pericoloso: gli attacchi di ansia o i pensieri suicidi non possono essere gestiti da soli. Adesso mi sento solo, abbandonato dal sistema sanitario, senza soluzioni e esausto. 

Tutto è iniziato due anni fa in Bretagna, dove sono cresciuto e dove vivo attualmente. Avevo 24 anni ai tempi. Dall’età di tre anni, mio fratello piccolo è cresciuto in una casa-famiglia, sotto la cura di un’assistente familiare. Quando aveva 15 anni, per ragioni collegate alla sua educazione, ha dovuto lasciare la casa. Il mio obiettivo era chiaro: offrire a mio fratello un sostegno emotivo, fisico, e finanziario. Ho immaginato una casa sorvegliata, con un ideale di vita comunitaria, condivisione e stabilità. Non mi piaceva l’idea di prendere il posto che mia madre avrebbe dovuto avere con mio fratello. Ho dovuto dimostrare con determinazione al giudice per l’assistenza minorile che ero in grado di prendermi cura di lui. Questo processo ha creato tensione e distanza tra me e mia madre. Dopo il tirocinio, ho ricevuto un aiuto di 500 euro al mese per sostenere mio fratello. Il suo arrivo ha cambiato la mia vita quotidiana con il mio partner e ha causato difficoltà nella mia relazione. Non condividiamo gli stessi punti di vista sulla sua educazione. Mi sarebbe piaciuto essere accompagnata da un professionista, ma non ho ricevuto nessun aiuto psicologico, né prima né durante la procedura. 

Non ho mai dovuto cercare a lungo me stesso, la mia identità o la mia sessualità, perché ho sempre saputo chi ero. La parte più difficile è stata affermare me stesso di fronte agli altri – una sfida enorme per un bambino di 13 o 14 anni. Il giudizio e il rifiuto da parte degli altri mi terrorizzava. Avevo paura che mi avrebbero preso in giro o mi avrebbero insultato con parole come “frocio, checca…”, paura di essere escluso dal mio cerchio di amici o peggio, attaccato fisicamente. Non conoscevo nessuno dalla comunità LGBT, le uniche immagini che conoscevo erano di alcuni personaggi nei programmi televisivi. In televisione, tutto sembra così perfetto e semplice. Sfortunatamente, nella vita reale le cose non sono così rosa e fiori. 

Nel Settembre 2015, ho iniziato a frequentare un liceo in una zona rurale, dove l’omosessualità era ancora un soggetto tabù. Non è passato un solo giorno senza che qualcuno mi chiedesse: “Brandon, sei gay?”. La stessa domanda che per me era carica di scherno e giudizio. 

A Febbraio 2016, ho conosciuto mio cugino e il suo fidanzato ad un pranzo di famiglia a Sarthe. Un barlume di speranza si risvegliò in me. Quel giorno, non ho osato parlare a mio cugino della mia omosessualità. Li vedevo tutti sorridenti. Mi sono detto che l’omosessualità sembra cosi normale e accettata – quindi perché non riuscivo a parlarne? 

Quando mi sono messo in contatto e ho parlato con mio cugino della mia omosessualità, ho capito di non essere cosi solo come immaginavo. Ho potuto affrontare l’argomento poco a poco con i miei cari, senza più temere il rifiuto. 

A scuola, ho finalmente smesso di nascondermi. Ero capace di parlarne con i miei amici, i quali hanno capito, mi hanno accettato e rassicurato. 

Non ho trovato il mio posto tra i parigini, con la loro pressione costante e il loro individualismo. Ho trovato il mio posto con i Bretoni… Ho seguito mia madre in questa regione dove non conoscevo nessuno. Cambiare regione era molto di più di un semplice trasloco, è stata una vera e propria rinascita. Lasciare l’Isola di Francia per la Bretagna significava scambiare la frenesia costante con un ritmo più dolce, i clacson con il suono delle onde, i palazzi grigi con il verde dei paesaggi selvaggi. Significa dare alla mia mente uno spazio in cui possa finalmente respirare, lontano dall’oppressione urbana e dallo stress quotidiano. Qui mi prendo il mio tempo e riscopro il piacere di vivere in armonia con la natura. 

Ma al di là del benessere mentale, questo cambiamento di regione mi ha dato un profondo senso di soddisfazione: la sensazioni di appartenere, finalmente. In Bretagna, tutto sembra più naturale, i rapporti umani sono più semplici e sinceri, e sto riscoprendo la gioia di un’autentica connessione, lontano dall’anonimato e dall’indifferenza delle grandi città. È stata mia zia che mi ha incoraggiato a scoprire Le Parallèle. Fin dalla mia prima visita, ho sentito un’atmosfera calda e accogliente. Da allora vengo qui tutti giorni, trovando in questo luogo uno spazio di espressione e condivisione. È qui che sono riuscito a ricostruire me stesso, circondato da persone premurose e ispiranti.

LABORATORIO ARTISTICO POPOLARE

Nial – 22 anni

Ho iniziato a tenere un diario da bambino, annotando “Top Secret” come vedevo fare nei film. Poi, arrivato al liceo, l’abitudine svanì. Continuavo a scrivere, sì, ma principalmente per le lezioni di francese o per i compiti – mai davvero per me stesso. 

Penso che fosse più o meno nel periodo in cui ho iniziato l’università – forse subito prima o subito dopo – che ho cominciato a tenere un diario di nuovo. 

Tante cose stavano accadendo allo stesso tempo: i miei genitori si erano separati, ma non veramente, quindi le cose erano strane per un paio di mesi; ho cominciato ad esperimentare con la mia identità di genere, anche perché avevo molti amici queer; durante la settimana, all’universitàvivevo con il nome che avevo scelto; nei fine settimane tornavo a usare il mio nome di nascita. 

Era un periodo strano e intenso. Avevo tanto da dire, e avere lo stesso strizzacervelli di mia madre non aiutava. Quindi scrivevo. Tanto. 

Quel primo diario è pieno di pagine oscurate e macchie di lacrime. Non l’ho mai più aperto. Non penso di essere pronto. Il modo in cui scrivevo a quei tempi era pieno di emozioni. 

Non riesco sempre a leggere ogni parola, ma non era necessario leggerle, avevo solo bisogno di tirarle fuori. 

Ho fatto del male alla carta per non farmi del male. Ho riversato dolore sulla carta per non versarlo dentro di me. Quando ho iniziato il mio secondo diario, la situazione non era cambiato molto, ma io si. Stavo affrontando meglio la situazione. La scrittura è diventata più chiara, più costante. 

Ci sono ancora delle annotazioni difficili da leggere, ma ora fanno parte di un quadro più ampio. Mostrano quanta strada ho fatto. E questo le rende ancora più importanti. 

LCVB – 22 anni 

Certe volte sogno di tirare un capello (o filo) dalla mia gola. Devo continuare a tirarlo con forza per non romperlo. Lo sento scivolare sull’intestino, sulle tonsille, sulla lingua. Non importa quanto a lungo lo tiri, si rompe prima che riesca a estrarlo completamente. Quando succede, spingo le dita in profondità in bocca per cercare di afferrarlo, ma è appena fuori portata, la punta delle mie dita sfiora appena il (filo?). Fatico a esprimermi.

Le parole hanno un significato, e questo significato varia a seconda delle persone e del modo in cui interpretano e percepiscono le parole. Ho paura che le mie parole vengano interpretate nel modo sbagliato. Continuo a rimanere intrappolato nei grovigli della loro interpretazioni, cercando di trovare le parole giuste per riflettere i miei pensieri. Alcuni potrebbero dire che penso troppo, beh, io credo di non pensare nemmeno abbastanza. A volte la mia mente si svuota quando parlo, ho immagini, concetti e idee che sono troppo complicate per essere espresse in una frase coerente durante una conversazione, mi vergogno di non riuscire a parlare con la stessa chiarezza con cui riesco a pensare. 

Le parole possono essere usate come armi, come scudi e come un abbraccio. Sono la riflessione delle nostre azioni, della nostra storia e delle nostre intenzioni. 

Abel Moal – 23 anni

Ho dimenticato dettagli come la data o il tempo di quel giorno, ma non quello che è accaduto. Ero un apprendista, spesso lasciato completamente solo in officina. È difficile imparare un mestiere da soli, soprattutto in un’azienda che richiede la perfezione. Quel giorno ho dovuto spostare un macchinario che pesava più o meno una tonnellata, posizionato su una piattaforma con ruote. Essendo giovane e non sapendo come farmi valere, ho provato a farlo da solo. Mentre spingevo e tiravo, sentivo molteplici avvisi mentali di fermarmi, ma li ignoravo, volendo dimostrare il mio valore. Lo spazio era ristretto, forse 35-40 centimetri da ogni lato. Finalmente, un ultimo avviso urlò nella mia testa: “TIRA FUORI IL PIEDE!” Il mio piede era sotto la piattaforma. L’ho tirato via per un pelo. Seguì un forte schianto: la macchina si inclinò verso di me e si schiantò, mancandomi di pochi centimetri. Ero estremamente fortunato. 

Chiamai il mio capo, che era anche il mio mentore, per spiegarglielo. Ha solo detto, “Nessun problema, la piattaforma era già rotta.” Non sono stato sgridato, ma non ha mostrato alcuna preoccupazione. Gli apprendisti non dovrebbero essere messi in pericolo per imparare. Ciò che mi ha turbato di più è stato essere lasciato solo, affidato a compiti percorsi e che mi si aspettava che li svolgessi alla perfezione nonostante la mia esperienza limitata. Non mi stava insegnando – mi stava solo usando. E non è finita lì. Dopo aver firmato il contratto, ho scoperto di essere affetto da epilessia, non diagnosticata ma presente da anni. Anche se non ero obbligato a rivelarlo, l’ho fatto. L’ha ignorato. Più tardi, dopo che un lavoratore temporaneo me l’ha fatto notare, si è comportato come se fosse una novità e mi ha costretto a dimettermi. Non solo assente –  ma discriminatorio. 

Lili Henry – 24 anni 

Soffro di ansia generalizzata e tendo alla depressione. Sono stato ricoverato due volte, sia per brevi che per lunghi periodi, principalmente per aiutarmi a superare momenti difficili. Le incomprensioni delle persone mi fanno sentire vulnerabile e debole. Temo il loro sguardo su di me, soprattutto i loro giudizi. Ma ansia o depressione non sono sinonimo di pigrizia o fiacchezza, sono una lotta continua. 

Quando è troppo difficile alzarsi la mattina, mangiare, vestirsi o uscire…ho sentito “dovresti fare questo/o quest’altro”, “devi solo farlo”, “muoviti”,”prendi delle vitamine”, “prova uno sport”, “vai a dormire presto”, “smettila di pensarci”, “pensa positivo”, “smettila di rimuginare.” Tutti questi consigli che ho ricevuto sia da amici/famiglia/partner non sono adatti a me, il mio cervello non ha un pulsante di accensione e spegnimento. 

“Penso, dunque sono”. Per me è più qualcosa del tipo: penso, dunque ho l’ansia. Quando una persona “normale” desidera qualcosa, agisce, si mette in moto. 

Ho fame=mangio. È mattina=mi alzo. 

Per me è sempre uno sforzo. Per così tanto tempo ho pensato di essere pigro, che ironia: in qualche modo sono sempre attivo, con piccoli litigi nella mia mente. È invisibile, inesistente, ma mi assorbe tutta l’energia. Fatico davvero a scacciare i miei pensieri e cado nel mio circolo vizioso. È spesso violento nella mia testa. Inizia con l’ansia, poi con il mal di stomaco, mi chiudo in me stesso e penso costantemente in modo negativo senza riuscire a controllare nulla di tutto questo. Ansia e depressione non sono lineari, hanno dei fattori scatenanti, delle abitudini…

È come una montagna russa. Ho un ottimo stato mentale, poi ho delle ricadute, accumulo tutto nella mia mente e poi esplodo. Il mio fottuto circolo vizioso mi dice sempre che non mi sento a mio agio, che non sono abbastanza o che sono troppo intenso per gli altri…è come un rumore di fondo constante, che diventa sempre più forte man mano che divento ansioso al punto da paralizzarmi. 

Non mi vergogno di me stesso o di quello che sto passando. Ma la salute mentale è ancora vista come qualcosa di intimo, quasi privato. Sono i tuoi pensieri, sei tu. Mi sento ancora vulnerabile quando ne parlo. Vorrei sentirmi a mio agio nell’andare in ospedale psichiatrico o nel prendere pillole. Non sono pazzo, pigro o altro, sono solo me stesso e sto facendo del mio meglio.