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Hidden Histories

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In linguistica una parola è la più piccola unità isolabile all’interno del discorso, scomponibile in uno o più fonemi. La parola, dunque, può essere ridotta alla sua minima forma: si taglia, si sminuzza, si frammenta. È proprio un lavoro di risemantizzazione e ricostruzione quello che decidono di attuare Sara Alberani e Marta Federici per la terza edizione del programma pubblico  Hidden Histories, nato all’interno della piattaforma curatoriale LOCALES. Questa volta  le curatrici smembrano, scompongono, e ricostruiscono il linguaggio, per farne capire l’importanza. Non a caso è Trovare le parole il sottotitolo che scelgono – tratto dal  libro Living a Feminist Life della teorica femminista Sara Ahmed – per ridiscutere in chiave critica l’eredità storico-artistica della città di Roma, adottando approcci e metodi del pensiero decoloniale, andando a cercare quelle parole ancora da pronunciare, alternative, per raccontare collezioni, archivi, oggetti ancora letti e valorizzati all’interno di un canone bianco, patriarcale ed eteronormativo. Non si tratta solo di opere lasciate fuori dalle narrazioni ideologiche ufficiali, quanto più di un nuovo approccio narrativo, di uno sforzo di ricostruzione del passato in maniera non univoca. È un’operazione capace di consentire alle storie invisibilizzate di acquisire densità sociale e fisica, permettendo loro di occupare il posto che meritano all’interno dello spazio urbano. Questi racconti alternativi, nascosti, censurati, si materializzano tra le strade, gli archivi, le collezioni e i musei di Roma. Non è una città facile da raccontare, Roma. È necessario allora scomporre, frammentare, scindere: sono sufficienti quattro parole per far sì che si materializzi una città mai narrata prima, in un racconto corale a cura di quattro artiste/i  che hanno preso parte al progetto.  

Sogno

Immaginate un gruppo disordinato di bambine e bambini che si muove per le strade della città. Visualizzate una macchia di colore che frantuma la quiete di chi passeggia, che sovrasta con urla e voci  il rumore del traffico. Hanno megafoni e cartelloni: è una protesta pacifica la loro. Con la grafia incerta di chi ha da poco imparato a usare penne e colori si decifrano sulla carta frasi semplici, spontanee. “Mi piaciono le manifestazzioni per la pace, non mi piace tanta spazzatura”. Frasi su cosa piace e cosa no, caratterizzate da un candore che è il loro vero punto di forza. La scelta di avere un gruppo di bambine e bambini dai 4 ai 9 anni non è casuale: l’artista colombiano Iván Argote cerca persone prive di sovrastrutture, con le quali poter risignificare  lo spazio pubblico. Il lavoro, che propone in varie città del mondo dal 2011, vuole sviluppare il pensiero critico attraverso giochi linguistici e dimostrazioni ludiche, per incoraggiare l’empowerment della voce e immaginare nuovi percorsi e modi di attraversare gli spazi pubblici. A Roma il laboratorio ha preso il nome di Attivissimə e si è svolto in due giornate con un gruppo di bambine/i del doposcuola dell’Associazione Genitori Scuola Di Donato – una realtà che favorisce scambi e costituisce percorsi pedagogici tra le tante comunità di diversa provenienza  culturale che abitano il quartiere Esquilino. Così i più piccoli integrano questioni filosofiche, imparano a mettere in discussione ciò che gli viene detto. Un’educazione alla protesta quella del workshop di Argote, che fa parte della storia della sua famiglia: il padre negli anni ‘70 a Bogotà insegnava azioni  di protesta agli alunni delle scuole elementari. Nel lavoro di Iván Argote  però quello che resta impresso è la fiducia che ripone nei bambini, nella curiosità che lo spinge ad ascoltare e soprattutto imparare dai loro pensieri, dalle loro opinioni e dai loro sogni.

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Vuoto

Interrompete adesso la lettura, restate fermi, immobili, respirate, prendetevi del tempo per aspettare. Si verranno a creare istanti morti, vissuti nell’ansia e nell’attesa che accada qualcosa, incapaci di godere a pieno la bellezza del vuoto. È di questo che si parla quando in Italia si dice dolce far niente, una pratica antica che solo i latini avevano saputo fare propria. Il concetto di otium creativo ha lasciato posto ad altri tipi di “vuoto” nella nostra società, che l’artista americana Autumn Knight tenta di raccontare. Lo fa all’interno di palazzo Altemps, una delle sedi del Museo Nazionale Romano. La sua performance, Church of Nothing, Theatre of Nothing,  prende forma in due ambienti diversi, la Chiesa di Sant’Aniceto e il Teatro Goldoni, gli unici due posti senza statue, in cui il vuoto è riempito rispettivamente da preghiera e applausi, contemplazione e intrattenimento. Lo fa in due modi diversi, adattandosi agli spazi, lasciandosi modellare dall’ambiente e dalle circostanze. 

A teatro Knight sembra scomparire sul palco, seduta a piedi nudi, la si vede farsi minuscola, poi grandissima quando gioca con la voce, trasformandosi in altri personaggi. Nella cornice della chiesa la sua voce rimbomba, risuona, sveglia ed emoziona: il tono ne accentua la verve estatica, sembra predicare a una folla di fedeli, mentre con il corpo, il testo e il suono esplora, indaga, questiona i significati politici e il potenziale creativo del fare niente. Alla fine tutto torna come prima, lo spazio viene reimpostato al termine dell’evento e non resta nient’altro che il vuoto attorno agli spettatori. Sta a loro scegliere se dimenticare o ricordare, se lasciare che la performance di Autumn Knight li riempia, lasciando una traccia tangibile, palpabile, dolce; in modo da ricordarci che è bene essere pregni e pieni di esperienze, ma che a volte c’è necessità di saper abbracciare le attese, il nulla, per poterci poi riempire con quello che si trova accanto a noi. 

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Carta

Se questo articolo fosse su carta e la sua lettura vi stesse annoiando, potreste strapparlo. Pensandoci, avreste potuto strappare tutti i libri che non vi sono piaciuti nel corso della vostra vita – perché allora non l’avete mai fatto? Perché i libri sono sacri. Per l’artista spagnola  Dora Garcia però I libri sono corpi, possono essere smembrati. E così, come afferma il titolo del suo progetto  pensato  per gli spazi della Biblioteca Casanatense, vengono esposti libri mutilati, scarabocchiati, grattati, cancellati. Anche qui si tratta di trovare le parole, di ricostruire le storie nascoste; come quella del volume attorno al quale ruota l’installazione, l’Apocalypsis Nova di Beato Amedeo da Silva. Si tratta di un libro dettato dall’Arcangelo Gabriele nel luogo in cui ora si trova il Tempietto di San Pietro in Montorio – dove ebbe luogo anche il suo martirio – e dove è avvenuta una parte dell’evento, presso la Real Academia de España en Roma. Diffusa in una mostra, due performance e un gruppo di lettura, Dora Garcia prova a sviluppare una riflessione sulla nozione di censura e sulle sue implicazioni. Il percorso espositivo libera i libri dalla loro sacralità. Privi di timore reverenziale gli spettatori possono osservarli, mentre al reading group nel Tempietto si riscopre il piacere della lettura come attività collettiva, corale. Ci sono le persone lì, sedute in  cerchio a parlare, riflettere, rivangare ed è lì che si capisce che l’apprendimento, al contrario di quello che si crede, si fa assieme, parlando, discutendo, pensando; che non c’è bisogno di temere i libri, nemmeno se si tratta di ingombranti volumi del XV secolo, perché letti assieme, ad alta voce, non fanno poi così paura.

Non fanno paura nemmeno quando li si tocca, come nella performance finale, dove le performer Brianda Carreras e Maria Elena Fantoni si aggirano nella biblioteca, prendono libri e li leggono, se li scambiano e lasciano che anche il pubblico si possa avvicinare. La scelta delle letture non è casuale: si tratta di testi composti tra fine Ottocento e inizio Novecento, testi politicamente e storicamente rilevanti, le cui parole sono lette ad alta voce sempre nell’ottica di quell’analisi e attenzione del linguaggio che caratterizza questa edizione di Hidden Histories. Così facendo si assottiglia la distanza tra mondi diversi: gli spettatori prendono il posto delle performer, queste ultime sembrano diventare bibliotecarie. La biblioteca ritorna così il mondo di tutti.

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Mappe

A furia di dirle le parole perdono di significato. Più uno le ripete, più sa scomporle in quelle piccole parti che – se prese singolarmente – non hanno senso. È risemantizzare  i significati l’operazione che fa l’artista italo-libica Adelita Husni-Bey, con il suo workshop La collezione in tumulto, svoltosi all’interno degli spazi del Museo delle Civiltà. Si mira a mettere in discussione la storia e il concetto di identità proponendo uno spazio di ricerca collettiva, studio, discussione e dialogo, nel quale re-immaginare i sistemi di nomenclatura e tassonomie delle collezioni, in particolare quelle di provenienza coloniale, sulle quali il laboratorio si è focalizzato. Un processo di brainstorming accuratamente riportato su un lungo rotolo, sul quale si leggono riflessioni come “spingere e accarezzare sono racchiusi nello stesso gesto” o ancora “il museo è una tomba, il museo non ha suono”. Parole che prendono forma nel rapporto con alcuni oggetti scelti dalle collezioni, creando possibili tassonomie alternative. Una sensazione strana quella di chi risemantizza un nome, di chi vede e non sa spiegare, con la lingua che si attorciglia e incespica alla ricerca della parola adatta, che manca quando l’oggetto viene asportato dalla terra natia. 

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Trovare le parole

Quattro parole che come pezzi di puzzle si incastrano, dando vita a nuove tendenze, nuove storie. Sono ormai tre anni che Hidden Histories si occupa di dare voce alla città: il programma pubblico site-specific di performance, laboratori, talk ed esplorazioni urbane nasce alla fine del 2019, con la collaborazione di Sara Alberani e Valerio Del Baglivo, duo al quale  si aggiunge anche Marta Federici.
Ma dopo tre anni di eventi, dove andare ancora?  Sara Alberani e Marta Federici ci pensano prima di rispondere, ma mi rivelano che «la voglia di continuare c’è, dopo tre anni intensi sentiamo la necessità di andare avanti, ma anche di fermarsi e farsi delle domande». Hidden Histories è un progetto indipendente che riceve fondi pubblici in gran parte, ma la fragilità e il precariato che animano il campo culturale non rendono il lavoro semplice. Eppure le due hanno gli occhi che brillano, le labbra che accennano un sorriso. «Vorremmo fare ancora tanto, siamo motivate dalla risposta delle persone che partecipano: sia chi è parte della comunità creatasi intorno al programma,  che chi è visitatore occasionale o estraneo alle pratiche artistiche. Anche da parte delle artiste e degli  artisti c’è una risposta positiva, come spiega Sara: «noi offriamo  l’opportunità che ormai anche i musei fanno fatica a sostenere: fare ricerca». Le artiste e gli artisti studiano e producono progetti site-specific, pensati appositamente a partire da  luoghi fortemente significativi, in modo da creare opere in dialogo con la vita sociale, politica e comunitaria, contribuendo così a diffondere contro-narrazioni e a proporre immaginari altri della città di Roma. Ci si aggira per le sue strade con inquietudine, presi dalla vastità dei simboli, dei monumenti e delle opere che la compongono. Anche i suoi abitanti si sentono stranieri, spesso confusi e ignari del passato che si racconta per traiettorie univoche e che determina in maniera visiva e spaziale un presente che aspetta solo di essere narrato.

 

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