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Il governo non sa gestire il dissenso nelle piazze pro-Palestina 

Le testimonianze dei manifestanti pro Palestina mostrano l'incapacità del governo di gestire il dissenso

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Lo scorso 13 febbraio a Napoli alcuni manifestanti erano in presidio davanti alla sede della Rai di via Marconi. La protesta denunciava l’uso strumentalizzato della televisione pubblica, in particolare dopo il comunicato dell’Amministratore Delegato Rai di due giorni prima, nel quale venivano pronunciate parole in solidarietà di Israele, prendendo di mira gli appelli al “Cessate il Fuoco” a Gaza sollevati sul palco del Festival di Sanremo. 

Le parole dell’AD Rai Roberto Sergio sono state fortemente contestate, tanto che a quattro giorni di distanza i dipendenti Rai hanno emesso a loro volta un comunicato per prenderne le distanze. Intanto però, circolavano in rete diversi video delle proteste di Napoli e di altre città italiane: volti insanguinati e ferite alla testa di giovani manifestanti, provocate dai manganelli dei poliziotti schierati sotto le sedi Rai. 

A poche ore di distanza dalle cariche di Napoli, lo stesso scenario si stava ripetendo a Torino. Anche lì c’era un presidio alla sede della Rai; anche lì i poliziotti hanno caricato. «La Polizia mi ha tirato una manganellata sul dito, sull’anulare, e in testa. Io poi sono caduta e un ragazzo mi ha tirata su. Mentre mi tirava su gli hanno tirato una manganellata sul polso». È il racconto di Sara, 20 anni, rimasta coinvolta negli scontri di Torino del 13 febbraio. «Un ragazzo ha dato una spinta sugli scudi e tutta la Polizia ha iniziato a menare chiunque ci fosse lì vicino» racconta. 

All’inizio era lontana da questa prima carica, poi però il cordone di poliziotti si è diviso in due, accerchiando i manifestanti. Da dietro sono arrivati altri agenti in tenuta antisommossa, che hanno iniziato a pressare la folla, «ci stavano comprimendo, in più è un nostro diritto stare lì a manifestare». Da quel momento la tensione è aumentata sempre di più: «io in realtà non capivo niente, ero solo schiacciata di qua e di là, c’erano da una parte i manifestanti che spingevano in avanti, dall’altra la Polizia che spingeva indietro». A quel punto ha sentito qualcuno dare l’ordine di caricare e poco dopo si è trovata in prima fila, dove è stata colpita dai poliziotti.

Laura invece – per sua fortuna – la carica l’ha vista dalle ultime file della manifestazione. Questa volta a Bologna, il 15 febbraio, sempre alla Rai: altra città, stessa storia. «Quello che si è visto è stato un movimento di massa di tutta quella folla che c’era lì davanti, si è tutta spostata, siamo stati tutti spinti lontano dai cancelli con una velocità e una violenza che sul momento ci ha spiazzati». Ci racconta anche di un altro corteo, tenutosi in un sabato di novembre, con un’atmosfera più distesa. Di fronte alla Rai, dice, era come se ci si aspettasse qualcosa, avendo visto cos’era successo in altre città.

 «Le due manifestazioni sono state molto diverse l’una dall’altra, sia dal punto di vista dei partecipanti, sia dal punto di vista proprio del contesto, della tensione che si respirava nell’aria». Il corteo di novembre infatti era stato molto partecipato ed era pieno di bambini, donne e anziani, «c’era una varietà di persone impressionante». In effetti, rispetto ad altre manifestazioni in Italia, uno degli aspetti che più colpiscono chiunque sia stato ai cortei pro Palestina – compresi gli autori di questo articolo – è proprio l’eterogeneità delle persone che vi partecipano.

La causa palestinese riempie le piazze

La forte spinta a scendere in piazza per la causa palestinese è una convinta risposta popolare alla drammaticità delle immagini che quotidianamente giungono da Gaza. «Sono rimasto colpito da come queste manifestazioni abbiano spontaneamente riunito tante persone provenienti da diversi contesti sociali e con posizionamenti politici che non sempre sono riusciti a dialogare in passato» racconta Oreste, 32 anni, attivista di Potere al Popolo e decennale frequentatore e organizzatore di mobilitazioni sociali in Veneto. 

La folta schiera di manifestanti si distingue soprattutto per la sua eterogeneità. «A Verona c’è stato un grandissimo protagonismo di giovani ragazze di seconda generazione, che hanno preso i microfoni e parlato alla folla» continua Oreste, che sottolinea oltre alla grande partecipazione femminile anche l’intergenerazionalità del movimento «al quale prendono parte famiglie con bambini, giovani e anche anziani». La violenza del conflitto può sicuramente essere considerata un primo fattore mobilitante. Un secondo può essere invece ricondotto alla narrazione mediatica dei fatti che, specie dopo il comunicato dell’AD Rai di cui sopra, ha portato diversi osservatori a parlare di censura.

Se da un lato possiamo raccontare di piazze variegate, dall’altro risulta difficile rilevare le stesse caratteristiche nel racconto dei media e nel dibattito politico. Assistiamo infatti a una presa di posizione pro-Israele ad opera di esponenti politici e di un’ampia fascia della stampa nazionale. Il rischio che ne consegue è quello di subordinare la necessità di un’attenta analisi degli avvenimenti ad una pericolosa tendenza al tifo da stadio. Ne risulta una strumentalizzazione delle posizioni pro Palestina, che vengono tacciate di antisemitismo o di solidarietà con Hamas, e una tendenza alla repressione di questi movimenti, come è accaduto in occasione della manifestazione tenutasi il 27 gennaio a Milano, ritenuta incompatibile con la Giornata della Memoria e quindi vietata dalla Questura. 

In Piazzale Loreto era stato organizzato comunque un presidio non autorizzato: «da una parte c’erano le camionette e dall’altra c’era un cordone di Polizia che chiudeva il corteo all’imboccatura tra via Padova e Piazzale Loreto, quindi ci hanno spinto lì dentro e poi hanno chiuso» testimonia Cecilia, studentessa milanese che ha preso parte al presidio. «Ho visto un dispiego di Polizia veramente esagerato per il tipo di manifestazione, ho solo sentito urlare “Palestina Libera”, niente di che». Anche in quell’occasione si sono vissuti attimi di tensione e i video delle cariche da parte delle forze dell’ordine sono circolati rapidamente sul web. 

Tra i manifestanti c’era anche la novantaquattrenne Franca Caffa, storica attivista per i movimenti sociali, che a favore di telecamera ha chiesto a un carabiniere in assetto antisommossa cosa ne pensasse delle parole di Mattarella. Il riferimento era al discorso che il Presidente delle Repubblica ha tenuto al Quirinale proprio in occasione della Giornata della Memoria e in particolare al passaggio: «coloro che hanno subito il turpe tentativo di cancellare il proprio popolo dalla terra sanno che non si può negare a un altro popolo il diritto a uno Stato»Con queste parole Mattarella ha voluto sottolineare la compatibilità tra la memoria dell’olocausto e la rivendicazione del popolo palestinese di avere un proprio Stato. 

Quello che ha sconvolto in quella circostanza è stata proprio la risposta del carabiniere, che in modo del tutto ambivalente rispetto alla sua funzione ha risposto a Caffa: «con tutto il rispetto signora, non è il mio presidente». Parole riportate da tutte le principali agenzie, che hanno suscitato sgomento e hanno spinto il carabiniere a scusarsi pubblicamente.

L'incapacità di gestire il dissenso

L’impressione è che la strategia del governo per arginare il dissenso si basi su una retorica strumentale che prevede una semplificazione dei contenuti critici e l’attribuzione alla controparte del ruolo di nemico da combattere a tutti i costi. L’effetto di questa modalità comunicativa è quello di restituire all’opinione pubblica un’immagine intollerabile di tutti quei movimenti che mettono in questione le posizioni maggioritarie, o che più semplicemente chiedono di mettere in atto dei processi di cambiamento. E così chi chiede politiche climatiche più convinte viene etichettato come un “eco-vandalo”, chi chiede la cessazione del riarmo sul fronte russo-ucraino viene etichettato come “filo putiniano” e chi chiede una netta condanna al genocidio della popolazione palestinese viene rappresentato come “antisemita” o “filo Hamas”. Il problema centrale di questo tipo di retorica è che non prevede sfumature e di conseguenza azzera le possibilità di dialogo.

Tornando agli episodi di violenza durante le manifestazioni, l’elemento innovativo non è tanto quello del linguaggio delle Forze dell’Ordine. Come ci racconta Oreste, durante le manifestazioni «la repressione non è una cosa nuova, è un elemento strutturale della Polizia italiana e lo è stato anche con i governi di centro sinistra». La repressione, però, viene attuata con maggiore forza quando i contenuti sono in antitesi con le posizioni dominanti, quando esprimono dissenso. Ne è un ulteriore esempio la manifestazione pacifica che contestava i produttori di armi israeliani alla EOS (fiera delle armi) di Verona. 

«Davanti c’erano i manifestanti con le mani alzate al cielo dipinte di rosso, come a simboleggiare il sangue, che hanno semplicemente fatto dei passi avanti», questo è bastato per scatenare la reazione violenta della Polizia che li ha caricati, «non so esattamente i dettagli ma una persona si è fatta male, per fortuna niente di grave» continua Oreste.

Il tema delle manifestazioni e dei contestuali episodi di violenza e repressione tiene banco da settimane, dividendo classe politica e osservatori tra chi condanna l’uso eccessivo della violenza della Polizia verso cortei in gran parte pacifici e chi invece difende a priori l’operato delle Forze dell’Ordine. Una delle argomentazioni principali di questi ultimi si rifà alla mancata autorizzazione di queste manifestazioni. Anche in questo caso l’argomentazione non è del tutto corretta. 

Infatti, l’articolo 17 della Costituzione recita in modo chiaro che «i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica». La Costituzione non parla quindi di autorizzazione, bensì di preavviso. Il divieto può essere invece decretato solo per comprovati motivi di sicurezza, lasciando ampio respiro alle interpretazioni dei Questori.

Il fallimento della politica dei manganelli

Dell’articolo 17 se ne è parlato tanto dopo le cariche di Firenze e Pisa del 23 febbraio. A Pisa, infatti, ha avuto luogo una delle ultime manifestazioni pro Palestina di maggiore risonanza mediatica, complice la giovanissima età dei manifestanti colpiti dalla Polizia: 17 feriti, di cui 11 minorenni. Riferendo alla Camera sull’accaduto, il Ministro dell’Interno Piantedosi ha sostenuto che non fosse stato dato alcun preavviso del corteo, come se questo bastasse a giustificare qualunque tipo di reazione degli agenti sui manifestanti. 

Il video che è circolato in rete mostra con chiarezza la dinamica: il cordone di poliziotti è davanti alla camionetta che blocca l’accesso a Piazza dei Cavalieri da via San Frediano; dopo qualche istante di tensione, i poliziotti iniziano a manganellare i manifestanti con violenza, continuando a colpire alcuni ragazzi anche mentre si stanno allontanando. Dopo un po’ è stata diffusa una seconda ripresa, fatta dai docenti del Liceo artistico Russoli da dentro il cancello della scuola. Gli agenti sono a pochi palmi di distanza dai professori, che li implorano di non usare violenza contro i ragazzi. «Potrebbero essere i vostri figli, hanno 15 anni!», si sente nel video. 

Poche ore dopo l’evento, proprio i docenti e il personale scolastico del Liceo Russoli hanno condannato in un comunicato l’«inaudita violenza» della Polizia contro gli studenti, ai quali erano state bloccate tutte le vie di fuga. Gli insegnanti del Russoli sono stati solo i primi di una lunghissima fila di intellettuali, giornalisti, personaggi pubblici e politici che hanno mostrato solidarietà agli studenti, fino all’intervento inaspettato del Presidente della Repubblica. 

Il giorno dopo, il Quirinale ha infatti trasmesso le parole che Mattarella ha rivolto in una telefonata al Ministro dell’Interno: «l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli, ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento.»

Dopo diversi giorni, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervistata al Tg2 post del 28 febbraio, più che commentare quanto successo a Pisa ha preferito ribadire il suo indiscusso sostegno alle Forze dell’Ordine. Per poi aggiungere: «noi a differenza di quello che è accaduto in molti altri Paesi europei abbiamo scelto di non vietare le manifestazioni a favore della Palestina». Quasi fosse una concessione, più che un diritto costituzionale. Una libertà, ma subordinata alla scelta di chi governa. 

E pensare che Sara, parlando dei poliziotti che comprimevano la folla, aveva detto: «in più è un nostro diritto stare lì a manifestare», con un tono di voce – giustamente – quasi scontato. Ovvio, come dovrebbe essere. 

Come deve essere sembrato ovvio anche alle migliaia di persone che la sera del 23 febbraio hanno riempito Piazza dei Cavalieri, proprio dove non erano stati fatti andare i ragazzi di Pisa, per rivendicare quel diritto di manifestare pubblicamente le proprie idee.

I cognomi delle persone intervistate sono stati omessi su loro richiesta

di Martina Paolucci (Martina Paolucci),Elia Belingheri (Elia Belingheri)

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