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La settimana corta è una realtà sempre più diffusa

“La Notte nelle scuole” un progetto di Scomodo e Ariete, che indaga la notte come elemento di esplorazione dove si costruisce una parte centrale dell’individuo, attraverso racconti di giovani scrittori e scrittrici under 30 che hanno partecipato al contest “I miei segreti te li dirò di notte”, aperto fino al 10 maggio su scomodo.org/la-notte

Un folto gruppo di operai che guarda dritto in camera: qualcuno sorride e alza il pugno chiuso più in alto che può, qualcun altro grida convinto uno slogan che non riusciamo a sentire e qualcun altro ancora sventola una bandiera che, dalla tonalità di grigio della stampa, possiamo immaginare fosse rossa. È questa la fotografia scelta per la prima pagina del 5 dicembre 1977 che titola «Lavorare meno, lavorare tutti». Sono gli anni ‘70, un intreccio turbolento di grandi tensioni e grandi utopie, e il giornale si chiama Lotta Continua.

Quasi cinquant’anni dopo sappiamo che quella stagione di lotta non è proseguita come si immaginava, ma la settimana lavorativa di quattro giorni ha catturato e continua a catturare l’attenzione del pubblico, incuriosendo ancora oggi lavoratori e lavoratrici, organizzazioni sindacali, partiti politici e persino qualche datore di lavoro. Nella società della prestazione, l’idea di lavorare meno non è affatto fuori dal tempo e potrebbe rappresentare un passo fondamentale per aumentare la qualità del tempo lavorativo, ridurre lo stress da lavoro e avere un migliore equilibrio.

Le sperimentazioni europee

Dopo qualche timido esperimento del secolo scorso, in questa seconda ondata di interesse, pioniera è stata l’Islanda: nella primavera del 2014, il consiglio cittadino di Reykjavík ha votato all’unanimità a favore dell’avvio di un test per l’introduzione della settimana lavorativa corta. A partire da marzo 2015, la sperimentazione ha coinvolto un numero sempre crescente di lavoratori e lavoratrici che, a parità di salario, hanno subito una riduzione delle ore lavorative settimanali, passando da 40 a 35 o 36 a seconda dei casi. Nell’aprile del 2017, il governo islandese, a fronte dei risultati incoraggianti, ha esteso l’esperimento con le stesse modalità in alcuni dei suoi uffici sull’intero suolo nazionale. Complessivamente i lavoratori coinvolti sono stati più di 2500 e gli esiti raccolti nel 2019 e nel 2021 sono stati tanto positivi da portare alla ratifica di contratti collettivi che prevedono la riduzione dell’orario di lavoro –  o l’attivazione di meccanismi per ridurlo – per l’86% della forza lavoro islandese (circa 170 mila persone). In particolare, oltre a un miglioramento nei rapporti tra colleghi, all’ottimizzazione dell’organizzazione e a una diminuzione dello stress sia sul posto di lavoro che nella vita privata, il report, pubblicato dal think tank progressista Autonomy e dall’Associazione per la democrazia sostenibile, ha dimostrato che la produttività e la qualità del servizio erogato sono rimaste sostanzialmente invariate

Quello islandese non è stato affatto un caso isolato. Negli anni, diverse nazioni europee hanno dato vita a sperimentazioni simili che hanno (quasi) sempre avuto una buona riuscita. Nel 2022, in Irlanda si è realizzato un progetto pilota della durata di sei mesi coinvolgendo 33 aziende e 903 lavoratori: nessuna delle 27 imprese che hanno risposto al sondaggio di 4 Day Week Global ha dichiarato di avere intenzione di tornare alla precedente routine di cinque giorni. In Scozia e in Spagna nel 2022 i governi hanno finanziato dei fondi destinati a sostenere le società che vogliono aderire al programma “100-80-100”: 100% della retribuzione per l’80% del tempo, a patto che si mantenga il 100% di produttività. L’ultima ad aggiungersi a questo elenco è stata la Germania dove, dal primo febbraio di quest’anno, per fronteggiare la carenza di manodopera, 45 aziende stanno testando la settimana corta a parità di salario.     

Particolare attenzione merita l’esperimento britannico, il più ampio svolto finora. Lo studio, condotto tra giugno e dicembre del 2022 dall’Ong 4 Day Week Global, dal già citato Autonomy e da gruppi di ricerca di diverse università europee, ha coinvolto circa 2900 dipendenti in 61 aziende. Le imprese, di settori e dimensioni differenti tra loro, non sono state obbligate ad adottare un particolare tipo di settimana corta: le uniche condizioni da rispettare erano il mantenimento della retribuzione al 100% e una riduzione «significativa» dell’orario di lavoro. Ogni società ha quindi progettato una politica su misura delle proprie necessità. Al termine del test, 56 delle compagnie coinvolte hanno deciso di continuare con la settimana di quattro giorni e 18 hanno confermato che questo sarà un cambiamento permanente. I benefici maggiori sono stati riscontrati nel benessere dei dipendenti: i dati mostrano che il 39% dei lavoratori era meno stressato e che il 71% ha ridotto i livelli di burnout. Inoltre, circa il 60% delle persone coinvolte ha constatato una maggiore capacità di conciliare il lavoro con le responsabilità di cura e con la vita sociale. Ad ogni modo, anche altre metriche aziendali hanno mostrato degli effetti positivi: le entrate, ad esempio, sono rimaste sostanzialmente invariate, con un aumento medio del 1.4% e il numero di dipendenti che hanno lasciato le aziende partecipanti è diminuito del 57%. Insomma, come si legge nel report, «un successo clamoroso».

Il panorama italiano

Anche in Italia le sperimentazioni sono già partite in diverse imprese, ognuna con modalità differenti e quindi risultati diversi. La rivoluzione della settimana corta lavorativa è partita già a gennaio 2023 con Intesa Sanpaolo che propone, su base volontaria, un nuovo modello di organizzazione del lavoro con più smart working e la possibilità di lavorare quattro giorni a settimana anziché cinque con nove ore giornaliere, a parità di retribuzione e senza obbligo di giorno fisso. Su questa linea si sono mosse altre compagnie: Luxottica, specializzata nella produzione e nel commercio di occhiali, offre la possibilità di adottare la settimana corta su base volontaria in determinati reparti per venti settimane l’anno, a parità di salario; anche Lamborghini sperimenta una settimana lavorativa di 33 ore e mezzo con in particolare una settimana di quattro giorni alternata a una da cinque per chi lavora su due turni e due settimane da quattro giorni alternate a una da cinque per chi è impegnato su tre turni. 

Oltre alla settimana corta ci sono altre modalità sperimentate più timide come il «venerdì breve» attuato nel 2023 da gennaio a luglio dall’azienda Tria, che produce macchine per il riciclo della plastica. Il venerdì breve nel loro caso prevede la chiusura degli uffici il venerdì alle 12, con tre ore di ROL (riduzione dell’orario di lavoro) che sono ore di riposo regolarmente retribuite in busta paga per tutte e tutti. L’amministratore delegato Venturelli ha dichiarato che «aldilà dello smart working, volevamo introdurre una misura valida per tutti, per essere più moderni e più attrattivi». Lo smart working non viene citato casualmente perché durante il lockdown della primavera 2020, la società ha osservato che attuandolo da un giorno all’altro i dipendenti hanno dovuto gestire il lavoro in autonomia, senza controllo dell’orario: e il risultato è stato che nel corso dei mesi dell’emergenza è migliorata la produttività ed è aumentato il fatturato dell’azienda.

Anche la nota compagnia italiana produttrice di caffè tostato Lavazza ha applicato il venerdì breve già nel dicembre 2022. La società ha aumentato la flessibilità dello smart working di cui si può usufruire fino a dieci giorni al mese anche consecutivi mettendo in più a disposizione 16 ore per l’attività di caregiving per accompagnare familiari o conviventi a visite mediche, oltre che quattro ore annue da dedicare all’assistenza veterinaria dei propri animali domestici.

Un’altra modalità parallela è quella che viene chiamata «Flexi-Week», arrivata in Italia nel 2021 con Awin Italia, la quale applica una policy aziendale che prevede una giornata libera o due mezze giornate libere a settimana. Questa regola, unita al lavoro agile, ha permesso alla divisione italiana dell’azienda di chiudere a luglio e agosto e lavorare da casa. «Quella che inizialmente era una sperimentazione di sei mesi si è rivelata una delle iniziative più rivoluzionarie che abbiamo visto nella storia dell’azienda» ha dichiarato Adam Ross, CEO di Awin.

La società che finora ha avanzato la sperimentazione più coraggiosa è SACE, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che si occupa di sostegno alle imprese e al tessuto economico nazionale. Quest’ultima ha adottato un’organizzazione del lavoro denominata «Flex4Future», che consiste nell’adozione di un orario flessibile in cui sono eliminati tutti i controlli sulle timbrature, nell’investimento sullo smart working, per cui non c’è alcun limite al numero di giornate da remoto e nella settimana corta di quattro giorni rispetto ai cinque classici con libertà di scelta nella settimana per il giorno in più di riposo. Nonostante questa libertà di scelta del giorno di riposo le ore lavorative settimanali non subiscono una grossa diminuzione, passando dalle 37 ore classiche a 36.

Il punto di vista dei lavoratori e i progetti politici

In questo contesto, l’idea della settimana corta sta diventando sempre più apprezzata nell’opinione comune: secondo un’indagine svolta nel 2022 da Adecco, che ha intervistato 30.000 lavoratori in 25 paesi, di cui la metà impiegati in lavori d’ufficio, il 54% dei lavoratori aveva pensato di ridurre – o aveva già ridotto – il proprio monte-ore di lavoro, anche quando (nel 51% dei casi) ciò avrebbe significato una riduzione dello stipendio . Il 30% delle persone che intendevano cambiare lavoro nei successivi 12 mesi indicava tra le proprie motivazioni proprio la maggiore flessibilità, che poteva tradursi anche in un giorno lavorativo in meno. Dall’altra parte, proprio il rischio della riduzione dello stipendio rappresentava la preoccupazione principale tra gli intervistati rispetto al passaggio alla settimana corta, ma anche la prospettiva di finire a lavorare anche nel giorno libero o di dover gestire in 4 giorni il lavoro di 5. In generale, circa il 70% delle persone intervistate affermava che una settimana di 4 giorni migliorerebbe la propria salute mentale senza intaccare la produttività, che ogni azienda dovrebbe offrire questa opzione e che i governi dovrebbero fare di più per regolamentare questo genere di iniziative

In questo senso, la settimana corta sta assumendo un ruolo rilevante all’interno del dibattito politico, ma anche dove la volontà di introdurla è presente, non sempre le forze politiche sono d’accordo sulle modalità per concretizzarla. In Spagna, lo scorso ottobre il nuovo governo del premier socialista Pedro Sanchez ha inserito la settimana corta nel suo programma, soprattutto su impulso degli alleati di sinistra di Sumar. In particolare, il progetto è di diminuire, a parità di salario, le ore settimanali lavorative da 40 a 37,5 entro il 2025, lasciando poi la facoltà alla contrattazione collettiva di adattare la misura ai vari settori e prevedere eventuali ulteriori riduzioni. In Spagna il 50,1% degli occupati lavora 40 ore a settimana, il 10,5% più di 45.

In Italia, invece, sono soprattutto i partiti d’opposizione ad aver depositato proposte di legge in questo senso. Se nel caso del salario minimo il fronte dell’opposizione era stato piuttosto compatto, presentando una proposta di legge unitaria, stavolta Azione si è detta contraria, allineandosi a Italia Viva, mentre altre forze d’opposizione hanno presentato ciascuna la propria proposta, come riportato da Pagella Politica: la prima è stata quella di Sinistra Italiana, che consiste nel portare le ore settimanali a 34, a parità di salario. Per supportare i datori di lavoro che in questo modo dovrebbero ridurre di almeno il 10% l’orario settimanale dei propri dipendenti o che prevedano nuove assunzioni, è previsto un “Fondo di incentivazione alla riduzione dell’orario di lavoro”, da costituirsi tramite un’imposta sugli straordinari e un’imposta patrimoniale sui patrimoni superiori ai 3 milioni di euro. La proposta del Movimento 5 Stelle prevede invece di ridurre le ore settimanali a 32, sempre a parità di retribuzione, ma stabilendo in questo caso l’esonero dall’obbligo di versare i contributi previdenziali a proprio carico per le imprese che ridurranno l’orario di lavoro, fino a un massimo di 8mila euro all’anno. L’ultima proposta è quella del PD, che non stabilisce un limite esplicito alle ore settimanali ma lascia totalmente il compito alla contrattazione collettiva, prevedendo incentivi per la stipulazione di contratti collettivi sperimentali che includano la riduzione dell’orario di lavoro, anche nella forma di turni su quattro giorni settimanali. Anche in questo caso si prevede un’esenzione parziale dal versamento dei contributi, nello specifico pari al 30% del totale dovuto e fino al 40% quando il tipo di impiego sia considerato usurante o gravoso. Nonostante le differenze, la capogruppo alla Camera del PD Chiara Braga, in un’intervista concessa a Repubblica lo scorso 25 ottobre, si è detta fiduciosa di arrivare a una proposta condivisa anche in questo caso.

di a.lonigro (Alessandro Lonigro),Leonardo Ciucci (Leonardo Ciucci),Vincenzo Rizzo (Vincenzo Rizzo)

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