Giordania, il prezzo della pace

In un contesto regionale lacerato da un genocidio in corso, dall’azione militare impunita di Israele, da un cambio di regime epocale in Siria, il caso giordano sembra confermarsi come un modello politico di riferimento per le diplomazie dei Paesi dell’area. Un luogo di accoglienza per chi fugge dal disastro che si abbatte sulle proprie comunità. Ma qual è la situazione in Giordania?

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All’inizio dell’estate il cielo sopra Amman si è riempito di scie luminose. “Siamo saliti tutti sul tetto per filmare col telefonino quello spettacolo. Poi siamo tornati alle nostre vite di sempre”. Sono frasi abbastanza frequenti da sentire chiedendo in giro per la capitale giordana come è stato vissuto lo scambio di missili tra Israele e Iran che per una dozzina di giorni ha minacciato di aprire ad uno scenario di guerra totale tra le due potenze. A distanza di pochi mesi, di quelle luci minacciose che hanno turbato le notti giordane non sembra esserci traccia. Certo, il numero di turisti resta significativamente basso: è la prima cosa che si nota aggirandosi in pieno agosto tra le strade assolate di Petra, solitamente aggredite da gruppi rumorosi a caccia di una buona foto.  La seconda cosa è la provenienza dei pochi turisti presenti, quasi esclusivamente limitata ai Paesi arabi vicini. La terza sono le camionette corazzate dell’esercito e le telecamere onnipresenti, nel sito archeologico come tra le strade della capitale. Ma in un contesto regionale lacerato da un genocidio in corso, dall’azione militare impunita di Israele, da un cambio di regime epocale in Siria che stenta a decollare, il caso giordano sembra confermarsi come un modello politico di riferimento per le diplomazie dei Paesi dell’area. Un luogo di accoglienza per chi fugge dal disastro che si abbatte sulle proprie comunità.

In un momento così tragico per l’area, qual è la situazione in Giordania?

Militari accolgono i turisti nel sito archeologico di Petra.

Un Paese accogliente

Le sale del centro di Caritas Jordan sono fresche, un riparo ideale per sfuggire al caldo estivo, insolito anche per le medie temperature conosciute nella zona.

Ahmed viene dal Nord dell’Iraq. È scappato con la famiglia dopo anni di violenze e persecuzioni subite dalla popolazione cristiana della zona da parte dell’ISIS. Loro sono in Giordania da 10 anni, quasi sempre trascorsi nel quartiere di Al Hashmi, nella periferia Nord-Est di Amman.

«Qui siamo al sicuro, ma la vita è difficile perché non possiamo lavorare», ci dice Ahmed, che si trova ad affrontare la condizione della stragrande maggioranza delle persone irachene rifugiate accolte dalla Giordania. Come ricostruisce Caritas Jordan nei suoi report, questi rimangono stretti in un limbo: sono iscritti nelle liste dell’UNHCR e possono sperare di ricevere un aiuto economico dall’agenzia, ma senza poter ambire a provvedere al proprio sostentamento in maniera economicamente indipendente e senza una prospettiva di poter ricostruire una vita in Giordania, date le restrizioni al diritto al lavoro. Per questo, come molti altri, Ahmed è in attesa che gli venga riconosciuto dalle istituzioni giordane uno status simile a quello di rifugiato – la Giordania non è firmataria della Convenzione di Ginevra sui rifugiati –  per poter ottenere il visto e emigrare con la moglie ed i figli: Australia e Stati Uniti le mete preferite.

Un’attesa che varia da persona a persona e che può durare mesi, addirittura anni, come nel suo caso. Molto più a Nord del centro Caritas, nella zona di al Mafraq a 15 chilometri dal confine con la Siria, Abu Ali accoglie nella sua casa con delle tazze di chai fumante le volontarie e i volontari dell’associazione Non Dalla Guerra – che da 10 anni organizza campi di incontro con le comunità rifugiate in Giordania e percorsi di educazione alla pace in Italia. 

Abu Ali è tra le poche persone rimaste nell’insediamento, costruito da alcune famiglie siriane precedentemente accolte nel campo di Zaatari a partire dal 2014. Da qui sono riuscite a spostarsi dopo aver stretto un accordo con il proprietario dei terreni su cui oggi sorgono le loro case, che acconsentì a far loro da garante e a farli stabilire nelle sue terre – come previsto per legge dal sistema della kafala, che garantisce ad alcuni gruppi di migranti il diritto alla proprietà di una abitazione previa identificazione di un garante giordano – in cambio del ricavato del raccolto, di cui avrebbero dovuto occuparsi.

«Negli anni abbiamo imparato a coltivare. Nel tempo abbiamo iniziato a guadagnarci da vivere prestando manodopera nei campi dei vicini» nella storia che ricostruisce Abu Ali si riflettono le condizioni particolari che hanno consentito ad un certo numero di persone rifugiate dalla Siria di ottenere permessi di lavoro in Giordania. Condizioni disposte nel Jordan Compact – l’accordo firmato nel 2016 tra Giordania, Unione Europea e altri donors internazionali come misura per rafforzare l’integrazione tra assistenza umanitaria e inclusione sociale delle persone siriane rifugiate. «Stamattina mio figlio è partito per tornare in Siria» aggiunge Abu Ali non trattenendo l’emozione. Con la caduta di al-Assad, le famiglie che abitano nell’insediamento si sono dimezzate. Molti rientrano in Siria, altri attendono di mettere da parte i soldi necessari per tornare in un Paese lacerato da 13 anni di guerra civile e aspettano che la situazione in Siria si stabilizzi. 

Intanto, gli aiuti internazionali destinati ai siriani in Giordania, arrivati soprattutto nei primi anni di conflitto interno, sono andati assottigliandosi sempre di più e con essi è venuta meno la principale fonte economica che provvedeva al sostentamento di queste persone, come sottolinea in un articolo su Asianews Daniele Frison, che da anni tiene con Non Dalla Guerra rapporti con la comunità di cui Abu Ali è parte.

Per orientarci nel groviglio del sistema di accoglienza giordano parliamo con Hassan, che coordina un centro di ricerca indipendente con sede ad Amman che si occupa, tra le altre cose, di realizzare analisi, corsi di formazione e dibattiti sulle condizioni delle persone rifugiate in Giordania. «La Giordania storicamente ha accolto persone provenienti dalla gran parte dei Paesi limitrofi, ma la dinamica per essere compresa va osservata gruppo per gruppo di persone emigrate», dice Hassan mentre si rigira la tazza di caffè tra le mani. «I primi a essere stati accolti furono i palestinesi, a partire dalla Nakba del 1948. Non erano considerati cittadini stranieri in cerca di ospitalità, ma un tutt’uno con il popolo giordano, da cui li separava solo il fiume. Erano attivi soprattutto nel commercio e nella piccola iniziativa privata, e di fatto hanno contribuito a edificare la Giordania come Paese», continua.

Strada intitolata alla Palestina nella città di Madaba.

Dal 1954 e ancora di più dal 1967 le maglie larghe dell’accoglienza iniziano a stringersi di fronte ai nuovi gruppi di sfollati provocati dall’occupazione israeliana della Cisgiordania: «La Giordania ha continuato ad accoglierli, ma con distinzioni: in campi gestiti dall’UNRWA [l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente,ndr] e senza più la possibilità generalizzata di ottenere la cittadinanza giordana», commenta Hassan facendo riferimento al processo che ha portato ad attribuire ai palestinesi che vivono nel Paese una complessa condizione di “residenza temporanea” protratta, come documentato dai rapporti del Badil Centre. Le ragioni di politica interna – ovvero mantenere l’equilibrio demografico tra cittadini giordani e popolazione rifugiata – convivono con la strategia internazionale: «Concedere una cittadinanza generalizzata di fronte all’occupazione avrebbe da un certo punto di vista significato accettare la pulizia etnica della Cisgiordania e avallare le nuove conquiste di Israele come definitive», chiosa il ricercatore.

Bambini giocano con l’acqua nel campo di al Hussein.

Hassan dà un lungo sorso al caffé, poi riprende: «Negli anni ‘90 e poi dal 2003 arrivarono i primi significativi gruppi di migranti iracheni. Venivano con molti soldi, e iniziarono a investire in Giordania attraverso medie e grandi imprese private. Il peso economico progressivamente assunto da questa popolazione ha spinto la Giordania a varare negli anni misure sempre più restrittive, rispetto ai permessi di lavoro, nei confronti degli iracheni accolti». Misure che sconterebbero ancora oggi le persone in fuga dal Paese dopo le persecuzioni dell’ISIS, provenienti da classi sociali molto più diversificate.

Ritorna alla memoria il racconto di Mohammed, che era uno scultore in Iraq e che oggi riesce a sopravvivere soprattutto grazie ai servizi offerti dal centro Caritas Jordan, che spaziano dall’assistenza sanitaria di base gratuita all’erogazione di piccole somme mensili per la spesa e per l’affitto.

«Dagli anni ‘90 in Giordania è stato avviato un processo di privatizzazione dei servizi in senso neoliberista», spiega Hassan dalle stanze del centro di ricerca. «Vengono prosciugati o completamente abbandonati i servizi pubblici, come nel caso dei piani di edilizia residenziale pubblica di cui il Paese era dotato, a beneficio dei privati. Oggi per avere accesso a servizi di qualità, e in alcuni casi ai servizi in generale, devi potertelo permettere».

Questo meccanismo di esternalizzazione dei servizi si regge oggi anche sugli aiuti internazionali che sostengono il sistema di accoglienza giordano: «Il caso dei rifugiati siriani è esemplare» sintetizza Hassan «Accolti dal 2011 e poi dal 2015 anche per via della grande disponibilità di finanziamenti e sostegno economico internazionale che li accompagnava, dunque per convenienza da parte della Giordania». Come evidenziato da alcuni studi del Chr. Michelsen Institute– istituto di ricerca norvegese che si occupa di approfondire tematiche nell’ambito dello sviluppo economico e sociale- oggi intorno al 30% dei fondi di progetti di cooperazione riguardanti la popolazione rifugiata implementati in Giordania viene destinato a servizi rivolti a cittadini giordani indigenti. Si alimenta, così, la dipendenza di tutto il sistema dei servizi dalle fluttuazioni legate alle decisioni prese da governi e agenzie straniere, che da un giorno a un altro possono chiudere i rubinetti, come è accaduto a seguito dello smantellamento di Usaid stabilito dalla nuova amministrazione Trump a partire dallo scorso gennaio.

Aladdin è uno street artist di origine palestinese. Con la sua associazione Underground Amman organizza dei tour guidati alla scoperta delle opere realizzate sui muri della capitale da alcuni dei più importanti artisti giordani e internazionali.

Tra i murales che scorrono una parete dopo l’altra prende forma la storia della politica interna giordana. La storia di una città vivace, aperta ai turisti, agli operatori delle ONG internazionali. Ci parla degli spazi di espressione e di dissenso permessi dai vertici del Paese: «In giro per la città è pieno di murales per la Palestina», riconosce Aladdin, «un tema ricorrente e tollerato, ma solo finché non si parla di sostegno alle forme di resistenza palestinese e non si criticano il Governo o il re».

La questione palestinese è una causa sentita in maniera trasversale in Giordania anche secondo Hassan, che dai locali del centro di ricerca ci offre una lettura sullo stato della libertà di espressione nel Paese attraverso le politiche adottate nei confronti delle manifestazioni organizzate a partire dall’ottobre del 2023: «Il Governo e il re adottano azioni di solidarietà e di supporto diplomatico alla causa palestinese che sono solo di facciata, mentre reprimono il dissenso. Nell’ultimo anno in particolare sono aumentati gli arresti e le misure repressive nelle manifestazioni a sostegno della Palestina».

Murale a sostegno della Palestina nella Rainbow street di Amman.

Repressione e dissuasione da parte delle autorità giordane sono documentate da decenni nel Paese: ricerche come quelle di Jillian Schwedler e di Jessica Watkins hanno ricostruito la struttura capillare di un sistema di polizia basato sul controllo del dissenso e su un parallelo consenso generalizzato che le forze dell’ordine sono riuscite a costruire intorno a sé.

L’attività dissuasiva non riguarda solo il sostegno alla causa palestinese, ma agisce in maniera trasversale e contribuisce a produrre un atteggiamento di cauta diffidenza tra i gruppi di persone rifugiate in Giordania. 

Fatima, nome di fantasia, viene dall’Iraq, la incontriamo nel Centro Caritas Jordan di Al Hashmi. Ci racconta che preferisce non parlare dei suoi pensieri con chi la circonda, neanche con le persone che le sono più vicine, perché «qui le voci girano facilmente». C’è chi ne parla a casa, in famiglia: «a volte si insegna il siriaco [lingua semitica parlata da alcune comunità cristiane in Iraq, ma anche in Turchia, Siria e Iran, ndr] ai figli, o si ricordano episodi della vita passata in Iraq, ma dipende dalle famiglie». Le esperienze di migrazione raramente diventano patrimonio condiviso e argomento di confronto: sembra piuttosto che si riducano a biografia individuale. 

Camminando tra i vicoli di Al Hussein non è difficile imbattersi in murales che raffigurano chiavi, la cupola di Al Aqsa o i colori della bandiera palestinese. Al Hussein è uno dei campi ufficiali dell’UNRWA predisposti per ospitare le persone espulse dalla Palestina dopo l’occupazione del 1967, e negli anni si è trasformato in un vero e proprio quartiere periferico di Amman: c’è un mercato settimanale, negozi e botteghe, una scuola su cui campeggia lo stendardo delle Nazioni Unite ormai sbiadito.

«I campi palestinesi sono diventati dei luoghi-ghetto nella città»,- ci aveva spiegato Hassan seduto al tavolo del Centro di ricerca indipendente, «e questo sia per una non piena integrazione dei palestinesi arrivati in Giordania dopo il ‘67 che per il desiderio tramandato di generazione in generazione di tornare nelle propria terra: la Giordania ne approfitta, e non regolarizza o migliora le condizioni di vita di una fetta di popolazione che ormai abita stabilmente qui, pur essendo considerata residente in maniera temporanea». Questi luoghi sono forse l’esempio più tangibile della cronicizzazione del limbo in cui vivono le diverse comunità di persone rifugiate in Giordania: un limbo in cui sono sospesi, o garantiti saltuariamente, il diritto al lavoro, alla formazione, alle cure, alla proprietà, alla partecipazione politica. Nel suo tour tra i murales di Amman, Aladdin dedica una tappa al lungo disegno di una sirenetta che emerge dal cemento del muro.

«La Giordania è il secondo Paese al mondo per scarsità d’acqua», racconta il writer, citando uno dei primati giordani. Un primato che espone il Paese, ed in particolare la popolazione rifugiata, ad una grave crisi di approvvigionamento idrico per uso domestico, agricolo e nei servizi essenziali- come documenta l’Istituto internazionale per la gestione dell’acqua. Per comprendere come la monarchia hashemita faccia i conti con il problema, dobbiamo spostarci di qualche chilometro dalla capitale e abbandonare la terraferma.

Murale dello street artist Sardine in una delle strade di Amman.

A poche decine di metri dalla spiaggia, un sentiero scosceso porta nelle viscere di quella che un tempo era una parte della riva giordana del Mar Morto, oggi ridotta a una parete di sale cristallizzato in cui è visibile la storia del prosciugamento del famoso lago salato. L’abbassamento del livello della superficie procede a una velocità di poco più di un metro all’anno, come sottolineano diversi studi tra cui quelli del Journal of Hydrology. Un destino in larga parte legato allo sfruttamento delle acque da parte israeliana: non solo Israele controlla le sorgenti del fiume Giordano nel Golan occupato, ma aziende israeliane come Hava sono da decenni impegnate nell’estrazione delle risorse minerali che utilizzano per i propri cosmetici.

Vista sulla stratificazione di un punto del Mar Morto quasi prosciugato.

Quella del controllo delle risorse idriche della regione da parte israeliana è una storia ampiamente documentata ed esemplificativa dei rapporti di forza in gioco nell’area. «Siamo perfettamente consapevoli del ricatto che esercita Israele su di noi attraverso l’acqua. Io se potessi non berrei»,ci dice  Sara nel cortile della sua casa di As Salt. Come lei la stragrande maggioranza dei giordani è costretta a rifornirsi da provider privati che in ultima istanza ricevono l’acqua dallo Stato ebraico.

Tra la monarchia Hashemita e Israele esiste un accordo per l’approvvigionamento idrico dal 1994. Un accordo che è diventato un pilastro della cooperazione tra i due Stati fino al 2023, arrivando a coinvolgere gli Emirati Arabi Uniti in uno scambio trilaterale presentato nell’ambito della COP27: Israele avrebbe fornito l’acqua estratta dalle falde in Cisgiordania e nel Golan; gli Emirati l’energia ottenuta da pannelli solari; la Giordania la terra su cui gli impianti emiratini sarebbero stati installati.

Nel 2023, con l’inizio dei bombardamenti israeliani sulla popolazione della Striscia di Gaza, gli accordi per l’acqua hanno rischiato di vacillare insieme alle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Rischio rientrato nel momento in cui la Giordania ha mostrato un’ampia disponibilità alla collaborazione con Israele e con gli Stati Uniti nel dispiegamento di misure per intercettare gli attacchi iraniani diretti contro Tel Aviv e all’indebolimento dei Fratelli Musulmani, banditi dalla monarchia Hashemita lo scorso aprile.

La vicenda dell’acqua può essere utile per analizzare la situazione dei rapporti di forza imposti militarmente nella regione. Rapporti a partire dai quali è possibile reinterpretare anche la storia e il destino delle politiche migratorie in Giordania. Nei giorni che trascorriamo ad Amman, il Governo israeliano annuncia il progetto E1- il cui masterplan risale al 1999 –  che mira a  collegare Gerusalemme Est alle colonie nella Valle del Giordano, in special modo l’insediamento di Ma’aleh Adumim, completando il processo di annessione di un pezzo di Cisgiordania e l’espulsione di migliaia di palestinesi dalla loro terra. Un progetto dal quale da anni organizzazioni attive sul campo come JLAC mettono in guardia, e che minaccia di diventare presto la nuova realtà dei Territori palestinesi occupati.

Un negozio che vende acqua nel quartiere di al Hashmi.

Hassan commenta la notizia dal Centro di ricerca: «Il progetto E1 va chiaramente nella direzione di una espansione regionale di Israele che mira a occupare parte della Giordania, del Libano, della Siria, dell’Egitto e ovviamente la Cisgiordania e Gaza. È l’idea della Grande Israele propagandata dal Governo israeliano in carica». Secondo il ricercatore, l’espulsione dei palestinesi della West Bank in Giordania è una questione di tempo: un rischio tacitamente calcolato dai regnanti giordani, e su cui sarebbero già pronti ad affacciarsi gli interessi di investitori arabi, emiratini in testa, che scommettono su un rapido incremento della popolazione residente nelle aree urbane. Uno schema simile a quello già visto in relazione allo scambio acqua-energia elettrica, ma questa volta l’oggetto al centro della transazione sarebbero i palestinesi.

Basta percorrere pochi chilometri fuori da Amman per rendersi conto del numero impressionante di escavatrici e gru impegnate a tirar su edifici in mezzo al deserto: l’ultimo grande progetto urbanistico ufficiale annunciato dal Governo giordano risale al gennaio del 2023, e prevede la costruzione di una nuova città a est della capitale. «La relativa stabilità e la strategicità regionale rendono questo Paese una terra ambita dagli investitori esteri del mattone»,  conclude Hassan: tra flussi migratori che seguono le trasformazioni nei Paesi limitrofi e presenza delle principali entità internazionali, governative e non-governative, impegnate nella regione, ci sarà sempre chi avrà bisogno di un tetto sopra la testa in Giordania. Dietro l’apparente ineluttabilità del destino di un Paese storicamente disposto ad accogliere, pesano i condizionamenti imposti da altre potenze militari e forze economiche. Una pressione fino a oggi contenuta, ma che non può reggere in eterno in un Paese con un sistema di allocazione delle risorse già molto precario e dipendente, in cui a rimetterci sono tanto le persone rifugiate quanto i cittadini giordani.

di L.I.

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