Nel discorso complesso, necessario e sempre in evoluzione che riguarda il Sud Italia, un tema ricorrente è quello dell’abbandono: un abbandono su larga scala – l’assenza o l’inadeguatezza delle politiche, la desertificazione culturale, la scarsità di ammortizzatori sociali o servizi pubblici – e uno più intimo e personale, ma condiviso al punto da essere osservabile come fenomeno collettivo.
È attraverso la lente di questo secondo abbandono che scegliamo di osservare il primo. Un caleidoscopio costruito sulle voci di professionisti e professioniste, ricercatrici e ricercatori, studenti che abitano o hanno lasciato il Sud del nostro paese.
I trasferimenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord nel biennio 2023-24 sono stati 241mila, andando a costituire una perdita netta di 116mila residenti. Nell’ultimo quinquennio, decine di migliaia di laureati sono migrati all’estero, e 107mila hanno lasciato la terra d’origine diretti verso il nord del Paese: tra il 2019 e il 2024, il Sud ha perso complessivamente 132mila giovani risorse.
Attraverso cinque interviste condotte tra Napoli, Foggia e le aree interne dell’Alto Molise, cinque voci ci raccontano di una precarietà che scava nel benessere psicologico fino a toccare il senso di identità. Dalle loro voci emergono le difficoltà e le rimostranze di chi è costretto a vivere la geografia di un abbandono reciproco, una contesa inesauribile tra casa e altrove, dove la prima incarna un abbandono subito, e la seconda un abbandono attivo, innescato dalla necessità. La migrazione dei giovani non è più solo mobilità economica e instabilità lavorativa, ma assume una forma di inestinguibile frattura identitaria.
1 – “Andare fuori”
Maria Francesca De Tullio definisce la precarietà come «non poter contare su niente». De Tullio è ricercatrice in Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Napoli Federico II, con un contratto a tempo determinato. Sulla città di Napoli, tra gli ostacoli che i giovani incontrano nella corsa a un lavoro stabile, De Tullio individua «la carenza di un tessuto industriale e imprenditoriale che sicuramente diciamo preclude una serie di opportunità. Poi c’è tutto un tema educativo, nel senso, ovviamente nella mia città ci sono tantissime persone che non hanno accesso a un percorso educativo, diciamo anche un percorso educativo professionalizzante, c’è un tasso di dispersione scolastica enorme e ovviamente in molti luoghi si fa fatica […] Il lavoro che viene offerto è spesso lavoro in nero, lavoro precario e parliamo in generale molte di moltissime professioni, anche per esempio professioni come l’educatore, l’educatrice… E quindi infatti molte persone vanno via».
Anche a Foggia, provincia pugliese di circa 145.000 abitanti, esiste una situazione di precarietà che viene definita «campo arido». È Alessandro Savoia a darne questa definizione, studente di Graphic Design presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. «La maggior parte dei ragazzi per affrontare quello che gli piace spesso devono andare fuori».
“Andare fuori”, andare via, è un’espressione che ricorre nelle testimonianze raccolte, una formula vaga ma immediatamente riconoscibile e decodificabile per chi abita questa condizione. È spesso applicata ai casi in cui la migrazione non è scelta ma necessità: l’unica strategia possibile quando il territorio d’origine non offre alternative concrete. Questa mobilità forzata trasforma ogni partenza in una piccola sconfitta collettiva, un risorsa che il Sud perde e che un altrove guadagna.
2 – Il privilegio del lavoro
Nell’Alto Molise la precarietà sembra assumere i contorni della regola strutturale. Chiara Esposito, originaria di Isernia e trasferita a Roma per lavoro nel settore risorse umane, racconta di un territorio dove le opportunità professionali specializzate semplicemente non esistono: «nel mio mondo, che è quello delle risorse umane, io non ne ho trovate. Cioè, io non ho mai visto una possibilità lavorativa in Molise».
La sua testimonianza illumina una contraddizione interessante: il senso di privilegio relativo di chi riesce a lavorare. «Rispetto alle persone anche che mi circondano, sono una delle poche a lavorare, soprattutto tra quelli che sono rimasti giù in Molise […] Quindi sì, io mi sento privilegiata rispetto alle persone che mi circondano, della mia stessa età». Un privilegio conquistato però attraverso la migrazione forzata: «sono molisana, sono di Isernia, ma sono tanti anni che vivo a Roma per lavoro, perché il mio lavoro non c’è dove vivo».
Shanesya D’Agnilli, nata nel 2002 e residente nell’Alto Molise, descrive un mercato del lavoro locale caratterizzato da uno sfruttamento sistematico. Per riuscire a seguire un tirocinio formativo non retribuito, D’Agnilli attualmente lavora in un bar con «retribuzione minima di 6 euro l’ora, quando va bene, perché spesso e volentieri anche meno». I contratti sono «addirittura a chiamata spesso e volentieri», e «non rispettano mai poi davvero il lavoro svolto». La normalizzazione dello sfruttamento è tale che «dobbiamo abbassarci a fare il doppio delle ore previste da contratto».
Per D’Agnilli, che vive con la famiglia e ha una bambina di 5 anni, l’emigrazione rappresenta l’orizzonte inevitabile: «Tutti vogliono spostarsi, tutti, e lo fanno […] fino ad andare anche all’estero piuttosto che rimanere». La motivazione è duplice: «Per lavoro o per studio? Entrambe, entrambe le cose».
Francesco Centracchio, classe 1994, è guida ambientale escursionistica, nell’Alta Valle del Volturno e attraverso la catena montuosa delle Mainarde, in Molise. Centracchio inquadra il fenomeno in una prospettiva politica più ampia: «la politica locale non ha mai avuto la capacità di programmare degli interventi che fossero a sostegno dell’economia». Il risultato è un territorio dove «via via stanno si stanno perdendo settori come quello turistico, sia rispetto all’agricoltura, all’allevamento…». Alla domanda se le politiche locali o nazionali abbiano avuto un impatto significativo sulla riduzione della precarietà lavorativa giovanile, risponde: «Non credo ad oggi si possa affermare una cosa del genere».
3 – Il costo del restare
La precarietà abitativa emerge come il denominatore comune che attraversa tutti i territori analizzati, con intensità diverse ma effetti convergenti. A Napoli, De Tullio documenta un processo di gentrificazione accelerata: «molte persone, soprattutto in queste aree centrali, vengono sfrattate per Airbnb e affitti brevi» che «risultano (ndr: per i locatori) ovviamente molto più remunerative». A questo si aggiunge un aumento vertiginoso del costo della vita: «Napoli era una città dove appunto, magari sì, c’era precarietà, ma il costo della vita era anche basso. Adesso il turismo, eventi, speculazione… il costo sta salendo. Ma anche solo l’affitto diciamo, un po’ tutto». Il risultato è che «affitti per una stanza che viaggia intorno ai 400 euro» rendono «Napoli una città veramente poco accessibile». A livello nazionale, i redditi sono stagnanti o in calo da anni, con numeri ancor più critici al Sud. Il costo della vita però è aumentato significativamente, soprattutto per i beni di prima necessità: a fronte di un aumento nazionale del +9,2% sui beni alimentari, nel 2023, nel Mezzogiorno il peso degli alimentari sulla spesa totale raggiungeva il 25%. E nel momento in cui una fetta molto più grande del budget familiare è destinata a beni di prima necessità, quando i prezzi di questi beni salgono, l’impatto dell’aumento dei prezzi sulle famiglie del Sud è quindi esponenzialmente maggiore.
Come raccontavamo nel nostro articolo “Napoli è indomabile e quindi non succederà?” i prezzi degli affitti a Napoli, in vent’anni, sono aumentati del 100%. Dall’Osservatorio Unipol “Gli italiani e il turismo, tra opportunità e disagi” emerge che quasi un napoletano su due ritiene che l’overtourism (il sovraffollamento di una località a seguito di un eccessivo afflusso di turisti, con conseguenze negative per la città e per i suoi abitanti) affligga la città di Napoli: un dato interessante è che ad avere una conoscenza più approfondita del fenomeno è la Generazione Z – più della metà degli intervistati – mentre tra Gen X e Boomers 1 su 3 non ha mai sentito parlare del fenomeno. È infatti soprattutto la Gen Z a subire le ricadute negative dell’aumento degli affitti brevi, ma il 71% degli abitanti tutti si direbbe favorevole a una maggiore regolamentazione. L’impatto si misura anche sui flussi universitari: «un calo delle iscrizioni che in molti casi corrisponde anche a un aumento di iscrizione alle telematiche» dove «una delle ragioni che ci viene riportata è proprio quella abitativa».
Nell’Alto Molise, D’Agnilli descrive un mercato immobiliare che esclude sistematicamente i giovani precari: «gli affittuari pretendono di avere delle garanzie, quindi contratti a tempo indeterminato eccetera che non abbiamo, quindi proprio spesso non ci si vede proprio, non abbiamo l’opportunità nemmeno di prendere una casa in affitto». I prezzi, pur inferiori alle grandi città – «da quello che credo che si giri intorno ai 500 euro […] per un monolocale» – rimangono proibitivi per redditi da lavoro precario.
Esposito aggiunge un elemento strutturale cruciale: «da quel che so, mia sorella ha cercato una casa in affitto a Isernia per tanto tempo… è che non ce ne sono, nel senso che ci sono pochissime case in affitto». Il mercato immobiliare dei piccoli centri non è strutturato per accogliere giovani in cerca di indipendenza: «la nostra non è una città pensata per accogliere o per dare, come può essere ad esempio, ogni città universitaria».
4 – Il costo del partire
L’emigrazione giovanile produce effetti che vanno oltre la dimensione economica, incidendo profondamente sul tessuto sociale dei territori di origine. Savoia descrive un processo di «disgregazione sociale» dove la precarietà «costringe molto ad andare fuori e quindi molti quelli che sono i legami sociali, i rapporti affettivi vengono a mancare».
Esposito aggiunge la dimensione culturale del fenomeno: «A Isernia non c’è neanche un cinema. Cioè, c’era, ma ha chiuso». La desertificazione dei servizi culturali riduce le opportunità di socializzazione alla «cultura del bar», mentre «non c’è la possibilità di sfogarsi culturalmente, socialmente, eccetera al di fuori di eventi creati magari da collettivi […] che sono comunque rari e sporadici».
Secondo Esposito, gli unici giovani che vorrebbero trasferirsi in Molise sono quelli che vorrebbero «tornare a casa, come farò io. Andiamo via tutti per lavorare e poi torniamo per gli affetti o perché comunque… viviamo la vita sicuramente diversamente. In Molise è molto più calma, molto più lenta. Si sta bene, non costa tanto, si respira. E quindi si tende a tornare verso casa». Un desiderio di ritorno che si scontra con l’impossibilità strutturale di costruire una vita professionale adeguata.
5 – La rassegnazione come strategia di sopravvivenza
Le interviste rivelano l’emergere di una forma particolare di adattamento alla precarietà: l’accettazione passiva delle condizioni di sfruttamento come strategia di sopravvivenza. Esposito descrive questo meccanismo con precisione: «Ti porta ad accontentarti e quindi di conseguenza non sei più spinto. È anche una questione di motivazione, cioè nel senso questo c’è e questo mi tengo, quindi non scatta poi neanche la voglia o la motivazione o di cercare qualcosa di migliore, perché tanto parti dal presupposto che non c’è nulla». Il risultato è una polarizzazione delle strategie individuali: «le persone non sono più motivate, o scappano o restano e si accontentano».
D’Agnilli testimonia questa normalizzazione dello sfruttamento: «è una normalità» riferendosi al ricorso al lavoro informale. Anche quando si lavora regolarmente, la precarietà rimane: «il lavoro che sto svolgendo adesso mi serve proprio più che altro per mantenermi, quindi è chiaro che non è una cosa che mi soddisfa, che mi realizza appieno, ma comunque è una cosa necessaria».
Centracchio inquadra questo fenomeno in una critica più ampia al «clientelismo delle aspettative rispetto al fatto che i grandi progetti, spesso dati dall’alto, siano risolutivi». Una dinamica che produce un «rapporto senza dubbio di subalternità, perché nel momento in cui tu non percepisci (ndr: autonomia economica) il territorio rimane schiavo di alcuni mercati».
7 – Una questione identitaria
Nonostante il quadro complessivo di difficoltà, dalle interviste emergono anche forme di resistenza e progettualità. De Tullio indica nella «progettazione europea. Nel senso c’è ricerca di opportunità a livello europeo» una strategia per sopperire ai tagli statali, insieme al «favorire un po’ tutto quello che è l’economia solidale o mutualistica».
D’Agnilli, pur nella precarietà, mantiene una forma di ottimismo attivo: «io forse, essendo ottimista, a quanto pare, spero che qualcosa possa cambiare, che sia poi a partire da noi o da qualche tipo di istituzione». Una speranza che si traduce nella consapevolezza che «secondo me qualcosa deve cambiare. E il prima possibile».
Centracchio propone un approccio sistemico: «un intervento da parte delle istituzioni, collegare in maniera più strutturata possibile» formazione e opportunità lavorative, superando le logiche di dipendenza dai «grandi progetti dati dall’alto».
Le testimonianze raccolte documentano una trasformazione profonda del rapporto tra giovani e territorio nel Sud Italia. La precarietà lavorativa si è trasformata in una condizione esistenziale che tocca l’identità, i legami sociali e la capacità di progettare il futuro. L’emigrazione giovanile non rappresenta più una scelta, ma l’esito inevitabile di un sistema che ha sostituito lo sviluppo con la sopravvivenza, la progettualità con l’emergenza permanente.
La geografia dell’abbandono disegna una mappa dove la distanza dal centro non misura solo chilometri, ma intensità della precarietà economica, sociale, psicologica. Da Napoli, che espelle i suoi figli verso l’estero, ai piccoli centri dell’Alto Molise, dove restare significa accettare forme di sfruttamento normalizzate, emerge il ritratto di territori che hanno perduto la capacità di nutrire le proprie risorse più vitali.
Il paradosso di una generazione che ama profondamente luoghi che non può abitare rappresenta forse la forma più sottile di quella precarietà multidimensionale che caratterizza il Mezzogiorno contemporaneo. Una precarietà che non toglie solo il lavoro stabile o la casa accessibile, ma anche la possibilità di riconoscersi in una comunità, di essere parte di una storia collettiva che continua.
