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Femminismo e immaginazione: un dialogo con Chiara Bottici

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Chiara Bottici è una filosofa e una scrittrice. Insegna Filosofia alla New School for Social Research di New York, e co-dirige il Gender and Sexualities Studies Institute. Il suo è un pensiero interdisciplinare e plurilinguistico: ha sempre scritto e pubblicato testi filosofici in lingua inglese, e la sua voce italiana le è giunta solo mediante le traduzioni per mano d’altri, viceversa ha sempre prodotto testi narrativi esclusivamente in italiano. Quest’anno il suo pensiero è finalmente in una vivace fase di traduzione e pubblicazione anche in Italia, sia per quanto riguarda la produzione filosofica che letteraria. Sono stati pubblicati nel corso di questi primi mesi del 2022 due suoi testi in materia di femminismo: il Manifesto anarca-femminista (Laterza) e la Mitologia Femminista (Castelvecchi); e sono in arrivo altre traduzioni. I due testi sono apparentemente distanti tra loro: il primo è il manifesto di una disquisizione filosofica più articolata, il secondo è un esperimento narrativo che si muove tra il mito e il dialogo filosofico. Entrambi hanno però in comune un elemento distintivo del lavoro di Bottici, ovvero l’immaginazione, declinata mediante le sue potenzialità politiche e trasformative del reale. 

Abbiamo provato a riflettere insieme a lei sui rimandi tra i due testi. 

 

Nel tuo manifesto anarca-femminista prendi le mosse dalla tradizione del femminismo anarchico, ma molto anche del femminismo socialista (in particolare per quanto riguarda la battaglia sulla divisione tra lavoro produttivo e riproduttivo), quanto pensi che siano ancora presenti queste tendenze all’interno del panorama attuale?

Quello che chiamo io femminismo anarchico è parte del femminismo socialista stesso, e in generale le correnti anarco-femministe hanno sempre avuto una grande attenzione al lavoro riproduttivo e di cura, e sono sempre state quindi anche vicine al femminismo socialista. Lavorando alla New School con persone come Nancy Fraser vedo queste istanze ancora centrali, ma so di vivere in un’isola dentro un’isola (New York e la New School ndr). La maggior parte dei corsi però non porta certo il nome di Butler, Irigaray o De Beauvoir, si studia il loro pensiero dentro più generici corsi di Filosofia femminista. In Italia come negli Stati Uniti ci si può laureare in filosofia senza aver letto nessuna filosofa. 

Sto lottando per avere un esame obbligatorio di Filosofia femminista alla New School, bisogna iniziare strutturando l’obbligo di confrontarsi con alcuni testi. Altrimenti si riproduce il canone dell’appendice, in cui le donne, le filosofe, le femministe, non sono che appendici di un pensiero maschile. In questo caso, nonostante io in linea teorica non sia favorevole, servono anche interventi istituzionali, come ci sono esami obbligatori di Filosofia moderna ci dovrebbero essere esami obbligatori di Filosofia femminista. Ma più in generale: non bisognerebbe potersi laureare in filosofia senza leggere mai nemmeno una donna. 

Il canone non tematizza nemmeno la faccenda, prende per vero l’assunto per cui la filosofia è soltanto quella del canone che abbiamo sempre conosciuto, è quella la filosofia nella sua totalità. Io non avevo previsto di diventare una filosofa femminista, volevo fare la filosofa e basta, ma quando ho finito il dottorato e mi sono accorta di aver letto Arendt come unica donna durante i miei studi, ho capito che c’era un problema. 

 

Pensi che gli spazi dell’anarchia e dell’immaginazione abbiano un rapporto privilegiato con il femminismo? 

Se anarchia è assenza di archè e lotta all’oppressione allora l’anarchismo è sempre femminista, e dal punto di vista filosofico questo per me è fondamentale. Allo stesso tempo l’uomo è sì, filosofico, ma anche pieno di contraddizioni e quindi sappiamo che non sempre le due cose sono andate di pari passo. 

Il prefisso anarca serve a distinguere bene la posizione del femminismo a cui mi riferisco, tiene sempre aperti gli sguardi alle diverse forme di oppressione. D’altra parte però se si coltiva uno spirito settario, di non dialogo con le altre correnti femministe, abbiamo già visto il risultato: la destra va al potere e siamo qui a combattere le stesse battaglie dagli anni ‘70. Serve mantenere strategicamente un’apertura a tutte le istanze per evitare prospettive peggiori. 

Ad ogni modo sia il femminismo che l’anarchia hanno un rapporto privilegiato con l’immaginazione e con l’immaginale, con l’uso dell’immagine che ha maniere di riattivazione dell’inconscio. Non è un caso che lo slogan del ‘68 fosse: “tutto il potere all’immaginazione!”. Il femminismo contiene intrinsecamente l’idea che l’ordine precostituito si possa rompere. Un esempio pratico dell’uso dell’immaginazione in senso femminista è quello che ho provato a fare con Mitologia femminista. Spesso mi succede così: inizio a essere ossessionata da certe immagini, mi lascio trasportare da queste, ma inizialmente non so dove questo mi condurrà. La suggestione della città delle donne di cui parlo nel libro è arrivata riflettendo su come il mito sia stato da sempre una città degli uomini, costantemente dominato da stupri e massacri. Non volevo fare una critica razionale di questo, volevo solo abitare quegli spazi con la mia immaginazione e vedere che aperture si creavano. L’importanza dell’immaginazione è questa, apre dei terreni che non sono presenti e abitando certe immagini, seguendone le aperture, è lì possiamo trovare terreni altri e nuovi. Lo spazio dell’immaginazione fornisce una scorciatoia, ha risorse di apertura verso quello che non è. 

 

Pensi che l’utilizzo di questi dispositivi anche in funzione pedagogica sia possibile? 

La maggior risorsa pedagogica dal punto di vista delle capacità immaginative è fornire buoni esempi. L’immaginazione nel mondo contemporaneo è completamente saturata, ci manca la capacità di produrre immagini radicalmente nuove, in senso creativo, che siano in grado di aprire porte che non esistono. Questo perché siamo costantemente in balia del consumo di immagini. Oggi le immagini che vengono prodotte e che consumiamo stimolano in modo costante la nostra immaginazione, che viene iper-sollecitata. Lo stesso cinema non è più come quello del passato, con tempi lenti, in cui si era disposti a quel patto di due ore o più sulla stessa poltrona della sala a fruire immagini. Siamo costantemente stimolati con ritmi velocissimi, e forse il trucco è sapersi sottrarre ogni tanto, per conservare le nostre capacità immaginative e per essere ancora in grado di produrre immagini nuove. 

 

Quali pensi che siano gli esperimenti contemporanei più interessanti rispetto ai temi di cui stiamo discutendo e di cui tu ti occupi?

Credo che oggi gli esperimenti più interessanti siano quelli in grado di mettere in discussione il canone, e credo che in particolare quello filosofico a un certo punto sia diventato estremamente ristretto. Esistevano una pluralità di voci, che sono andate perse. Si è costruito un canone filosofico da cui non si riesce a uscire. Lo stesso in campo letterario, i generi sono fissi, le suddivisioni nette e tutto ciò che sta nel mezzo spesso fatica a venire pubblicato, considerato, e dunque letto. Io come scrittrice ho sempre scritto solo in italiano, di Mitologia femminista mi hanno detto che è un libro che esplora i confini tra generi in maniera molto libera, ma nessuno mi ha dato quel permesso, mi sono presa io quella libertà. Il libro è uscito come testo narrativo, ma per me il suo contenuto è inscindibile dal mio lavoro filosofico, mi sembra assurdo concepire questa separazione. 

Non avevo presenti libri mitologici che non fossero soltanto rovesciamenti, non volevo fare come Irigaray con la psicoanalisi. Volevo costruire una prospettiva diversa e nuova. Credo sia quello che ha fatto ad esempio Preciado con Testo Junkie, ma esperimenti simili hanno portato avanti anche Virginie Despentes e Maggie Nelson. Penso che loro siano punti di riferimento preziosi nel panorama contemporaneo. Mi sento comunque di citare alcune tra le classiche ma sempre attuali. La prima è De Beauvoir, e in particolare il suo modo di muoversi tra filosofia e letteratura. Poi sicuramente Les guérillères di Monique Wittig, i cui testi italiani sono fuori catalogo da anni. 

In generale, credo che per me le mescolanze tra filosofia e letteratura siano le più interessanti, rispondono bene al bisogno di libertà, di respirare. A me non era mai successo di scrivere dei libri che in così poco tempo venissero tradotti in tanti paesi diversi, e forse sono tutti segnali che ci ricordano che abbiamo bisogno di leggere testi liberi e fuori dai canoni. La filosofia nasce come critica, se le tarpiamo le ali riproduce sempre le stesse idee. 

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