Stare nel noi, immaginare una collettività, scoprirsi nel rapporto con gli altri: sono atti che nel momento storico che stiamo attraversando sono diventati molto distanti dal quotidiano. Il realizzarsi non è più un atto comunitario, ma del singolo. Io, la mia carriera, i miei interessi: potrebbe essere questa la trinità del neoliberismo. Egoisticamente è molto comodo concentrarsi solo su se stessi: quando una cosa non ti tocca personalmente basta ignorarla, senza farsi carico del vissuto e del dolore altrui, perché tanto non ti tocca e non ti può realmente mettere in una condizione di svantaggio. In questa ottica può crescere e maturare la paura dell’altro, che viene demonizzato al punto da diventare nemico, minaccia.
Se ci si ferma a riflettere e guardare gli avvenimenti del momento storico che stiamo attraversando, quali guerre, genocidi, migrazioni forzate, crisi climatica, politiche di esclusione, non si può non rendersi conto che sono tutti eventi che tendono a disgregare, a separare gli individui e spezzare i legami. È proprio in questi momenti che come comunità sociale dovremmo interrogarci su come costruire delle iniziative che riescano a contrastare tutto ciò, creando punti di incontro e unione: dove le istituzioni e i governi non arrivano bisogna pensare di agire tramite iniziative popolari che siano in grado di costruire degli spazi sicuri di espressione collettiva, che sia essa politica o artistica.
Come Scomodo ci siamo interrogati più volte sulle dinamiche legate alla mancanza di spazi di aggregazione nella città di Milano: negli ultimi vent’anni la città si è svuotata di centri autorganizzati, che nella dinamica cittadina sono una terza via necessaria che ci fa vivere la nostra vita fuori dal privato e fuori dal lavoro. Attraverso questi spazi il proprio stare non deve passare attraverso la produttività o il consumo: spazi che possono esistere in maniera non subordinata all’acquisto, dove la politica non è partitica e dove lo stare insieme non è necessariamente funzionale a qualcosa.
I terzi luoghi a Milano tendono ad avvicinarsi sempre più al modello di spazio commerciale e sono spesso gestiti da privati: qui un posto all’interno della conversazione vale almeno una birra, se non di più. In un contesto territoriale di questo tipo è importante riportare le esperienze di chi cerca di proporre dei modelli alternativi a questo, che cercano di costruire una Milano che sia a misura di tuttɘ, in cui si possa mettere al centro il vivere comunitario, dimenticando i dettami della Milano che corre e lascia indietro chi non sta al passo senza farsi troppi problemi.
Riappropriarsi del noi è il filo conduttore del festival FAROUT, che si terrà a BASE Milano dal 9 ottobre al 22 novembre: un festival dedicato alle live arts e alla creazione contemporanea. Il nome FAROUT è quello del pianeta più distante dal Sole che sia mai stato osservato e vuole indicare qualcosa di non definito, sfocato e non convenzionale. Lo scopo è quello di guardare al presente da nuove prospettive, attraversando i confini tra discipline artistiche lasciandosi guidare da ciò che non conosciamo.
Il festival vuole essere un momento di condivisione collettiva tra artistɘ e pubblico, in cui si crea un ecosistema di corpi che mette in campo visioni multidisciplinari. Dall’incontro nascono nuove estetiche, radicate nel mondo contemporaneo.
Quest’anno la filosofia del festival si sviluppa attorno al tema del fare kin. Come spiegano Donna Haraway e Adele Clarke nel loro libro “Making Kin”, questa filosofia è ben lontana dall’essere un sogno armonico. Fare kin è una pratica che non esclude la conflittualità, ma la attraversa, cercando il confronto attraverso frizioni, limiti e fratture. Anche il dolore, la rabbia, la perdita, la violenza strutturale fanno parte della kinship. In tempi di disumanizzazione e frammentazione della comunità, accogliere il negativo ed attraversarlo insieme può essere un punto di partenza per costruire alleanze che non si fondano sulla somiglianza o sull’identità, ma sul condividere spazi all’interno di un contesto di vulnerabilità condivisa. La vulnerabilità può essere uno spazio di connessione e trasformazione, dove ciò che ci coinvolge emotivamente può diventare un punto di incontro. Fare kin può essere un gesto che interrompe il senso di solitudine e marginalità. «È un gesto speculativo, poetico, utopico nel senso più concreto: inventare pratiche vivibili per tempi invivibili.», scrive Linda Di Pietro, direttrice artistica del festival. «Le arti performative hanno una capacità unica di rendere visibile e tangibile la relazione, di creare spazi dove il legame non è solo rappresentato, ma agito, abitato, incarnato. In tempi di separazione e disumanizzazione, il corpo in scena – vulnerabile, affettivo, presente – può diventare un territorio di alleanza, un luogo dove immaginare e testare nuove forme di convivenza.». Le performance del festival metteranno in discussione il rapporto tra performer e spettatori, tra umano e non umano e tra sé ed altro, aprendo delle possibili forme di kinship.
«Le arti performative non rappresentano semplicemente il cambiamento: lo provocano, lo sperimentano, lo allenano. Diventano spazi in cui fare kin è possibile anche solo per un istante – e a volte basta quell’istante per cambiare una traiettoria.».
Ci vediamo a Base dal 9 ottobre al 22 novembre.
