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Faenza, Emilia-Romagna. Cosa resta del fango di maggio

Un reportage da una delle città più colpite dall’alluvione. Le case vuote, i segni del fango e i mesi che passano.

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La memoria olfattiva è la più longeva tra le memorie sensoriali. Per ragioni legate all’anatomia del cervello umano, i ricordi associati agli odori si conservano con una forza molto più evocativa di altri. Chi a maggio è stato per ore con i piedi nel fango ricorda soprattutto l’odore pungente e stantio di quegli interni. Più dello scrosciare dell’acqua contro le scope o delle carriole che si svuotavano sui marciapiedi senza fare rumore, per via del fango che avvolgeva gli oggetti. A Faenza, entrando nelle cantine e negli spazi più umidi, quell’odore c’è ancora.

Faenza, in provincia di Ravenna, è una delle città più colpite dall’alluvione dell’Emilia-Romagna, Toscana e Marche del 16 e 17 maggio 2023. La stima dei danni presentata al Governo dalla Regione a giugno era di quasi 9 miliardi di euro. Di questi, circa la metà riguardava fiumi, strade e infrastrutture pubbliche. I fiumi esondati solo in Emilia-Romagna sono stati ventitré, centinaia le frane e le strade chiuse. Il resto dei danni si contava tra i privati, le imprese e il settore agricolo, oltre che tra gli interventi di soccorso. Secondo la Regione, le vittime sono state quindici, le persone sfollate più di 20.000.

A cinque mesi di distanza il fango a Faenza c’è ancora. È secco, asciugato dall’estate, ma è rimasto sulle vetrine di vari negozi del centro, sulle pattumiere pubbliche ancora infangate lungo il fiume, nelle aiuole in via della Valle o nel Parco Bertoni, dove ha creato un’argilla durissima. Soprattutto, è rimasto nelle macchie sui muri delle case, nelle fughe dei pavimenti lavati e rilavati, infilato nei mobili, incastrato tra le ringhiere nel quartiere Borgotto o sulle scarpe che si impolverano camminando in via Lapi.

Via Lapi è una delle strade di Faenza in cui l’emergenza di maggio ha fatto più danni. Qui vicino il fiume Lamone ha rotto gli argini ed è uscito con una potenza devastante. All’ora di pranzo via Lapi è silenziosa, si sente un rumore di piatti e posate, ma lontano: viene dall’alto. Lungo la strada gli appartamenti al piano terra sono tutti vuoti e in alcune case anche i primi piani sono deserti. Gli unici rumori domestici che si sentono provengono dai piani più alti, creando una sensazione insolita per chi è sul marciapiede: alla propria altezza tutto tace. In tante case gli infissi sono stati rimossi. Dove ancora ci sono, le porte e le finestre sono tutte spalancate: i muri si devono asciugare, ci vorranno mesi.

In via Pani, una traversa di via Lapi, abita Lucia con suo marito e i due figli. Lucia dice che quando l’acqua ha iniziato a raggiungere il loro appartamento, si sono spostati al piano di sopra, dai suoceri. «Ci sono venuti a prendere con la barca, c’erano 6 metri di acqua», racconta. Nel loro appartamento è infatti riconoscibile il segno dell’acqua sul muro: una sottile linea nera a poche decine di centimetri dal soffitto – l’appartamento è al primo piano, non al piano terra. La porta blindata è completamente arrugginita. Dall’altro lato della strada la cantina della madre di Lucia non ha più le pareti, l’acqua le ha buttate giù, i locali sono inagibili.

Una delle attività storiche di via Lapi è l’edicola, che ha riaperto. Il proprietario è ottimista, «piano piano riprendiamo» dice sorridendo, anche se per il momento la strada non è molto trafficata, complice la chiusura del ponte. Faenza ha due ponti principali; il Ponte delle Grazie è chiuso da mesi al traffico automobilistico, a causa dei danni strutturali riscontrati in seguito all’alluvione . La chiusura ha degli effetti negativi sulla viabilità, causando un traffico poco gestibile nelle ore di punta e isolando alcune zone di Faenza. Massimo Bosi, assessore alla Sicurezza, Trasparenza e Spazi verdi, ci spiega che è prevista la costruzione di un ponte Bailey temporaneo. Se tutto procede secondo le scadenze previste, entro la primavera si potranno riprendere i due sensi di marcia: uno sul Bailey e uno sul Ponte delle Grazie. Il comune di Faenza ha richiesto alla Struttura Commissariale i soldi necessari ai lavori urgenti per la ripresa della viabilità; se dovessero arrivare i 4 milioni e mezzo richiesti, a quel punto il Ponte delle Grazie sarà soggetto a rifacimento, con lavori che potrebbero durare almeno tra i 12 e i 18 mesi. Intanto però, si attende per lo meno la conferma per il ponte Bailey, che dovrebbe essere imminente, secondo Bosi.

I palazzi davanti all’edicola di via Lapi sono mezzi vuoti. Secondo quanto riferito dall’assessore Bosi, ci sono ancora 141 persone sfollate a Faenza, ospitate nei due hotel che sono stati messi a disposizione dal comune. Inoltre, ci sono 1492 CAS attivi, e non si esclude che con il freddo possano arrivare altre richieste di alloggio. Il CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione) è una misura prevista dal decreto firmato dal presidente della Regione Bonaccini il 28 maggio 2023, che consiste in un aiuto economico per tutti i cittadini che hanno dovuto lasciare le proprie case alluvionate e che hanno trovato un alloggio alternativo, ad esempio da amici e parenti, oppure in roulotte, camper e simili.

Prendendo via Mazzanti di fronte all’edicola – si arriva all’incrocio con via Bettisi. C’è una piazza deserta in cui sembra ci fossero varie attività commerciali: una lavanderia, un tabaccaio, una macelleria, un pastificio. È tutto chiuso. O meglio, tutto aperto. Le porte infatti non ci sono più, all’interno ci sono alcune macerie, dei pezzi di intonaco caduti dal tetto, l’impronta marrone sulle pareti. «Vietato entrare pericolo crollo» si legge sulla vetrina del civico 9, la cui entrata è sbarrata da un nastro a strisce bianche e rosse. Della macelleria è rimasta solo l’insegna, del pastificio un lavandino staccato e poggiato a terra.

Procedendo ancora avanti si incrocia via Calamelli, dove il rumore delle trivelle e delle ruspe sovrasta quello delle macchine che corrono sul lungofiume. La strada che costeggia il fiume fino al Ponte delle Grazie è via Renaccio. In via Renaccio c’è il bar Spider. Alla sinistra del bancone una linea di gesso a 2,90 metri di altezza segna il livello dell’acqua raggiunto la notte del 16 maggio. Cristina, la proprietaria, lo sa perché è l’altezza a cui si trovava l’orologio, rimasto fermo alle 23:57. Cristina ha riaperto il 20 luglio, esattamente due mesi dopo aver sollevato la saracinesca del bar e aver visto tutto ribaltato a terra, tutto da ricostruire, tranne i suoi disegni alle pareti, che è riuscita a salvare sgonfiando le bolle che si erano formate e ripassando il colore. I costi della ricostruzione hanno superato i 100 mila euro, tra l’impianto elettrico, la caldaia, la cucina, il bancone, i muri. Il bar ha riaperto grazie a una raccolta fondi online. Altri commercianti della zona convengono che se non fosse stato per le donazioni arrivate a Faenza da tutta Italia, tanti non avrebbero potuto riaprire.

Dal Ponte delle Grazie – che è percorribile dai pedoni e dalle biciclette si possono vedere i lavori che sono stati fatti per la messa in sicurezza degli argini. I lavori non sono ancora conclusi del tutto: secondo l’ordinanza sindacale del 20 ottobre, si chiede infatti agli abitanti di alcune aree di consentire l’accesso alle autorità e alle ditte incaricate, per garantire i lavori di ripristino urgente degli argini, ancora in una condizione precaria.

Attraversato il ponte, sulla destra c’è il quartiere del Borgo Durbecco. In Via Cimatti erano state allestite 3 delle 32 isole ecologiche temporanee disposte dal Comune di Faenza per lo smaltimento dei materiali alluvionati. Al di là dei danni economici alle abitazioni, sono incalcolabili le perdite relative ai mobili, gli elettrodomestici, gli oggetti che nel giro di poco tempo sono diventati quintali di spazzatura accatastati sui marciapiedi. 

Quest’area di Faenza era già stata allagata durante la prima alluvione, che si era abbattuta tra il 1° e il 3 maggio in Emilia-Romagna. Già allora gli argini del fiume avevano in parte ceduto e alcune abitazioni erano state inondate. Camminando in via Silvio Pellico e in via Cimatti lo scenario è sempre lo stesso: porte spalancate, giardini induriti dal fango asciutto, saracinesche sfondate dall’acqua, il segno scuro sui muri che supera l’altezza delle finestre. Anche qui si ha l’impressione di essere i soli all’altezza della strada, anche qui il suono dei propri passi copre tutto il resto.

Il centro storico di Faenza si è in buona parte salvato dalla piena del fiume ed è oggi tornato alla quotidianità, ma non tutto. In Corso Garibaldi vari negozi non hanno riaperto e non riapriranno, almeno per ora. Tante vetrine sono buie; spiando all’interno si vedono pale, secchi, scope tira-acqua, stivali infangati. La tabaccheria è chiusa, la gioielleria si è trasferita per qualche mese dall’altro lato della strada, fino al termine dei lavori per riaprire.  

Il bar invece riaprirà qualche civico più avanti, ci dice Laura Silvagni, un’artigiana ceramista proprietaria del negozio Vecchia Faenza. L’unica vetrina aperta sul lato destro di questo tratto di Corso Garibaldi è la sua. Ancora per poco, però, perché ha deciso di chiudere a breve il punto vendita e mantenere aperto soltanto il laboratorio, in un’altra zona della città. Il problema è che i muri sono stati danneggiati da quel metro e venti di acqua che ha sommerso mezza bottega a maggio, ma secondo gli operai fino a primavera non si possono toccare, perché sono ancora bagnati. Faenza è famosa in tutto il mondo per l’arte della ceramica maiolica. Laura ci mostra alcuni pezzi danneggiati, ma aggiunge con un sorriso che la maggior parte delle sue ceramiche si sono salvate, perché hanno galleggiato; il grosso dei danni riguarda i mobili e le pareti del negozio. Inoltre la clientela è più scarsa, da quando le altre attività della strada sono chiuse.

A pochi minuti da Corso Garibaldi c’è il quartiere del Borgotto, un’altra delle zone gravemente colpite a maggio. In via Fratelli Bandiera c’è un’officina, dove la gran parte dei macchinari è da buttare, ci spiega il proprietario; non è servito a niente pulire e asciugare tutto. Nel capannone accanto una bicicletta appesa in verticale è interamente coperta di fango. L’impronta marrone sul muro la supera abbondantemente e tradisce l’altezza che deve aver raggiunto l’acqua quella notte.

Tanti tra i più anziani del quartiere stanno pensando di vendere i propri appartamenti, perché i costi per la ricostruzione sono troppo elevati. Per chi ha subito danni alle proprie case, il Dipartimento della Protezione Civile ha previsto il Contributo di Immediato Sostegno (CIS) la cui erogazione è divisa in due tranche: un primo acconto da € 3.000 e un saldo successivo fino a un massimo di € 5.000. Il contributo è riservato alle famiglie la cui dimora principale è risultata allagata o colpita da frane e smottamenti che l’hanno resa inutilizzabile. Chi ha fatto richiesta, ci dice di aver ricevuto i primi € 3.000. Non viene risparmiata però qualche battuta amara riguardo alla cifra: i danni da riparare richiedono ben altre spese.

Vicino all’incrocio tra Via Chiarini e via della Valle c’è un complesso di villette nuove ancora mai abitate; quello che doveva essere l’orto sul retro è una distesa di terra asciutta. Scendendo nelle cantine vuote del condominio accanto bisogna farsi luce da soli, perché l’impianto elettrico non funziona più. È stato ripulito tutto, ma le pareti quelle rimaste sono ancora umide; l’odore acido di quel fango c’è ancora. Nello stesso edificio alcuni operai stanno lavorando in una pizzeria che era stata distrutta. Si sente il rimbombo delle loro voci prodotto dalle stanze non arredate, ma viene coperto dal passaggio del treno sui binari di fianco a via della Valle. 

Nell’attesa del treno in stazione la voce dell’altoparlante ripete: «Attenzione. La circolazione dei treni tra Faenza e Marradi rimane sospesa per danni all’infrastruttura dovuti al maltempo di maggio». È ottobre. Marradi è in Toscana, insieme a Faenza è uno dei 91 comuni colpiti dall’alluvione del 16 e 17 maggio 2023.

 

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