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Esiste veramente una Nouvelle vague italiana?

Dopo quella che è stata la prima grande avanguardia cinematografica del secondo dopoguerra, il Neorealismo; non abbiamo neologismi che definiscono una vera e propria “vague”, un’ondata. In Francia c’è stata per l’appunto la Nouvelle Vague, in Germania il Nuovo Cinema Tedesco, in Danimarca il Dogma 95, nel Regno Unito il Free Cinema. Esiste una Nouvelle Vague italiana?

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Molti critici cinematografici si sono interrogati nel corso del XX e XXI secolo sull’esistenza o meno di una “Nouvelle Vague” italiana. Difatti dopo quella che è stata la prima grande avanguardia cinematografica del secondo dopoguerra, il Neorealismo – non una vera e propria corrente ma un pugno di film girati in condizioni dettate dal contesto sociale ed economico – non abbiamo neologismi che definiscono una vera e propria “vague”, un’ondata. In Francia c’è stata per l’appunto la Nouvelle Vague, in Germania il Nuovo Cinema Tedesco, in Danimarca il Dogma 95, nel Regno Unito il Free Cinema. In Italia si è parlato, a distanza di anni dall’uscita dei film, di “Nouvelle Vague italiana”, facendo riferimento ad opere come Il posto di Ermanno Olmi, a La commare secca e Prima della rivoluzione di Bertolucci (film con cui il regista diventava per quel periodo un grande riferimento per Martin Scorsese), a I pugni in tasca di Marco Bellocchio.

 

Nel 2011 la Cinémathèque française ha cercato di stabilire una filmografia di questa Nouvelle vague tricolore, un mosaico di film che dovrebbe stabilire con certezza la sua esistenza. Ha stilato una lista di trenta film. Dentro ci sono opere di Marco Bellocchio, Valerio Zurlini, Luciano Emmer, Marco Ferreri, Carmelo Bene, Mario Missiroli, Roberto Rossellini, I Fratelli Taviani, Pasolini, Ermanno Olmi, Tinto Brass e Luciano Salce, regista dei primi due capitoli di Fantozzi. La lista dei film è un viaggio dentro tutto il cinema di qualità italiano da fine anni cinquanta ad inizio sessanta, e per quanto i vari autori citati non avessero quell’unità di intenti così ferrea, come potevano averla all’inizio Truffaut, Godard, Chabrol e Rivette, vedi Rossellini e Pasolini, o Salce e Tinto Brass, presentavano tutti una visione della società poco conciliante e consolatoria, ma piuttosto dura, feroce nel metterne in scena gli aspetti più spiacevoli.  Dieci anni dopo, nel 2021, il critico e regista Vito Zagarrio torna ad utilizzare la definizione per dare il titolo al suo saggio Nouvelle Vague italiana. Il cinema del nuovo millennio. Il lavoro di critica contenuto nel libro è teso a sostenere l’esistenza di un cinema contemporaneo “lontano dalle dinamiche politiche” e “nuovo” rispetto a quello di fine secolo e inizio duemila. L’autore estende il discorso dal cinema più autoriale, gender e reale a quello più mainstream. Tuttavia, i vari esponenti, tra cui Alice Rohrwacher, Claudio Giovannesi, Rigo de Righi e Matteo Zoppis, Carlo Sironi,  Pietro Marcello sono registi che poco hanno a che fare con il mainstream, con il linguaggio della commedia italiana degli ultimi vent’anni, ma anche del cinema autoriale. Il loro è un linguaggio quasi alieno, i cui riferimenti sono anche difficili da rintracciare, se non si vuole andare in zone remote (dal punto di vista cinematografico), come le Filippine, la Romania o l’Argentina. Tra i citati, Alice Rohrwacher è l’autrice che certamente ha un debito nei confronti di “nouvellino” italiano, Ermanno Olmi, il regista de L’Albero degli zoccoli, uno degli autori che appartiene alla corrente che ha rotto i legami con i “padri” cinematografici, e ha portato per la prima volta in Italia uno sguardo vero, veritiero, lontano dalla retorica della buona narrazione. Ora che i maestri di quel cinema se ne sono andati praticamente tutti, guardiamo al luminoso futuro del nostro cinema, e dei suoi autori, tra cui Marco Bellocchio, l’unico superstite di quella generazione, e allo stesso tempo un regista attuale, attivo nella contemporaneità, un autore che ha attraversato cinquant’anni di storia e che si ritrova ad essere ancora personaggio di punta del jet-set. Autore schivo, lontano dalle chiacchiere, di cui si conosce la storia soprattutto attraverso le sue opere, pregne di quelle che sono le sue tensioni, le sue paure. Uno della vecchia scuola che alza il David di Donatello in faccia ai colleghi anziani (ma non quanto lui) e a quelli ancora più giovani.




I pugni in tasca

Marco Bellocchio fa il suo esordio alla regia nel 1965, con il film I pugni in Tasca, girato in economia e interpretato dai suoi colleghi di studi al Centro sperimentale. Il film mette in scena degli umori definiti successivamente “sessantottini” e la rabbia giovanile sintomo della miseria sessuale ed esistenziale di una generazione, e di una provincia. La storia infatti è ambientata tra gli appennini piacentini del suo borgo natio, Bobbio. Bellocchio sembra aver anticipato di qualche anno la storia–  nonostante stia raccontando principalmente se stesso, la sua terra e le sue ribellioni di provincia –  tutti aspetti personali che potremmo ritrovare nel documentario del 2021 Marx può aspettare, dove racconta la storia del fratello gemello Camillo, morto suicida. Ne esce un film che restituisce tutta la “delusione di una vita familiare”, quasi anarchico nello scardinare i codici sociali del tempo, in cui la famiglia è il valore fondante mentre per lui rappresenta una gabbia, una prigione. 

 

A distanza di cinquantasette anni dal suo primo film Marco Bellocchio è uscito in sala lo scorso maggio con la sua ultima fatica, il suo Opus n.26, e l’ennesima opera storica della sua filmografia, Rapito, incentrato sul caso Edgardo Mortara. Se con il suo primo film anticipava discorsi storici che di lì a poco avrebbero preso piede, negli ultimi anni ha lanciato il suo sguardo verso i grandi fatti del passato e ha ritrovato, nel 2019, a tre anni di distanza dall’opaco Fai bei sogni, una nuova giovinezza, con il gangster-movie Il traditore

 

Analisi della terza giovinezza di Marco  Bellocchio

La freschezza del suo lavoro viene confermata dall’utilizzo del linguaggio seriale, in Esterno notte, che insieme a questo suo ultimo film e a quello precedente esplora le tensioni e le contese interiori di grandi personaggi storici italiani. Lo fa parlando di prigionia, di angoscia del vivere. Racconta due rapimenti realmente accaduti, a distanza di quasi un secolo, in due contesti assai differenti. Eppure in entrambe il potere della chiesa ha una rilevanza, in entrambe c’è il dolore intorno all’assenza, c’è una riflessione intorno all’assenza. Quattro anni prima il regista emiliano aveva raccontato la fuga, la confessione e il delirio persecutorio del primo grande infame della storia mafiosa italiana, Tommaso Buscetta. Le tre opere costituiscono una sorta di ideale trilogia, una trilogia storica dove Bellocchio, andando a ritroso nel tempo, sembra quasi scavare all’origine delle sue paure: il rapimento di un bambino, il furto dell’infanzia. La vera storia di Edgardo Mortara, il bambino ebreo battezzato clandestinamente e poi sequestrato dalla Santa Inquisizione per essere spedito in Vaticano, doveva essere portata sullo schermo da Steven Spielberg. A differenza di quello che ne avrebbe potuto fare il regista statunitense, Bellocchio ne fa un ideale terzo capitolo della sua saga storiografica, del suo cinema d’azione e didattico. Il traditore è invece crepuscolare, un film biografico asciutto, dove tutto accade nella prima ora, e i restanti minuti non sono altro che l’agonia del protagonista, che sotto protezione in varie cittadine della costa est degli Stati Uniti vive una sua personale prigionia. Non ha intorno i membri delle Brigate Rosse, né i vescovi che tengono in prigione il piccolo Mortara. L’ex soldato mafioso Masino è l’uomo che ha contribuito all’indebolimento di Cosa Nostra pagando il prezzo di una vita miserabile, passata nell’anonimato delle villette della Florida. Tutta la vitalità e la carica sessuale di un uomo cresciuto nel sistema mafioso lascia il posto a pochi sentimenti come la dignità e l’amore di giustizia. Proprio il suo essere a metà tra un uomo di giustizia e un ex mafioso, spesso anche confuso nelle deposizioni, lo porta a perdere l’identità e a farlo morire come uno di quei vietcong rimasti nelle foreste a difendersi da una guerra finita da decenni, in allerta e con il fucile puntato verso nemici, che ormai non sono altro che fantasmi dietro alle sbarre dei carceri di massima sicurezza. L’Aldo Moro di Esterno Notte finisce per essere giudicato tra le mura della prigione del popolo. Il presidente della DC si difende, arringa, scrive lettere al vetriolo contro i suoi stessi compagni di partito. A differenza di Buscetta e del piccolo Mortara non è conteso, non ha dissidi interiori, sta solo lottando per la sua sopravvivenza. Sono i personaggi intorno a lui a lottare con se stessi, a non sapere se sono dei buoni amici o dei bravi politici, se bisogna liberarlo e restituirlo alla famiglia o mostrare la solidità di uno stato che non scende a compromessi con i terroristi. Il personaggio di Cossiga interpretato da Fausto Russo Alesi riesce ad esplicare questo sentimento, a raccontare la contesa tra l’amicizia sincera e il ruolo politico, tra lo straccio di umanità espresso dai politici italiani e il cinismo razionale dei membri dei servizi segreti statunitensi. Bellocchio, seppur a tratti pedissequo, traccia il ritratto di una crisi collettiva umana, di una ricerca della giustizia all’interno di una dinamica fredda, politica. Al sequestro Moro risponde neanche un anno dopo con il furto del piccolo Mortara. Come Buscetta sceglie tra stato e mafia, tra Giovanni Falcone e Cosa Nostra, al giovane protagonista viene indotta la scelta di diventare cristiano e per quanto il ragazzo non rinnega mai la sua fede innestata, vive il conflitto tra le due anime, quella familiare ebraica e quella cristiana. La tensione innesca una crisi che si manifesta nelle scene di impeto violento nei confronti del pontefice, suo padre carceriere, Pio IX. La scena in cui si scaglia contro il feretro del papa racconta la lotta che si agita senza tregua nell’animo del protagonista, e che di conseguenza lascia lo spettatore senza conforto, senza la certezza che i suoi sentimenti siano stati del tutto manipolati o se è rimasta quella parvenza di verità in fondo al suo cuore. Nonostante il ritmo di questo suo ultimo film si ingolfi verso il finale e alcune ricostruzioni storiche siano datate nella messa in scena, la visione è netta, l’onestà intellettuale di raccontare una chiesa razzista, criminale, che ormai in declino e che, inconsciamente, si prende una sorta di vendetta nei confronti del popolo complice della morte di Cristo sottraendo un figlio dalle loro braccia. 

Pulito, chiaro, Bellocchio conferma che il suo status si è riaffermato prepotentemente, tanto da meritarsi ancora il titolo conferitogli da Sorrentino nel momento della consegna della Palma d’oro alla carriera di «regista più giovane d’Italia».

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