“Eravamo notte, ora siamo giorno”: raccontare ombre e luci

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Le sale del PAC hanno iniziato a riempirsi in fretta una volta aperte le porte. A essere meta di questo pellegrinaggio artistico, la mostra “Eravamo notte, ora siamo giorno”, personale dell’artista visiva e fotografa Ambrosia Fortuna (Napoli, 1993), curata da Sabato De Sarno. Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC in collaborazione con Wunderplace Studio e Orgoglio Porta Venezia Milano, l’esposizione riunisce per la prima volta un ampio corpus di fotografie, video e materiali d’archivio realizzati dall’artista nell’arco di oltre dieci anni tra Milano, Napoli e Roma. La mostra si inserisce all’interno del programma culturale di Orgoglio Porta Venezia Milano, il progetto che valorizza uno dei quartieri simbolo dell’inclusione e della libertà della città e che nel 2026 giunge alla sua quarta edizione.

Il progetto “Eravamo notte, ora siamo giorno” è a cura di Sabato De Sarno e ha avuto una durata volutamente breve per un archivio che invece racconta più di un decennio di vita. Perché di questo si tratta, prima ancora che di fotografia: un archivio. Immagini scattate a Milano, ma anche a Napoli e a Roma, custodite, perse, ritrovate, spesso non pensate per essere mostrate. Alcune sono fotografie vere e proprie, altre sono screenshot, altre ancora scatti presi con l’iPhone in un momento qualunque – una serata, un pomeriggio, un retroscena. Non esiste un allestimento nel senso tradizionale, non ci sono scenografie: molte immagini sono nate semplicemente perché qualcuno, mentre il gruppo si truccava o si preparava, scattava una foto. Il curatore ha scelto di non imporre una lettura univoca. La sua stessa dichiarazione, ridotta all’osso, spiega l’impostazione dell’intero percorso: la mostra non interpreta, espone.

Il risultato è un impatto che si percepisce più nella dimensione relazionale che in quella squisitamente estetica. Non tutte le fotografie hanno la stessa forza visiva – alcune colpiscono immediatamente, altre restano più acerbe – ma il valore dell’operazione sembra collocarsi altrove, in un registro che va oltre il giudizio sull’immagine in sé. È un reportage, prima che un’opera fotografica: un racconto per immagini di cosa significhi essere drag o donna trans, restituito senza filtri patinati, senza l’estetica da show che di solito accompagna questo mondo quando viene raccontato dall’esterno. Ed è forse proprio questa assenza di spettacolarizzazione, questa scelta di mostrare il “dietro” più che il “davanti”, a rendere il progetto tanto umano quanto politico: normalizza, legittima, avvicina un universo che per molti visitatori resta lontano.

Il percorso si articola per nuclei. La sezione “Belle di notte” raccoglie gli scatti dei primi anni milanesi di Ambrosia, quando frequentava i club e si esibiva come performer: camerini, attese prima di entrare in scena, conversazioni private catturate senza posa. Più avanti, un’altra sala restituisce invece i ritratti delle “sorelle”, come l’artista chiama la sua comunità – persone che hanno accettato di essere fotografate nella loro quotidianità più intima, al di là del trucco e del costume di scena.

Tra le immagini più citate da chi ha visitato la mostra, due momenti si distinguono per intensità. Il primo riguarda Dani, che nella sua trasformazione non veste mai direttamente il proprio corpo, ma costruisce il personaggio su una “seconda pelle”. Ad aiutarla in questo rito di vestizione, in alcuni scatti, è sua madre: un’immagine che restituisce un livello di tenerezza domestica raramente associato, nell’immaginario comune, al mondo drag. Il secondo momento è un video: Vicky, alle due di notte, davanti a un tutorial di YouTube, che tenta per la prima volta di truccarsi da sola, senza ancora sapere come si fa. È un frammento minimo, quasi banale, eppure diventa uno dei nuclei più poetici dell’intero allestimento, perché racconta l’apprendistato, la solitudine e insieme la determinazione di un’identità che si costruisce passo dopo passo.

Non manca un terzo tassello, forse il più toccante: la conversazione, filmata con un cellulare, tra l’artista e la donna che gestisce la lavanderia dove porta i propri abiti di scena. La signora, che conosceva Ambrosia in gioventù la rivede oggi come donna e le dice, semplicemente, che per lei non è cambiato nulla: la ricorda simpatica, intelligente, sveglia, e così continua a vederla. È un dialogo vero, non ricostruito, girato en passant, che riassume forse meglio di ogni dichiarazione curatoriale il senso profondo del progetto: la continuità di uno sguardo affettivo che precede e supera ogni cambiamento.

Proprio su questo punto insiste Ambrosia Fortuna quando prova a spiegare il titolo della mostra, respingendo l’idea di una lettura lineare tra un “prima” oscuro e un “dopo” luminoso. Per lei e per molte delle sue sorelle, la notte non è stata un tempo da superare: è stata casa, il luogo dei ricordi più felici legati a questa città, vissuti insieme alla propria comunità. Il giorno non sostituisce quella notte, ma rivendica qualcosa di diverso: il diritto di esistere anche alla luce del sole, negli spazi pubblici, culturali, istituzionali – compreso un museo civico nel cuore di Milano. In questa chiave, portare un archivio del genere dentro il PAC, proprio durante il Pride Month, non è un gesto neutro: è la traduzione concreta di quella rivendicazione.

Ed è forse anche per questo che la brevità della mostra – appena tre giorni per un progetto che attraversa più di un decennio – non è stata percepita come un limite, ma quasi come parte del suo significato. Una mostra pensata, nelle intenzioni di chi l’ha curata, con la stessa intensità e la stessa fragilità delle vite che racconta: capace di esistere pienamente, e poi di sparire. Resta, ora che le sale sono di nuovo vuote, una sensazione agrodolce – il dispiacere di smontare un progetto capace di lasciare un segno reale nella città, insieme alla consapevolezza che quella brevità apparteneva fin dall’inizio al senso dell’operazione. Salutando il pubblico l’ultima sera, Ambrosia ha detto di sperare che quella non fosse l’ultima occasione, per le sue sorelle, di ritrovarsi dentro un museo, alla luce del giorno.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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