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Editoriale n 56

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Nel 1962 il Nobel per la Letteratura viene assegnato all’autore americano John Steinbeck. In moltissimi criticarono la scelta dell’Accademia, al punto che il New York Times lo giudicò il più grande errore mai fatto nell’assegnazione del premio che andava a un autore «il cui talento limitato è, nei suoi libri migliori, annacquato dal filosofare decimo». La diffidenza nei confronti di Steinbeck nasce dell’equivoco della sua semplicità: la sua opera è intrisa di quelle che potrebbero sembrare apparenti banalità e che invece non sono nient’altro che un genuino common sense. Viene ritenuto lo scrittore dell’ovvio perché predica – con semplicità quasi da apologo – la “banalità del bene”. Durante la sua carriera ha scritto libri diversissimi che sono uniti da una sola verità poetica: l’uomo. Siamo noi il centro di tutto, siamo noi a plasmare la realtà che ci sta attorno. Steinbeck sperava potessimo farlo nel modo più gentile possibile. Le sue speranze si scontrano con un mondo in cui dietro le nostre azioni si cela un’inconsapevole violenza sistemica e sistematica – come viene descritto negli approfondimenti di questo mensile.


È per questo che questa pubblicazione si apre con un reportage che racconta il “quadrilatero della morte”, un pezzo di Sicilia nel quale sono incluse Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa. Si tratta della fotografia del settore dell’industria pesante in Italia e delle sue politiche estrattive. La continua esternalizzazione dei costi sociali ed economici sulle comunità locali ha generato un contesto di crescente insostenibilità e ingiustizia. È imperativo ripensare le politiche industriali, adottando un approccio più responsabile e sostenibile che ponga al centro la tutela dell’ambiente e il benessere delle persone.

È proprio a proposito di benessere che è fondamentale interrogarsi in Italia:  secondo i dati raccolti dall’Osservatorio suicidi della Fondazione BRF, tra i 9 e i 17 anni c’è un caso di tentato suicidio al giorno. I sintomi sono molteplici – dall’isolamento all’ansia – ma la causa è una: un contorto culto dell’io che ha generato un cortocircuito tra chi siamo e chi vorremmo essere, tra cosa gli altri si aspettano da noi e cosa crediamo gli altri si aspettino da noi. 

Ad alimentare questa perversa religione della performance c’è il mondo dei social, con le intricate dinamiche di potere che lo animano e che a loro volta regolano i nostri ritmi. Portfolio della nostra parte migliore, i nostri profili virtuali sono diventati uno strumento poliedrico: fungono da CV, da album fotografico, da piattaforma di divulgazione e persino da diario personale. Siamo bombardati da un’incredibile quantità di contenuti: si stima che una persona media consumi, senza accorgersene, 1200 post al giorno tra immagini, video e testo, eppure abbiamo l’attenzione di un pesce rosso – 8 secondi. Dall’altra parte dello schermo c’è chi questi contenuti li crea e che si trasforma in un idolo per combattere la solitudine, una figura alla quale fare riferimento, un amico virtuale al quale ispirarsi, chiedere consiglio. Diventiamo interessati a vite che non sono le nostre mentre disperdiamo nel web istanti della nostra quotidianità, creando il nostro personale Truman Show

Nella moltitudine di petabyte di dati da noi prodotti, la spasmodica condivisione di ciò che è straordinario ci ha resi incapaci di vivere una quotidianità dove – proprio come aveva detto John Steinbeck – siamo tutti spaventati dagli altri e dal loro giudizio, ma in cui una volta capito che «non c’è bisogno di essere perfetti, si può fare del bene». 












di Sara Paolella (Sara Paolella)

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