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Editoriale n. 52

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Negli episodi VII, VIII e IX di Star Wars, usciti tra il 2017 e il 2021, Carrie Fisher interpreta – come sempre – la principessa Leila, pur essendo morta nel 2016, ovvero prima dell’uscita nelle sale del primo film della saga. La Fisher non ha mai preso parte alle riprese ma grazie all’utilizzo sfrenato degli effetti speciali, la sua faccia è stata appiccicata su quella di sua figlia, Billie Lourd, e le aspettative del pubblico pagante sono state soddisfatte. Questo piccolo preambolo può essere utile per chiedersi, ancora una volta: cosa è reale e cosa non lo è? La risposta è tutt’ora difficile da trovare e la sola cosa certa è che – per chi si è occupato della CGI dei tre film – deve essere stato un gran bel lavoraccio, seppure non faticoso come andare in miniera e di certo non quella passeggiata di fanciullezza che è frequentare l’università. Giusto? Eh, no. Direi proprio di no.

Mentre cerco di scrivere queste poche righe, ci sono intorno a me almeno una quindicina di ragazze e ragazzi che stanno lavorano per Scomodo: chi prepara la redazione – il nostro spazio a Roma – per l’evento che ci sarà stasera, chi programma i prossimi incontri, chi sta facendo il bilancio economico dell’anno appena finito, chi fa call con partner e investitori, chi scrive e chi impagina. Insomma, la situazione è movimentata. Di queste persone almeno la metà sta anche preparando degli esami per l’università, e almeno la metà di questa metà si sostiene grazie al lavoro che svolge per Scomodo. Sono abbastanza sicuro che quasi tuttə – come me – dedicano la maggior parte del loro tempo di vita al lavoro, ed è importante ricordare che qui l’età media è di 25 anni. Certamente potrebbe trattarsi di un unicum o di un’eccezione, ma preferisco credere che si tratti di una questione generazionale. Generazionale perché quella vita privilegiata che i medio-millennials – come il sottoscritto, 1988 – ricordano con tanta nostalgia ha iniziato a dissolversi in Italia dal 1996, e tutte le persone che ho intorno sono nate a cavallo col 2000, perciò non ne ricordano granché. Ma c’è qualcosa di quel benessere – troppo spesso idealizzato – che probabilmente abbiamo dimenticato, ovvero l’improduttività, intesa come spazio-tempo da dedicare all’accrescimento della propria coscienza e all’introspezione più costruttiva. Un modo per beneficiare al meglio di ciò che chiamiamo “libertà”.

Nel turbinio della performatività, esploriamo le sfumature oscure del ventesimo secolo. Oggi, mentre le intelligenze artificiali aprono nuovi scenari, riflettiamo su un passato e un presente segnati da conflitti e complessità. L’improduttività diviene una forma di resistenza, un richiamo alla nostra diversità e alle sfide che l’hanno plasmata. Creatività, empatia e riflessione emergono come risposte alle ambiguità che spesso evitiamo di esplorare. Nel dialogo tra passato e futuro, la vera sfida è trovare un equilibrio tra la luce e l’ombra, la nostalgia e il rinnovamento. Come possiamo abbracciare il cambiamento senza ignorare le contraddizioni della nostra essenza umana? La risposta, forse, si trova nel riconoscere la complessità che ci ha modellato, aprendo la strada a un domani che celebra la ricchezza della nostra umanità in tutte le sue sfaccettature.

Il testo in rosso è stato scritto da Chat GPT. Non occupandomi di scrivere editoriali – bensì di impaginarli – sono ricorso a un espediente ormai banale: gli ho chiesto di «scrivere un editoriale di circa mille caratteri per parlare in maniera cervellotica del rapporto che abbiamo oggi con l’improduttività e con la performatività, e su come del passato ci interessi osservare solamente ciò che è effettivamente migliorato e di parlarne con toni perentori, anziché far tesoro di quelle rivendicazioni di umanità che hanno reso il ventesimo secolo uno dei momenti più rivoluzionari per la nostra cultura. Il tutto affrontando in maniera lucida – e il più possibile cosciente – il tema dell’avvento delle intelligenze artificiali rapportato al futuro dell’umanità». Dopo qualche tentativo e pochi minuti ha eseguito egregiamente. Il ricordo del glorioso passato che ci precede è spesso un pretesto per aggrapparsi alle solite nostalgie, ereditate e sterili, ma può trasformarsi in una spinta utile a riconsiderare i benefici dell’improduttività. Non per elogiare un’idea meta-sci-fi del futuro, ma per viverlo con maggiore consapevolezza. Se non fosse chiaro, ecco una formula che non ti aiuterà a comprendere il mio punto di vista sui temi trattati in questo numero di Scomodo:
di Frita (Frita)

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