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Editoriale n. 51

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In Sorvegliare e punire del 1975, Foucault definisce le discipline come «metodi che permettono il controllo minuzioso delle operazioni del corpo, che assicurano l’assoggettamento costante delle sue forze ed impongono loro un rapporto di docilità-utilità». Il controllo non è associato unicamente alla sottomissione, ma si inserisce in un binomio funzionale insieme all’utilità. Nella “società della sorveglianza” si chiede ai corpi fedeltà politica non fine a se stessa, ma per il benessere della società intera. Oggi viviamo in un Paese che chiede ai corpi di rimanere dentro i confini del decoroso, di non eccedere. Il docile e l’utile, il sottomesso e il funzionale, l’accondiscendente e l’efficace. Ed è per questo che Elena Cecchettin, dopo il femminicidio della sorella Giulia l’11 novembre di quest’anno, ha fatto così tanto rumore. Perché attraverso reti televisive che le avrebbero dato parola solo in cambio di fedeltà politica, ma a cui è riuscita comunque ad accedere, ha rivendicato il diritto a non essere docile per la pace e la tranquillità della comunità. Si è fatta corpo difforme.

Come sostiene la filosofa Sandra Lee Bartky, proprio a commento del testo di Foucault, sono i corpi di donna a essere i primi corpi difformi e divergenti: «le donne sono più limitate degli uomini nel loro muoversi e nella loro spazialità. (…) La “donna sciolta” viola queste norme: la sua scioltezza si manifesta non solo nella sua morale, ma anche nel suo modo di parlare e (…) nel modo libero e semplice di muoversi». Elena è riuscita a sconfinare da quel sistema che descrive delle pratiche disciplinari a cui gli individui devono sottostare affinché tutto funzioni come deve funzionare. Ha tradito il patto che prevede di lavare i panni sporchi in famiglia e, invece di piangere sua sorella chiusa tra le mura della propria casa, ha fatto del suo dolore individuale una rabbia collettiva. Ha trasgredito al sistema disciplinare di quella società della sorveglianza dove studenti e studentesse sono rinchiusi nello spazio fisico del banco e nello spazio temporale della campanella, in cui tutto è confinato in un preciso margine di azione. Perché fuori da quel banco o da quell’orario prestabilito, dove l’azione è concessa perché controllata, il corpo che si muove è un corpo potenzialmente sovversivo. E se non si riesce a controllare i corpi, si fa finta che questi non esistano. Quindi sei solo una puttana, o un tossico, o una vecchia sola. Il luogo in cui puoi agire è nascosta nelle strade meno illuminate della città, o nei bagni di qualche club, o in un appartamento al secondo piano di una città di provincia. Perché il luogo in cui queste soggettività possono muoversi è in realtà un non-luogo, lontano dagli occhi di tutti. 

In questo numero, speriamo che queste storie possano stare al centro di una narrazione che si impegna nel raccontare ciò che viene continuamente relegato ai margini. Guardare i corpi che vengono esclusi dallo spazio in cui viviamo vuol dire fare di questi un luogo di resistenza. È per questo che bisogna attraversare i corpi di chi fa sex work e sradicare lo stigma che li etichetta come indecorosi, colpevoli di vendersi al miglior offerente. Smettere di far finta di non vedere i corpi degli eroinomani, percepiti come abbandonati e vuoti, custodi di una vergogna inconfessabile. Bisogna sradicare l’idea che il corpo di una persona anziana sia una questione che riguarda unicamente chi se ne prende cura, in un sistema sociale ed economico che delega la responsabilità sempre alle donne e che dimentica questa fascia di popolazione solo perché improduttiva. 

Perché le storie che varcano i confini del privato sono solo quelle docili e utili, dove l’unico corpo iper-rappresentato è quello dell’uomo in età e in condizioni che permettano di monetizzare la sua esistenza. Ma ogni storia individuale che scuote le fondamenta di una società che legittima solo i corpi conformi a una morale e a un sistema produttivo, non deve essere raccontata e pianta all’interno delle mura domestiche, ma deve poter pretendere il proprio posto nello spazio pubblico. 

di Cecilia Pellizzari (Cecilia Pellizzari)

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