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Editoriale n. 49

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“Tracciare un prima e un dopo” è una frase ricorrente quando ci si approccia ad eventi o vicende che con la loro rilevante portata storica hanno contraddistinto – e in molti casi stravolto – il presente di realtà e persone nelle loro vite quotidiane.

Quel confine, spesso impercettibile e incomprensibile, è difficile da restituire nel momento del racconto, se non attraverso chi quel “prima e dopo” l’ha effettivamente vissuto. Oppure con le voci di chi oggi si trova immerso in una realtà fatta di contraddizioni, conseguenze visibili e a tratti così inconsciamente interiorizzate che rischiano anche di essere normalizzate. 

Sul quel confine abbiamo provato a camminare, nel nostro secondo capitolo di X-Town, attraversando una delle più grandi aree industriali costiere d’Europa, Porto Marghera, situata nella laguna di Venezia e volano economico italiano per oltre tre decenni.

La municipalità di Marghera ha poco meno di 30mila abitanti. Meno di un quartiere di Roma o Milano. Ci si può chiedere perché valga la pena raccontare storie che riguardano così poche persone e territori così limitati. Il motivo è che la sua condizione è rappresentativa di alcuni aspetti fondamentali dell’evoluzione di un modello economico e produttivo molto più ampio, sempre più insostenibile e pieno di contraddizioni. Un modello economico solo apparentemente superato che, invece, sta transitando verso un altro altrettanto problematico che non ha fatto ancora i conti con il suo passato. 

Questo insieme di case e capannoni affacciati sulla laguna di Venezia si sta lasciando alle spalle un passato industriale altamente problematico su molteplici aspetti. Prima di tutto da un punto di vista di diritti del lavoro. Per accorgersene basta guardare le mobilitazioni sindacali operaie dell’epoca, che per le problematiche sollevate – leggendole oggi – risultano essere ancora declinate al presente. Tra gli anni ‘70, ‘80 e ‘90 un’enorme quantità di scioperi, assemblee e manifestazioni avevano l’obiettivo di ottenere più sicurezza sul luogo di lavoro, maggiore tutela della salute dei lavoratori e anche dell’ambiente. Le rivendicazioni avevano un così ampio sostegno nella cittadinanza che la vita degli operai più attivi politicamente era scandita allo stesso modo dai turni in fabbrica e dall’impegno sindacale: «otto ore di turno e poi quasi altrettante nel capannone per le assemblee», ci ha detto uno di loro. In secondo luogo, ci sono i danni ambientali. Anni di attività industriale delle fabbriche della zona hanno lasciato effetti profondi sul territorio e sulla percezione di chi abita questi luoghi, nei loro discorsi e nelle loro rivendicazioni. 

Tutto questo riguarda un modello produttivo ormai quasi del tutto finito: molte fabbriche hanno chiuso e le battaglie sindacali sono molto meno importanti nella vita della cittadina odierna. Adesso, però, il presente non mette a disposizione alternative sostenibili. A pochi chilometri da Marghera, Venezia ne è la dimostrazione. A settembre, il numero di posti letto in locazioni turistiche ha ufficialmente superato il numero di residenti. Studenti e lavoratori faticano sempre di più a trovare alloggi a prezzi abbordabili. In tutta risposta l’amministrazione, provando a governare un fenomeno ormai più grande di lei, adotta misure fantasiose per scoraggiare l’afflusso di turisti, come il pagamento di un biglietto d’ingresso in città per i visitatori. Tutto questo è un esempio evidente di un modello di turismo che include al suo interno lavoratori sfruttati, mezzi di trasporto inquinanti e dinamiche di esclusione sociale. E che, tuttavia, per chi vuole rimanere a Marghera rappresenta un’importante possibilità di impiego e sostentamento.

In questo contesto, infine, si trovano movimenti, collettivi, individui che attraverso mobilitazioni culturali e politiche di vario tipo provano a cambiare le sorti del proprio territorio, opponendosi in qualche modo al modello di sviluppo egemonico. 

Non ci vuole molto per capire in che modo, quindi, la storia di poche persone – pur con tutte le sue particolarità – si intreccia con tematiche enormi, che riguardano quasi ogni aspetto della vita di tutte e tutti noi. Osservare tali questioni nelle loro declinazioni locali, per calarsi in situazioni potenzialmente molto diverse tra loro, è utile ad aumentare il grado di complessità della propria concezione del mondo. L’analisi portata avanti con X-Town – di uno sguardo sulla realtà che ci circonda, che partendo dal basso si allarga sempre di più – crediamo sia un approccio costante all’interno di Scomodo e che ritroverete, in altre forme, anche nel resto di questo numero.

 

Buona lettura

di Andrea Carcuro (Andrea Carcuro),sava (Francesco Paolo Savatteri)

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