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Editoriale n.48

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È il 1975 quando Giorgio Manganelli viene inviato da “Il Mondo” in India. Lì, scriverà poi, ci sono i mostri. Da noi confinati in luoghi lontani, i mostri sono i perturbanti viventi da non incontrare. Da loro, invece, esistono e camminano liberi per le strade, sono abituali di facile frequentazione, non inquietanti. Il ribrezzo che accompagna noi occidentali è senza pena e senza pietà: girare lo sguardo è nostra abitudine. Manganelli decide di osservare senza paura, non riesce a distogliere lo sguardo, restando affascinato da quello che vede. Scriverà «nel nostro mondo niente è più mostruoso del rifiuto del mostruoso, che ci costringe a richiudere il mostro nei ghetti per non vederli, perché se non si vedono non esistono».
Nascondere e dimenticare, confinare e cancellare – sono i nostri tentativi di redimere la realtà se non ci piace, di aggiustarla a nostro piacimento. Nascondiamo le imperfezioni, le brutture della vita, prendendole e mettendole da parte. È uno schema che si ripete spesso nella nostra storia: lo facciamo con le parole – edulcoriamo frasi, approssimiamo termini e fatichiamo a dare definizioni esatte. È quello che succede con i discorsi relativi al lavoro stagionale e alla povertà alimentare, due dei temi esaminati in questo numero. 

Il primo è relativo al fenomeno che va di pari passo con la stagione estiva: le testate giornalistiche tornano a popolarsi di storie che raccontano il quotidiano sfruttamento dei lavoratori stagionali ma ciò che però spesso sfugge, nel racconto di questo fenomeno, è il suo carattere strutturale. 
Il secondo si riferisce al concetto di povertà alimentare, condizione ancora priva da qualsiasi forma di politica nazionale o strategia di contrasto unificata sul piano territoriale. L’assenza di una comune definizione di questa condizione ne comporta la marginalizzazione dalle politiche sociali, in cui si fatica a considerare il problema come una vera e propria conseguenza della condizione di povertà.

La nostra approssimazione con le parole si riverbera anche nel concreto – escludiamo, ghettizziamo, marginalizziamo. È quello che è accaduto con le strutture manicomiali, la cui analisi occupa l’ultimo dei tre nuclei di questo mensile. Nate con l’intento di isolare, collocate ai confini della città in modo da mantenersi lontano dallo sguardo della gente, costituivano il luogo-altro dove rinchiudere quegli stessi mostri di cui parlava Manganelli.

Sono passati solo 24 anni dalla chiusura dell’ultimo manicomio in Italia, l’ospedale psichiatrico romano Santa Maria della Pietà; 85 anni dalla legge Basaglia, la legge che ha segnato l’inizio del cambiamento del nostro modo di rapportarci con la malattia mentale. L’impresa di Basaglia più che una rivoluzione era un’utopia, una speranza: iniziare ad accogliere e comprendere. Ci saremmo dovuti mostrare tolleranti, empatici, umani, ma i suoi desideri non hanno superato a pieno la prova del tempo.

A noi, non resta che scrivere di ciò che è stato fatto, in maniera lucida e con gli occhi ben aperti. Raccontare i mostri, le brutture, quello che ci affanniamo a nascondere è necessario per essere coscienti della nostra quotidianità, che è il primo passo per poter vivere insieme.

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