Eastriver: uno spazio per restare

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EastRiver occupa un angolo particolare della geografia milanese, dove il centro città sfuma verso il Naviglio Martesana, a Milano. È un luogo che ha già vissuto molte vite: è stato un rifugio culturale, un circolo ricreativo, una carrozzeria, un centro sportivo all’aperto. L’area di questo spazio è di circa 1500 metri quadrati che per diverso tempo hanno compreso un giardino pubblico, una ciclofficina, una serra botanica. Oggi, con il passaggio di testimone a una generazione sotto i trent’anni, si prepara a diventare qualcos’altro — un laboratorio di possibilità urbane che potrebbe ridefinire il modo in cui le persone più giovani si relazionano con lo spazio pubblico, uno spazio generativo costruito insieme alla comunità che lo attraversa, che possa essere la casa di questa comunità. Un posto dove stare, insieme. 

«Mi fa piacere che questo luogo vada indietro con l’età», ci racconta Marko Manico, l’ex proprietario che ha scelto di vendere e affidare questo spazio a Scomodo. La sua decisione è stata dettata da una visione pragmatica: «quando ho incontrato Scomodo, ho capito che avevano un’energia che nessun’altra realtà avrebbe potuto portare qui. Poteva finire in mano alla speculazione, diventare un centro benessere, un’ennesima palazzina. Invece sarà ancora un posto per tutti».

Il primo contatto tra Marko e Scomodo è avvenuto casualmente grazie a Francesca Cognetti, professoressa di urbanistica al Politecnico di Milano, con la quale Scomodo aveva già parlato per costruire uno spazio sociale nell’ex mercato comunale di San Siro. «Pensavo che Scomodo potesse diventare una risorsa per il quartiere», racconta Cognetti. «Dopo che quella strada si è chiusa, ho visto questo spazio e ho pensato subito che fosse il luogo giusto per loro». 

La collaborazione tra Scomodo e Cognetti si inserisce in una cornice che prende forma a partire da settembre 2023 attraverso un workshop promosso da CuraLab, il Laboratorio didattico di Progettazione Architettonica della laurea specialistica del Politecnico di Milano in Architettura, Ambiente Costruito e Interni. Nel dicembre 2023, ricercatori, studenti e i ragazzi di Scomodo si sono confrontati per definire le linee guida di una rete nazionale di spazi dedicati alle nuove generazioni. L’idea si articolava attorno a sei immaginari chiave: l’officina dei saperi, dove si produce cultura; la piazza che fa rumore, luogo di aggregazione e contestazione; il divano scomodo, che accoglie le differenze; il cantiere sartoriale, che si evolve su misura; la zattera, appiglio per navigare la complessità del crescere; l’intrapresa generativa, per mettere in pratica le visioni dei giovani.

Otto ingredienti fondamentali guidano la progettazione: comunità, funzioni, caratteri dello spazio, sostenibilità, tempo, procedure, comunicazione e valutazione. Gli spazi devono essere porosi, visibili, accoglienti, multifunzionali e caratterizzati da un’indeterminatezza creativa. Un approccio incrementale che si adatta ai territori, valorizzando il protagonismo giovanile nei margini urbani.

È una lezione che Scomodo ha fatto propria e custodito nel tempo. Quello che sta per nascere a East River vede proprio l’adozione di ciò che è stato appreso durante il workshop; una pratica che è stata applicata al processo di creazione di comunità dal basso iniziato già a Corvetto, facendo tesoro di quel pensiero che è stato elaborato a lungo, tra domande e dubbi su che cosa significhi aprire uno spazio in una città come quella di Milano. Acquistare uno spazio così grande è una responsabilità di Scomodo tutta: non solo delle persone che fanno parte della comunità oggi, ma di quelle che ne faranno parte anche domani. Delle persone che ci lavorano e che ci lavoreranno, che fanno e che faranno di Scomodo a Milano la propria vita, anche solo per un po’. 

Aprire uno spazio, e farlo con la serietà e la coerenza rispetto al modello di spazi che Scomodo ha creato e vuole creare in tutta Italia. 

«Sono spazi di resistenza», racconta Giulio, un membro della comunità che ha partecipato alle giornate di “lavoretti” nel mese di luglio. «Spazi che hanno un certo tipo di ideologia, un certo tipo di valori, ma anche spazi dove c’è fiducia in tutto. Puoi lasciare lo zaino incustodito, puoi pensare io qui posso fare il club del libro, posso fare un progetto di fotografia. Sono cose banali, ma in un mondo in cui è tutto un tutorial, questo è molto utile per capire che dovrebbe essere tutta così la vita». L’approccio di Scomodo, negli spazi come in tutto quello che fa, è sempre lo stesso: puoi fare quello che vuoi, basta che tu non lo faccia da solo.

Roberto Fioretti, l’architetto che ha coordinato il masterplan e ideato la seguito i progetti alla base del concorso per il cantiere de La Redazione di Scomodo a Roma, ora coordina, per lo studio Zum Architetture, insieme a Tommaso Marenaci e Attilio Mazzetto,i lavori di EastRiver. È lui a spiegare che «il cerchio è il nostro punto di partenza. La progettazione con Scomodo non è mai solo architettonica. È un esercizio collettivo di immaginazione politica. Ogni spazio che pensiamo insieme è una domanda: come vogliamo vivere? Come vogliamo lavorare, incontrarci, esprimerci?». Lo studio ZUM si occupa di landscape e architettura di spazi privati e pubblici, dove la componente di partecipazione attiva dell’utente è fondamentale. Un processo di abitazione prima che di costruzione. 

Ciò che rende EastRiver diverso da altri esperimenti di autogestione giovanile è la sua dimensione materiale, fisica. Non si tratta di un co-working per nomadi digitali o di un hub per startup creative. È un luogo che richiede impegno corporeo, apprendimento manuale, presenza continuativa.

«Abbiamo iniziato dalla spazzatura», racconta Francesco – un altro membro della comunità che ha partecipato alle giornate di sistemazione. «Ma davvero: ci siamo trovati sotto la tettoia a dividere metalli, rifiuti, plastica, ceramica. E abbiamo imparato a farlo. Per molti di noi è la prima volta che mettiamo mano fisicamente in uno spazio. Ma più lo sistemi, più ti ci affezioni. Diventa casa tua».

Questa insistenza sulla materialità non è casuale. Per Cognetti, che studia le trasformazioni urbane da anni, EastRiver rappresenta una risposta generazionale alla virtualizzazione delle relazioni sociali: «Gli spazi di Scomodo sono spazi reali, fatti di relazioni in carne e ossa, di conflitti, di innamoramenti, di amicizie, della fatica di stare insieme. Non è un filtro o una storia da 15 secondi. È un posto dove ci si può innamorare, litigare, imparare un mestiere, trovare un’amicizia. E questo, oggi, può essere pensata e praticata come una rivoluzione».

EastRiver è stato acquistato e ristrutturato grazie dalla società di Scomodo grazie a un mutuo ipotecario erogato di Banca Etica e alle risorse che sono state raccolte durante la campagna di azionariato popolare Ci sono spazi che cambiano la vita, che tra il 15 maggio e il 15 giugno di quest’anno ha raccolto oltre €600.000 da quasi più di 350 nuovi soci e socie. 

Questo modello ibrido — che combina sostenibilità economica, produzione culturale e sperimentazione sociale — rappresenta una via d’uscita da un’idea che tutto quello che si sostiene e produce debba necessariamente rimanere imprigionato in logiche commerciali di puro profitto. Fioretti lo definisce «un’idea di lavoro diversa, un modello»: per le persone più giovani che frequentano Scomodo, la distinzione tra lavoro, passione e impegno politico tende a sfumare in un unico progetto di vita.

Dal punto di vista architettonico, EastRiver appartiene a quel mondo di spazi che ne contengono molti altri, dove non esiste una funzione unica ma tutto si stratifica: identità, esperienze, desideri. Fioretti, che ha lavorato a progetti in tutta Europa, è convinto che questo tipo di luoghi rappresenti il futuro degli spazi pubblici nelle città contemporanee.

«Questo tipo di luoghi non sono così ben definiti perché per loro natura non possono esserlo», spiega. «C’è spazio per l’improvvisazione. Succede in tutti questi spazi spontanei che nascono dal basso perché c’è necessità di confrontarsi con qualcosa che non si conosce».

La progettazione di EastRiver ha visto un processo partecipativo che ha trasformato la ristrutturazione in un laboratorio di democrazia applicata. «Tutto è collettivo», dice Fioretti «e questo per noi è fondamentale, non solo a livello lavorativo, ma anche politico: l’idea che la nostra generazione sia più forte della precedente perché crede in uno scambio equo, orizzontale tra tutti». È per questo che EastRiver sarà uno spazio per chiunque voglia attraversarlo: come racconta Tommaso Salaroli – cofondatore di Scomodo –  lo spazio sarà «aperto ogni giorno dalle 7:30 a mezzanotte, dove si potrà leggere, mangiare, studiare, prendere parte  a diversi workshop, partecipare a dei talk, fare yoga, ascoltare un concerto o – soprattutto – non fare niente».

Quando si parla del futuro di EastRiver, i suoi protagonisti oscillano tra pragmatismo e visionarietà. Da un lato, ci sono le sfide concrete: mantenere uno spazio aperto e inclusivo in una città sempre più costosa, costruire una comunità stabile senza cadere nell’autoreferenzialità, trovare un equilibrio tra apertura al territorio e identità del gruppo, fare i conti con una storia che ha visto la gestione di uno spazio occupato per quasi cinque anni, e che oggi si trova anche a gestire uno spazio acquistato in un’altra città. Dall’altro, c’è la consapevolezza di star costruendo qualcosa destinato a durare più a lungo delle singole persone che lo hanno immaginato. «Negli spazi di Scomodo ci si può sentire a casa più che a casa propria», dice Cognetti. «Si può fare, ma anche fallire», alludendo all’esperimento di San Siro. «E questa è una dimensione fondamentale per i giovani: potersi reinventare senza giudizio, imparare per prove ed errori».

Questa filosofia dell’errore produttivo potrebbe essere l’eredità più importante di EastRiver: l’idea che lo spazio comunitario debba essere un luogo di sperimentazione continua, dove le regole si inventano strada facendo e dove il fallimento non è un problema ma un’opportunità di apprendimento collettivo. Per Simone Locatelli, Presidente del Municipio II, dove si trova East River, quest’ultimo non è solo un nuovo centro culturale: è una dichiarazione d’intenti. «Una città deve riuscire a dare spazio a tutte le voci» dice, «non solo a livello di idee, ma anche di luoghi concreti, legali, riconosciuti». In un panorama urbano sempre più dominato da logiche di consumo e rapidità, Locatelli riconosce nell’esperienza promossa da Scomodo qualcosa di più raro: un progetto che scommette sul tempo lungo, che non rincorre l’attualità ma costruisce orizzonti. «Mentre le parentesi temporali si accorciano, EastRiver prova a durare,» sottolinea. «Senza questi spazi, Milano smetterebbe di essere Milano». E anche sulle frizioni possibili con il vicinato, Locatelli è netto: «A Milano qualsiasi cosa crea conflitto. Ma il punto non è evitarlo, è fare qualcosa di utile per tutti. Se uno spazio è vissuto da pubblici diversi — anziani, giovani, residenti, studenti — allora può davvero diventare un punto di riferimento, non una minaccia». In un quartiere che cambia, EastRiver potrebbe essere la dimostrazione che il conflitto urbano si può sfruttare come terreno di confronto.  

Mentre scriviamo, EastRiver è ancora un cantiere. Le tettoie devono essere sistemate, gli spazi interni devono essere ristrutturati, i servizi devono essere allacciati. Ma già ora, tra i rottami e la polvere, si intravede qualcosa di più grande di un semplice centro culturale. Si intravede un modello urbano replicabile, una forma di resistenza all’isolamento metropolitano, un esperimento di democrazia partecipativa che potrebbe influenzare le politiche giovanili delle città europee. Si intravede, soprattutto, un futuro in cui le nuove generazioni non si limitano a subire gli spazi urbani esistenti, ma li trasformano attivamente secondo le proprie visioni e necessità. «Anche solo per un’ora», dice Tommaso, «partecipare alla costruzione di un posto che poi vivrai cambia tutto. È una scena già vista altrove, a Roma per esempio,» spiega accennando al cantiere per costruire La Redazione di Roma. «Qui a Milano c’è una novità: accanto ai volontari ci sono le imprese, le autorizzazioni, i piani a lungo termine». Si tratta di un altro stadio della stessa utopia. 

La prima volta che Tommaso ha presentato il progetto di Eastriver ha tracciato con un pennarello una linea un po’ storta sulla lavagna bianca in ufficio. Nel suo “cronoprogramma” c’era l’inizio, la durata dei lavori, l’apertura e poi la scritta tra cento anni. Alla domanda sul che cosa crede ci sarà tra tutto quel tempo lì mi spiega che non è compito nostro  immaginare esattamente cosa ci sarà tra cent’anni ma che spera «solo che ci saranno ancora persone, e che quello che succederà lì dentro rispecchierà loro». 

Intanto il quartiere guarda con curiosità quello che accade. Il nostro vicino è un arzillo signore che racconta del suo incontro con noi.  Spiega «quando Tommaso mi ha raccontato il progetto mi è sembrato qualcosa di davvero bello. Finalmente uno spazio che non punta solo al rumore, ma a creare cultura e aggregazione: un’iniziativa così fa bene al quartiere e a chi ci vive». La sua voce arriva metallica dall’altro capo del telefono, si augura di vedere completo che abbiamo in mente perché per lui «è raro vedere ragazzi così giovani che si impegnano davvero per costruire qualcosa di positivo, e già questo vale tantissimo». Nonostante «a Milano la gente sia un po’ restia a socializzare, iniziative come la vostra possono cambiare le cose. Dare ai giovani uno spazio per incontrarsi, confrontarsi e fare qualcosa per la città è una grande occasione, per tutti».
Lo ribadisce anche Fioretti; per lui «EastRiver è un luogo che sarà abitato e in un’epoca di spazi vuoti e appartamenti blindati, questo basterebbe già a fare la differenza». 

In effetti, è proprio così. 

Come lui, anche Cecilia ha 32 anni, oggi è ingegnere ma anche attivista per Retemilano e Tom. Nata e cresciuta a Milano, racconta di non aver mai frequentato in passato Nolo. «Un tempo non si chiamava così, era semplicemente di fianco a via Padova e per una ragazza non era un posto dove si andava spesso. Non lo avrei mai definito uno spazio sociale, all’epoca», ricorda.

Il suo percorso si è intrecciato con Scomodo quasi per caso. «Stavo cercando di fondare una cooperativa sociale che gestisse uno spazio a Milano. Ho avuto problemi e alla fine mi sono arresa. Poi, per una volta, Instagram ha fatto del bene: mi ha mostrato una sponsorizzata di Scomodo che cercava soci tramite crowdfunding. Mi sono resa conto che voleva fare la stessa cosa che avevo in mente io, ma su scala maggiore. Ci sono letteralmente caduta dentro». Oggi, come tanti altri, anche lei è socia del progetto. «Mi piace che tutto corra velocemente! Non vedo l’ora di organizzare qualche evento insieme nello spazio di Milano», spiega. Il quartiere, intanto, si è trasformato, diventando terreno fertile per nuove realtà sociali e culturali. «Penso che Scomodo si sposi bene con il resto. Spero solo che mantenga la promessa di essere davvero uno spazio per tutti, senza adeguarsi allo stile che sta prendendo Milano ultimamente, sempre meno radical e sempre più chic». Non è l’unica a pensarla così.
Davide ha 28 anni e abita al Naviglio Martesana: non vede l’ora che lo spazio apra. «Il fatto di aver avuto una visione su quello che è il progetto mi ha dato una bellissima energia», spiega, facendo riferimento al modo in cui passo dopo passo raccontiamo la storia di Eastriver e l’andamento dei lavori. Per lui, «Scomodo è una realtà interessante, aperta e accogliente e il fatto che ci sia questo spazio mi ha dato una bellissima energia. Secondo me sarà un importantissimo luogo di aggregazione perché a Milano mancano queste cose e se ne sente. Ci sarà uno spazio sicuro in cui poter potermi confrontare e poter fare nuove esperienze». 

Forse, tra vent’anni, quando i ventenni di oggi avranno quarant’anni e i luoghi come EastRiver saranno diventati istituzioni, qualcuno guarderà indietro a questa stagione di sperimentazione come al momento in cui una generazione ha reinventato il significato stesso di comunità urbana. Forse, tra cent’anni, quando Milano sarà diventata una città completamente diversa, resterà ancora qualcosa di EastRiver.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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