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Digital divide

Un'analisi a tutto tondo dei fattori geografici sociali e culturali

Il digital divide segnala, nel suo significato più generale, la difficoltà di una parte della popolazione di dialogare con gli strumenti tecnologici. Ciò è dovuto d’altra parte a due ordini di problemi : da un lato le differenti dotazioni riguardanti l’accesso alla rete internet, dall’altro la disparità nel grado di “alfabetizzazione digitale”, fondamentale per la comprensione degli strumenti digitali e per il loro utilizzo consapevole ed efficiente. 

L’inclusione e l’esclusione digitale sono determinate quindi da una molteplicità e complessità di fattori saldamente interconnessi fra loro di carattere culturale, economico, sociale, geografico.

Le dinamiche territoriali a livello di infrastrutture fanno i conti con una presa di coscienza ancora troppo lenta e superficiale dell’importanza di dirigere i processi di cambiamento e di crescita culturale digitale. 

 

Con la pandemia, l’impreparazione delle società contemporanee è emersa palesemente, è venuta sotto gli occhi di tutti, scatenando accesi dibattiti e interrogativi sulla natura complessa e articolata di alcuni fenomeni, forse, con una evidenza inedita. Al vertice delle questioni critiche c’è sicuramente il tema del digital divide. 

 

Un primo sguardo ai dati 

L’Italia è arrivata tardi al digitale, abbiamo aspettato  anni prima di investire qualche milione per portare la banda larga fissa su tutto il territorio nazionale, e questo ha causato un ritardo inevitabile nell’adeguamento del pensiero analogico collettivo a quello digitale, soprattutto se si guarda a chi è stato “coperto” più tardi, a chi è stato lasciato indietro nell’educazione digitale, o a quelle imprese che si sono trovate in un contesto ampiamente globalizzato e digitale, ma con una cultura territoriale ancora impreparata agli enormi mutamenti in atto. 

Se 10 anni fa eravamo indietro sulla banda larga fissa, oggi, che questa raggiunge finalmente quasi la totalità del territorio, siamo indietro su quella veloce, fondamentale per le videochiamate, le conference call, i servizi di cloud, la scuola digitale ; siamo indietro sulle competenze, con una popolazione che per oltre il 40% ha competenze digitali basse, o addirittura minime. 

Secondo l’Indice Desi, strumento utilizzato dalla commissione europea per monitorare lo sviluppo tecnologico e la sua competitività, l’Italia si colloca al 24esimo tra i 28 paesi membri dell’Unione Europea.

Per quanto riguarda la copertura dell’infrastruttura della rete, la posizione dell’italia ha conosciuto un netto miglioramento negli ultimi anni, con una copertura vicina al 100% delle famiglie per quanto riguarda la banda larga fissa, e una prospettiva di sviluppo basata su strategie nazionali di investimento per quanto riguarda la banda larga veloce.  

Tuttavia tre persone su dieci non utilizzano ancora Internet abitualmente e più della metà della popolazione non possiede competenze digitali di base. 

Ciò si riflette inevitabilmente sui servizi digitali, che versano in una situazione di stallo e di incompiutezza, con un seguente danno alla produttività delle imprese e alla crescita socio economica del paese. 

 

Cultura del digitale e tutela dei diritti 

Gli interventi legislativi, in particolare quelli che incidono sui diritti, accompagnano i processi culturali. 

Una nuova cultura del digitale inevitabilmente viene affiancata da un impianto normativo in grado di tutelare i diritti fondamentali dell’individuo, di proteggere la loro realizzazione. 

Garantire libertà di connessione significa ormai permettere di esercitare e godere dei propri diritti fondamentali : il diritto alla connettività è divenuto dunque un postulato irrinunciabile per l’esplicazione e la realizzazione materiale di una molteplicità di altri diritti fondamentali, consequenzialmente legati alla rete e che in essa si realizzano. 

Il dibattito normativo in merito è particolarmente articolato, sia a livello nazionale sia a livello internazionale. Alle carte internazionali, redatte a tutela dei diritti connessi ad internet, è da riconoscere il merito dell’immissione negli ordinamenti di quei princìpi che possono essere una base per lo sviluppo di un impianto culturale che diriga i processi di digitalizzazione. 

In Italia la discussione legislativa risale a circa dieci anni fa, quando si è avvertita l’esigenza di portare internet ovunque. 

Nel 2010 arrivò una proposta in parlamento, presentata da Stefano Rodotà in occasione dell’Internet Governance Forum, per mettere il diritto di accesso ad internet in costituzione, all’interno dell’art. 21 bis. Nonostante le importanti reazioni a questa proposta, alla fine essa non venne approvata. Successivamente si tenne un dibattito in commissione parlamentare, quando la camera era presieduta dalla Boldrini, per il diritto all’accesso ad internet, che portò alla redazione di una carta di diritti di internet, tuttavia con carattere non vincolante. 

Nonostante vi sia la possibilità di tutelare il diritto ad internet secondo vie interpretative e giurisprudenziali, basandosi sulla sua congruità con il quadro costituzionale,  riteniamo sia rilevante ai fini del risultato sostanziale l’introduzione del comma o di un articolo in costituzione, che possa coniugare la libertà di connessione alla concezione del diritto di internet come un diritto sociale, al pari di altri diritti come l’istruzione e la sanità. Ciò potrebbe concorrere all’obbligo concreto dello Stato di intervenire per far fronte alle concrete esigenze dei cittadini, garantendo uno standard minimo nel servizio di connessione – che oramai è rappresentato sempre più dalla banda ultra larga – e di rimediare gradualmente alle disomogeneità nello sviluppo e nell’utilizzo dell’infrastruttura della rete su tutto il territorio nazionale. 

 

In tempi più recenti, alcuni senatori (tra cui di Liuzzi e D’Ippolito) hanno presentato una proposta, per larga parte ispirata e basata su quella del 2010 di Rodotà e sui lavori successivi della commissione parlamentare, per aggiungere un articolo in costituzione,il 34bis. Leggendo la disposizione presentata nella proposta emerge un chiaro riferimento alla concezione di internet come diritto sociale e non come semplice libertà di accesso. 

Tuttavia ad oggi il disegno di legge si trova in una fase di stallo, depositato in commissione affari costituzionali, incorporato in un’ultima proposta presentata nel 2019 proprio dalla suddetta commissione. L’iter di approvazione ha tempi lunghi e una natura complessa : si rischia che diventi una maschera a tutela dell’inconcludenza politica, rallentando così i processi di digitalizzazione in atto e soprattutto trascurando la necessità di strumenti di tutela e di cambiamento sociale che richiedono tali trasformazioni.

 

Una disparità nel controllo della rete si traduce inevitabilmente in una diseguaglianza sociale ed economica, nonché in una lesione dei diritti fondamentali per chi è estromesso, direttamente o indirettamente, dai benefici del digitale : le disuguaglianze nelle condizioni di accesso ad internet e nello sviluppo delle competenze digitali alimentano  le disparità economiche e sociali, che a loro volta alimentano il digital divide, all’interno di un circolo vizioso di esclusione sociale.

La attuale pandemia ha mostrato solo una parte delle tantissime opportunità che il digitale ha ancora da offrire: si parla di uguaglianza, di partecipazione, di competenza; sta a tutti noi manifestare con chiarezza una volontà collettiva di cambiamento e una forte presa di coscienza, far sviluppare una volontà politica di rinnovamento e, allo stesso tempo, arginare e mettere a fuoco problematiche legate alla crescita digitale, adeguando l’impianto delle riforme strutturali e sociali alla cultura del digitale, nell’ottica di una crescita e di uno sviluppo armoniosi della nostra società.

La digitalizzazione del comparto statale

A seguito della liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni avvenuta all’inizio degli anni 90’, è stata introdotta in Europa, e in seguito anche in Italia il cosiddetto “servizio universale” la prima forma giuridica che imponeva obblighi regolamentari a qualsiasi gestore di servizi telecomunicativi e conseguentemente multimediali di utilità pubblica, fosse esso pubblico o privato. Introdotto in Italia nel 2003 con il Decreto n. 259, conosciuto anche come Codice delle Comunicazioni elettroniche”, questo codice identifica il servizio universale come “l’insieme minimo di servizi di una qualità determinata, accessibile a tutti gli utenti, a prescindere dalla loro ubicazione geografica e offerti a un prezzo accessibile”. Il servizio universale è dunque, secondo alcuni autori, quella parte di presenza pubblica che permane una volta terminato il gioco della domanda e dell’offerta. 

La fornitura del collegamento alla rete fissa è stato il principale, se non unico obiettivo di questo servizio per gli ultimi 15 anni,concepito dalla legislazione italiana per garantire a tutti l’usufrutto dei servizi telefonici. Questo servizio è stato garantito grazie alla presenza di una infrastruttura preesistente già molto vasta (la rete cosiddetta incumbent di Telecom) cosa che ha permesso di ridurre i costi di gestione e conseguentemente, quelli del servizio medesimo. 

Tuttavia, il nodo fondamentale del fallimento del servizio universale è sicuramente la mancanza di qualsiasi forma legislativa che garantisca l’accesso alla banda larga, ritenuto un privilegio non essenziale. Per una riduzione del fenomeno del digital divide, l’inserimento di tale obbligo diventa un nodo fondamentale, considerando che l’evoluzione della digital society ha ormai reso l’inclusione dell’accesso alla rete digitale un diritto necessario, aspetto fondamentale per garantire la parità di diritti e accesso ai servizi pubblici nell’era della rivoluzione digitale. 

Lo stato digitale

La digitalizzazione della pubblica amministrazione, chiamata anche con il termine “e-government”, è definito molto vagamente, da una comunicazione dell’Unione Europea del 26 settembre 2003, come «l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle pubbliche amministrazioni…. ….al fine di migliorare i servizi pubblici ed i processi democratici e di rafforzare il sostegno alle politiche pubbliche>>. Il processo della digitalizzazione della pubblica amministrazione, definita in Italia come informatizzazione dell’organizzazione e dell’azione amministrativa, comporta l’utilizzo di varie soluzioni informatiche, al fine di consentire una circolazione di informazioni più rapida e diretta tra i vari apparati pubblici, accelerando i processi burocratici interni, e cercando così di garantire un servizio migliore per i cittadini. 

L’e-government dunque, mira essenzialmente a due scopi principali: l’offerta di servizi più efficaci e diretti per i cittadini e l’incremento dell’efficienza dei processi interni delle singole agenzie della PA. Grazie all’applicazione dell’ICT (Information e communication tecnologies, acronimo che definisce tutte le tecnologie riguardanti i sistemi di telecomunicazione digitale) congiuntamente ad una rielaborazione delle procedure interne: eliminando le operazioni superflue o quantomeno non fondamentali, che non apportano un valore aggiunto, si ottengono processi più rapidi e quindi efficienti; ciò comporta la possibilità di fornire risposte più celeri agli utenti finali. Inoltre, per la realizzazione dell’e-government è auspicabile che vengano introdotti i principi dell’Open government; una filosofia, ormai diventata prassi nel settore e considerata criterio guida in questo settore, in base alla quale gli enti e le istituzioni pubbliche debbono plasmare il loro operato intorno a tre pilastri di massima importanza: la partecipazione, la trasparenza e la collaborazione. Questi principi devono costituire i pilastri fondamentali di un governo aperto al dialogo e al confronto partecipato con i cittadini, in modo da favorire un controllo diffuso da parte del singolo cittadino sull’operato delle istituzioni e sull’utilizzo delle risorse pubbliche, semplificando il processo di accesso e consultazioni di documenti governativi. 

Dove siamo ad oggi?

In Italia la legislazioni più significativa in termine di digitalizzazione e-government è rappresentato dalla legge 124/2015, la riforma strutturale della Pubblica Amministrazione più recente. Ai sensi dell’art. 1 della l. 124/2015 – rubricato «Carta della cittadinanza digitale» – il Governo è stato delegato ad emanare norme di modifica al CAD (Codice dell’Amministrazione digitale)  volte a «garantire ai cittadini ed alle imprese il diritto di accedere a tutti i dati, i documenti ed i servizi di loro interesse in modalità digitale” e «la semplificazione nell’accesso ai servizi alla persona, riducendo la necessità dell’accesso fisico agli uffici pubblici». Rispetto a riforme precedenti, la  riforma del 2015 (Riforma Madia) spicca per valore innovativo, specialmente per la  volontà di una ridefinizione e semplificazione dei procedimenti amministrativi, mediante una “disciplina basata sulla loro digitalizzazione e per la piena realizzazione del principio innanzitutto digitale”  Con una delega del 2016 sono state attuate le prime modifiche CAD; fra quelle di maggiore impatto possiamo trovare le seguenti

  • l’istituzione di un’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR) che prenderà il posto delle anagrafi dei comuni costituendo un’unica banca dati nazionale
  •  la realizzazione del Sistema Pubblico di gestione dell’Identità Digitale (SPID) che permetterà agli utenti di accedere con un unico profilo e password identificativa ai servizi online della pubblica amministrazione (art. 64 del CAD); 
  •  l’introduzione dell’obbligo per tutte le amministrazioni di accettare i pagamenti spettanti a qualsiasi titolo attraverso strumenti di pagamento elettronico;
  • la promozione della diffusione del domicilio digitale per le persone fisiche al fine di facilitare le comunicazioni con le pubbliche amministrazioni (art. 3 quinquies del CAD); – la diffusione della connettività internet negli uffici e nei luoghi pubblici con free access per gli utenti dei servizi (art. 8 bis del CAD)

Tutte le misure introdotte dalla riforma Madia sono tutte accomunate dal desiderio di uno snellimento e della semplificazione che rappresenta un traguardo ancora ben lontano dall’essere raggiunto soprattutto nella realtà della pubblica amministrazione italiana connotata da un forte tasso di burocrazia e complessità che ostacola il conseguimento di risultati significativi in termini di sviluppo sostenibile e competitività del sistema Paese.

Il rischio nascosto

Tuttavia la difficoltà principale della digitalizzazione della Pubblica amministrazione è sicuramente il problema legato al digital divide, ovvero del divario digitale che si registra fra coloro che conoscono ed utilizzano efficacemente gli strumenti informatici e coloro che ne restano tagliati fuori per le ragioni più diverse. Oltre a questo,sono fattori di rilievo che oltre il 50% della popolazione italiana ha più di 35 ed è stata formata in un epoca dove l’accesso alla tecnologia era sicuramente più limitato, e che meno del 60% della popolazione ha conseguito un titolo di studio superiore alla licenza media. nonché la circostanza che i programmi ministeriali delle scuole dell’obbligo prevedono una formazione sulle materie informatiche assolutamente inadeguata rispetto al progresso nel settore delle tecnologie digitali. Per comprendere quanto il digital divide possa impattare le politiche di e-government appaiono eloquenti i dati riguardanti il Digital Economy and Society Index (DESI) reperibili sul sito web della Commissione Europea, aggiornati al 2017: l’Italia occupa la quart’ultima posizione (seguita da Grecia, Bulgaria e Romania) della graduatoria dei paesi europei basata sul tasso di crescita digitale; dall’analisi degli studi effettuati si evince che solo il 56% della popolazione residente in Italia dichiara di utilizzare internet (a fronte di una media europea del 72%) e che il 34% degli italiani dichiara di non avere mai utilizzato internet (a fronte di un dato medio europeo del 21%). Infatti, sebbene il CAD poni fra gli obblighi delle amministrazioni la promozione di iniziative volte «iniziative volte a favorire la diffusione della cultura digitale fra i cittadini con particolare riguardo ai minori ed alle categorie a rischio di esclusione» (art. 8 del CAD) ad oggi non sono derivate azioni concrete rivolte a questo fine. Il problema del digital divide e il suo rapporto con la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione è particolarmente rilevante perché le Pa sono chiamate a ricercare un ottimale equilibrio tra la digitalizzazione possibile e la tutela degli interessi di tutti, anche chi a causa del gap sopra indicato non sono in grado di interagire con telematicamente con le autorità pubbliche. È necessario dunque che la promozione delle politiche di e-government (dichiaratamente ispirate alla massima partecipazione del cittadino alla vita pubblica) non finiscano per paradossalmente per escludere sezioni più o meno ampi della popolazione a causa del digital divide. È inoltre importante tenere a mente che le frange di popolazione maggiormente esposte a questa marginalizzazione sono le categorie fragili della popolazione per eccellenza: anziani, indigenti, immigrati e chi non possiede un livello di alfabetizzazione abbasta elevato. In un paese dove quasi un quarto della popolazione ha dichiarato di aver mai fatto utilizzo di internet per funzioni di attività, diventa inevitabile guardare con una certa perplessità alle riforme di e-government “tanto al chilo” che non tengono in adeguato conto delle peculiarità del contesto territoriale, culturale e socio-economico nel quale vanno ad incidere.

La realtà composita del digital divide

Questione di banda

Il processo italiano di digitalizzazione, non solo per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione ma anche per la diffusione nella popolazione, è stato poco unitario fin dagli esordi. Questa mancanza di omogeneità non è sicuramente un fenomeno unicamente italiano, ma assume delle caratteristiche peculiari di paese in paese, andandosi a scontrare con particolari dinamiche sociali e territoriali. Oggi in Italia l’accesso alla Rete è garantito pressoché ovunque. La maggior parte del territorio italiano è coperto dalla banda larga, ad eccezione di pochissime aree remote che sono totalmente escluse da Internet. Tuttavia, la banda larga non basta per svolgere molte attività online di uso corrente, divenute fondamentali durante il lockdown; per esempio, le video chiamate, la didattica a distanza, lo streaming video. Il termine banda larga ha quindi assunto un valore relativo, per cui la tradizionale banda larga è adesso considerata ‘stretta’. Per poter utilizzare Internet in maniera agevole oggi c’è bisogno della ben più potente banda ultra larga, presente in maniera disomogenea sul territorio. Sotto questo aspetto, l’Italia è molto indietro rispetto agli altri paesi europei: secondo il DESI, l’indice della Commissione Europea che valuta il grado di digitalizzazione su diversi parametri, nel 2019 l’Italia si è classificata ventiquattresima su ventotto.

Per rendere più chiara la distribuzione della Rete e lo stato degli investimenti privati, l’Unione Europea ha  deciso di dividere il territorio in aree bianche, grigie e nere.  Nelle aree nere è presente, o lo sarà nei prossimi anni, più di una rete a banda ultra larga, nelle aree grigie una sola rete a banda ultra larga, mentre le aree bianche sono a fallimento di mercato. Sono principalmente queste zone, dunque, a far scendere l’Italia nella classifica del DESI, e ad essere svantaggiate nell’accesso ai servizi rispetto alle aree nere, in un mondo nel quale il digitale acquista sempre più importanza. Per colmare questo gap è necessario l’intervento statale, e a tal proposito nel 2015 è stato elaborato il piano BUL, per garantire la connessione in tutte le aree bianche, in atto seppur con qualche ritardo, grazie a fondi europei, nazionali e regionali. Tuttavia, fornire una buona connessione non significa automaticamente che la popolazione sia connessa. Il problema del digital divide è infatti ben più complesso, di carattere non solo infrastrutturale ma anche e soprattutto culturale.

Le diseguaglianze nella domanda e nell’offerta

È evidente che la divisione in aree sopra citata non sia così netta, ma si tratti invece di una realtà composita. Il grado di digitalizzazione a livello territoriale può quindi variare tantissimo, da regione a regione, ma anche da Comune a Comune.

I fattori che acuiscono o mitigano il digital divide a livello geografico-territoriale sono quindi molteplici. Tra questi, il tradizionale divario Nord-Sud, che, seppur meno evidente rispetto ad altri settori produttivi, è riscontrabile anche nell’ambito della digitalizzazione. Secondo i dati ISTAT, se al Nord il 70,6% della popolazione possiede un abbonamento fisso a banda larga, al Sud si scende al 62,5%.

Un’altra forte disparità mai colmata è quella tra grandi città e le aree interne. Va da sé che nelle aree urbane l’utilizzo di Internet aumenta, non solo per la Pubblica Amministrazione ma anche tra gli individui e le famiglie. Nelle aree metropolitane il 78,1% delle famiglie ha una connessione a banda larga, valore che scende a 68,0% nei Comuni con popolazione inferiore ai 2.000 abitanti. Inoltre, le regioni più digitalizzate sono Lombardia e Lazio, in quanto hanno le aree urbane di maggiore densità di tutta Italia.

 

Su questo tema abbiamo intervistato Riccardo Luna, giornalista che da anni tratta il tema del digitale e si batte per un accesso universale e un maggior sviluppo della Rete, nominato Digital Champion nel 2014. Commentando i dati afferma che: ‘’Questi dati, facili da intuire, confermano che a uno sviluppo economico e sociale forte corrisponde anche a un forte sviluppo digitale e viceversa. Non avere il digitale è un fattore di povertà, ma la povertà spinge le persone a non avere il digitale. È difficile distinguere quale sia la causa e quale l’effetto in questa correlazione, però sicuramente chi ha di meno è anche escluso dalla rivoluzione digitale, e questo lo penalizza ulteriormente. Il compito dell’istituzione pubblica è essere inclusiva, quindi consentire a queste fasce della popolazione che sono rimaste indietro di avere gli strumenti per mettersi in gioco, per trovare lavoro, cultura e occasione di svago attraverso la Rete come tutti gli altri. Nelle province meno digitalizzate il digital divide è forte soprattutto dal punto di vista culturale’’.

La digitalizzazione svolge dunque un ruolo molto importante in queste dinamiche territoriali. Tuttavia, se a livello teorico il digitale potrebbe essere visto come un buon mezzo per contribuire a scardinare le disparità economico-sociali, la rivoluzione digitale si è mostrata molto poco democratica. Le stesse dinamiche sono state replicate nel processo di digitalizzazione. Complice anche la forte presenza dei privati nel settore digitale, le aree interne sono state volutamente trascurate, venendo reputate meno interessanti dal punto di vista del profitto economico. Queste zone sono state dunque lasciate indietro di proposito, a causa della loro marginalità, che però in questo modo è andata solo ad acuirsi. Nel momento in cui anche la connessione a Internet determina la possibilità di accedere ai servizi, una digitalizzazione più deludente rispetto a quella delle aree urbane non è più soltanto il risultato della posizione di marginalità di queste zone ma ne è anche una delle cause scatenanti. Le aree interne comprendono circa il 53% della superficie italiana e il 23% della popolazione. Si tratta dunque di una fascia della popolazione non indifferente, che non può essere ignorata dallo sviluppo digitale. Tuttavia, uno scarso sviluppo della Rete in determinate aree del nostro paese non è imputabile soltanto alla classe politica o alle aziende telefoniche, ma anche a uno scarso interesse verso questo mondo da parte della popolazione, che ha reso queste aree ancora meno appetibili al mercato digitale. Secondo Riccardo Luna ‘’ Quando parliamo di accesso a Internet non parliamo soltanto di digital divide infrastrutturale, ma anche di un digital divide culturale. Ci sono persone che in questi anni avrebbero potuto cambiare abbonamento a Internet per prendere la banda ultra larga, e non l’hanno fatto, e non per motivi prettamente economici, quindi c’è un problema di domanda. La disponibilità di banda ultra larga è maggiore degli abbonamenti effettivi, che si somma a un problema di offerta, quello delle aree bianche, non coperte da banda ultra larga perché per le aziende telefoniche c’è meno business, dove serve un incentivo statale per mettere la fibra. Nelle zone in cui la banda ultra larga è arrivata non c’è stata una domanda sufficiente perché le persone non hanno ritenuto che Internet fosse qualcosa in cui investire. Molte famiglie in questi anni, dovendo scegliere tra una TV più grande e un abbonamento a banda ultra larga, hanno scelto la TV. Ovviamente generalizzando, perché molte famiglie non avevano neanche la facoltà economica per permettersi questo tipo di scelte. Con il lockdown probabilmente le cose sono cambiate, perché tutti ci siamo dovuti adeguare all’uso di Internet per varie esigenze, e tutti abbiamo capito quanto è importante Internet. Per questo motivo con la pandemia non cambierà soltanto l’offerta ma anche la domanda’’. I dati DESI confermano questa tendenza: a fronte di una copertura di banda larga pari a più del 99,5% del territorio, soltanto il 60% delle famiglie ha adottato questo tipo di Rete, valori ancora più significativi per la banda ultra larga: 24% delle famiglie aventi un abbonamento di questo tipo a fronte di una copertura pari al 90% del territorio. È quindi fondamentale un cambio di mentalità non solo da parte della classe politica, ma anche e soprattutto dalla popolazione. Il lockdown potrebbe essere il moto propulsore per il cambio di rotta che avrebbe già dovuto verificarsi qualche tempo fa. Su questo aspetto Luna afferma che ‘’ Il digital divide non è soltanto un tema politico.  Se si ha l’opportunità di fare un abbonamento a Internet e non la si accetta è perché non se ne sono compresi i vantaggi. Oggi credo che in tanti abbiano capito quanto Internet sia una tecnologia fondamentale. Basta pensare a cosa è successo in pandemia col commercio elettronico, quando era tutto chiuso. I negozietti di quartiere hanno capito che l’unico modo per sopravvivere era l’e-commerce e il delivery a casa. Prima eravamo tra i paesi più indietro sotto questo aspetto, adesso i piccoli commercianti sanno che senza e-commerce sarebbero morti. Lo stesso per la scuola, che per tanti anni si è riempita la bocca della parola digitale senza mai fare nulla di concreto, o lo smart working. Negli anni non c’è stata una sola manifestazione, un solo corteo studentesco, in cui la gente ha detto ‘’vogliamo Internet’’ ‘’vogliamo la scuola digitale. Oggi invece questo gap, che è culturale prima ancora che tecnologico e politico, probabilmente si è colmato. Essendoci quindi una domanda, mi auguro che ci sarà anche un’offerta, e che la politica sia in grado di accompagnare il processo per cui si farà un’unica società della rete e la fibra venga portata ovunque. Tenete conto però che su questo tema l’Italia parte indietro, per cui non possiamo sperare di diventare delle eccellenze. Se fino ad ora siamo stati tra gli ultimi nelle classifiche europee, non è che possiamo aspettarci che in futuro andrà tutto bene’’. Non c’era domanda, non era visto come qualcosa di sufficientemente importante’’.

Le competenze digitali

Le infrastrutture non sono l’unico ambito del processo di digitalizzazione a essere penalizzato da uno scarso interesse da parte degli italiani. Un altro grande parametro del digital divide è infatti quello delle competenze digitali, anch’esso fonte di disuguaglianze territoriali. Il capitale umano in materia digitale non è un punto forte dell’Italia in senso lato, se si considera che in Europa siamo ventiseiesimi in questo campo. La media europea di persone tra i 16 e i 74 anni con competenze digitali di base equivale a 57%, mentre in Italia sono solo il 44%. La mancanza di competenze digitali risulta attualmente il maggior fattore discriminante nell’accesso a Internet (56,4% tra le famiglie che non hanno una rete a casa), seguita da un 25,5% di famiglie che non considerano Internet utile e/o interessante. Sebbene le competenze digitali siano insufficienti in tutta la penisola, ciò non vuol dire che non ci sia anche qui una differenza sia tra Nord e Sud sia tra aree urbane e aree interne. A detta di Luna ‘’come si può facilmente intuire la provincia con le maggiori competenze digitali tra la popolazione è Milano, mentre le ultime sono fondamentalmente province del Sud. Nella classifica che avevamo stilato, che ora sarà un po’ da rivedere, la più alta regione con competenze digitali è l’Emilia Romagna. In difficoltà erano la Calabria e la Sicilia. Proprio perché sono prevedibili serve un intervento importante. È più grande il digital divide culturale in quelle regioni. Per esempio in Calabria e Sicilia, due delle regioni meno digitalizzate d’Italia, si è riscontrato che non solo il numero degli abbonati a Internet è più basso, ma anche che c’è meno domanda’’.

Da questo quadro risulta chiara la necessità di agire su più fronti per ridurre il digital divide territoriale: sarebbe sbagliato puntare il dito sulla parte della domanda o su quella dell’offerta, non cogliendo la complessità di questo divario, di matrice fondamentalmente culturale. Se, infatti, da una parte non si è dato a tutti gli italiani i mezzi e le capacità di partecipare alla Rivoluzione digitale, dall’altra anche la popolazione non ha saputo comprendere la potenzialità dei mezzi, seppur non sufficienti, che le sono stati forniti. Adesso che grazie alla pandemia la domanda da parte dei cittadini è verosimilmente aumentata, c’è bisogno di una risposta adatta da parte dell’offerta. 

Tuttavia, la sfida più grande rimane la ricezione di Internet da parte della popolazione. Come ci fa presente Riccardo Luna, prima della pandemia si erano fatti dei passi in questa direzione: ‘’prima del lockdown stavamo portando avanti un progetto del genere con TIM e altre aziende, andando nei piccoli Comuni ad aprire scuole di Internet. Il progetto riprenderà, ma con modalità differenti per motivi di sicurezza. Bisogna compiere un’operazione per far diventare cittadini digitali anche quelli che per il momento sono esclusi non per loro colpa, ma perché il mondo si è messo a correre e nessuno ha spiegato loro come stare al passo”. 

Per il futuro la priorità non dev’essere esclusivamente fornire l’infrastruttura, ma anche e soprattutto creare le condizioni per far sì che essa possa essere sfruttata al meglio, su tutto il territorio nazionale. È un processo che si sarebbe dovuto verificare già da qualche anno, senza il bisogno di una pandemia.

Gli internauti naufraghi

Una questione centrale in merito al “digital divide” riguarda l’interiorizzazione a livello sociale delle competenze digitali. 

Come viene esplicitato dagli ultimi dati Istat sul livello della digitalizzazione citati negli articoli precedenti, emerge un effettivo aumento degli internauti. Tuttavia la problematica è che, tra chi usa internet, quasi la metà ha competenze digitali basse. Analizzando il tipo di connessione a disposizione in relazione ai vari nuclei familiari, diventa evidente uno dei principali aspetti di questo divario. Infatti, se nelle famiglie con almeno un minorenne la quasi totalità è dotata di un collegamento a banda larga (95,1%), tra le famiglie in cui i membri sono esclusivamente persone ultrasessantacinquenni la quota decresce drasticamente (34%). Anche solo con questi semplici numeri diventa lampante che una delle problematiche più rilevanti in Italia è adducibile ad una questione generazionale, fattore non secondario considerando che gli anziani over sessantacinque sono quasi 14 milioni e di questi la metà sono over settantacinque.

Discriminanti

Ulteriore causa di questo divario è il titolo di studio. Analizzando le persone che dispongono di una connessione a banda larga, questo fattore diventa palpabile, in quanto quasi la totalità delle famiglie con almeno un componente laureato ne dispone (94,1%), mentre, in quelle in cui il titolo più elevato raggiunto è la licenza media, questa percentuale è dimezzata (46,1%).  

Altre ragioni che alimentano questo divario sono di ordine economico, legate all’alto costo dei collegamenti o degli strumenti necessari, soprattutto per quanto riguarda la banda larga veloce.  Dall’analisi combinata per generazione e titolo di studio, si può riscontrare che i laureati della generazione del “baby boom”, ossia le persone che nel 2019 hanno 54-73 anni, sono in gran parte internauti. Se questa generazione di laureati riesce ad avvicinarsi sempre più ai livelli di utilizzo dei giovani di 25-34 anni, i “baby boomers” con titoli di studio inferiori continuano ad essere notevolmente di meno.

Spesso le persone che non hanno conseguito un titolo di studio elevato, non sentono il bisogno di una connessione adeguata a causa di una incapacità di utilizzare un mezzo come internet. Questo fatto può diventare un circolo vizioso che si riversa anche sul versante occupazionale. Negli anni, tra gli occupati, si è gradualmente attenuato il divario tra dirigenti, imprenditori, liberi professionisti e operai per quanto riguarda le competenze digitali. Tali competenze sono ormai un aspetto fondamentale del proprio “curriculum”, infatti le “digital hard skills” o le “digital soft skills” stanno diventando tra le competenze più richieste nel mercato del lavoro. È quindi visibile come anche il lavoro si stia sempre più evolvendo verso il digitale, sollevando questioni di disuguaglianza rilevanti. Ad esempio, un fenomeno ormai acclamato è il divario digitale di genere, ossia l’esistenza di differenti “digital opportunities” tra uomini e donne, in particolare riguardo le diverse possibilità di accesso al mondo digitale. Anche in questo caso le motivazioni vanno ricercate nel titolo di studio raggiunto. Dai dati del MIUR emerge che difficilmente le donne frequentano scuole secondarie di secondo grado, rimanendo su un livello di competenze digitali abbastanza basso. Questo problema si rileva anche nell’infimo numero di ragazze che intraprende dei percorsi di studio informatici, dalle superiori all’università. Solo l’1,79% delle immatricolazioni a Facoltà come Ingegneria Informatica sono femminili, mentre per gli istituti tecnici la percentuale è del 16,3%. Le laureate nei corsi STEM sono il 31% per la triennale e 27 % per la magistrale in ingegneria, raggiungendo cifre simili anche nelle lauree per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Solo una minima parte delle donne si laurea in settori legati alla tecnologia, secondo il rapporto “Women Digital Age” della Commissione europea, il divario digitale di genere è su tutti i livelli, nell’educazione, nella carriera e nell’imprenditoria.

Piani per il futuro

Per tutte quelle persone che sono rimaste fuori dalla digitalizzazione, in particolare per una questione anagrafica, il cambiamento è stato brusco. Nel giro di pochi anni tante pratiche e processi prima tramite persona sono virati  verso la versione online, rendendo sempre più disagevole il “diritto a non connettersi”.

Anche dopo la fine del “lockdown”, per circa un milione di dipendenti pubblici, lo “smart working” continuerà ad essere il sistema di riferimento. Ciò avverrà non tanto per la necessità del distanziamento quanto proprio per lo spostamento di molte pratiche online, ad esempio durante la quarantena la PA ha potuto continuare a operare parzialmente anche grazie al digitale. 

Come afferma il giornalista esperto in materia Riccardo Luna, serve che la digitalizzazione faccia un passo avanti. Infatti deve poter essere garantito un servizio online, affinché possa essere efficace e accessibile a tutti, non rispettando ossequiosamente le procedure burocratiche, ma grazie all’indipendenza e all’autonomia dei dipendenti.Un passo avanti per la digitalizzazione dei servizi riguarda l’app “Io”, che dovrebbe mettere a disposizione diverse tipologie di servizi pubblici, permettendo ad esempio di pagare multe e tasse o ottenere certificati. Anche se attualmente esiste solo l’infrastruttura a cui agganciare i servizi, lo sviluppo ulteriore dell’app permetterebbe alle persone digitalmente abili di interfacciarsi con la PA tramite cellulare, risparmiando tempo e file. 

Fin quando però gran parte della popolazione non avrà delle adeguate competenze digitali, non si potranno sostituire i servizi tramite persona. Per cercare di arginare il problema dell’inclusione digitale, una proposta possibile può essere un investimento in corsi gratuiti in cui si insegni l’utilizzo di internet: prima della quarantena, alcune agenzie stavano intraprendendo un progetto del genere, aprendo delle scuole di internet in alcuni piccoli Comuni, che ora potranno continuare le loro attività con le dovute misure di sicurezza.

Per far diventare cittadini digitali, anche coloro che non per propria colpevolezza si sono ritrovati al di fuori di un nuovo mondo, un mezzo valido potrebbe essere la televisione. Ad esempio la Rai, in quanto emissione e servizio pubblico, potrebbe e dovrebbe provare a raggiungere questo obiettivo. In particolare la televisione è un oggetto che riesce ad essere un minimo comune multiplo, anche con quelle fasce più problematiche, essendo il “medium” più efficace riguardo a comunicazione ed informazione, come quando negli anni 60 la Rai mandava in onda un programma che ha insegnato per anni a molti italiani a leggere e a scrivere. In questo modo la Rai potrebbe implementare una serie di mancanze, mettendo a disposizione un servizio pubblico, soprattutto in un momento come questo in cui la scuola è chiusa e non è possibile organizzare corsi.

Auto alimentazione delle diseguaglianze

Essendo l’aspetto culturale e l’aspetto socio-economico i principali fattori scatenanti del “digital divide”, tra le fasce di popolazione colpite   da questo fenomeno ci sono inevitabilmente le minoranze etniche e gli immigrati. Le difficoltà  riscontrate in queste persone sono causate spesso dal fattore linguistico o dal basso grado di scolarizzazione. Per loro potrebbe non essere così semplice colmare questo visibile “gap”. Nei campi nomadi, già colpiti da problemi di tipo sanitario e di mancanza di servizi come l’acqua corrente, i bambini e ragazzi che frequentano la scuola (spesso non oltre quella primaria e secondaria di primo grado), non avendo strumenti tecnici necessari e una connessione adeguata, hanno avuto grande difficoltà a seguire l’attività didattica in un momento di emergenza. Il fatto che nei campi non ci siano le risorse necessarie per stare al passo con la digitalizzazione, non farà che lasciarli ancora di più ai margini della società, così come accade per qualunque altra fascia sociale in queste condizioni.

Il futuro del divario digitale è abbastanza incerto, attualmente l’unica certezza è che bisogna percorrere ancora molta strada per abbattere almeno le disuguaglianze 2.0.

Con i contributi di

Lorenzo Cirino
Lorenzo Cirino

Redattore

Giulio Rizzuti
Giulio Rizzuti

Redattore

Marina Roio
Marina Roio

Redattrice