Il tema del festival Punti di Vista di quest’anno è stato Lingue e Culture: rappresentanti di diversi gruppi etnici hanno fatto da guida in lingua madre per la loro comunità alle mostre in corso a Palazzo Esposizioni, in un’ottica di accessibilità e inclusione. Il tema si intreccia con particolare fascino con una delle mostre, Anima Nomade di Francesco Clemente, composta da sei installazioni di tende ispirate alla tradizione orientale. Le tende di Francesco Clemente sono il simbolo dell’anima itinerante dell’uomo, che abbraccia una geografia globale. Con le loro pareti dipinte, evocano mondi antichi e rimandano a luoghi sacri come le Grotte dei Mille Buddha a Dunhuang in Cina o le grotte di Ajanta ed Ellora in India.
La tenda è interculturale e multilingue perché per sua natura non è in nessun luogo ma è ambulante, non mette radici, non si lascia contaminare dalla storia o dalle usanze. È il luogo della sosta momentanea durante il viaggio lungo e spossante, dell’incontro fortuito e inevitabile. È il luogo dell’accoglienza, perché non è possibile barricarvicisi dentro. Fragile e aerea, appartiene a tutte le civiltà e a tutte le classi sociali: ci si accampavano i mercanti e i generali, i pellegrini e i predoni, i principi e i guitti. Nelle tende si disegnavano confini, si facevano affari, siglavano matrimoni, celebravano riti sincretici ma soprattutto si raccontavano storie, in tante lingue diverse. E ogni lingua portava con sé una particolare visione del mondo, non sovrapponibile con le altre. Le tende di Francesco Clemente, nei giorni del Festival, ritornano a quella missione originaria di luoghi di incontro e ascolto, accogliendo le comunità di stranieri a Roma, che potranno percorrere la mostra guidati da un rappresentante che illustrerà le opere nella loro lingua madre.
Ma qual è la portata di questa sperimentazione? In che modo l’esperienza stessa di una mostra può cambiare, o addirittura stravolgersi, a seconda della lingua in cui è introdotta, e del rapporto dello spettatore con essa? Per rispondere, si può partire da un concetto già enunciato: ogni lingua porta con sé una particolare visione sul mondo. Esso è stato introdotto dai promotori dell’ipotesi del relativismo linguistico, che sostiene che la lingua madre struttura e informa il pensiero, e dunque la percezione che si ha della realtà. Apprendere una nuova lingua vuol dire acquisire a tutti gli effetti un nuovo punto di vista sul mondo. Già Ludwig Wittgenstein, nel Tractatus Logico Philosophicus, aveva sentenziato con brevità lapidaria: «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo».


Il relativismo linguistico è conosciuto anche come ipotesi di Sapir-Whorf, dal nome dei due studiosi che l’hanno elaborato. l’antropologo statunitense Sapir, in particolare, studiò diversi sistemi linguistici non indoeuropei e arrivò a credere che il pensiero e lo stile di vita di un popolo si rispecchiassero moltissimo nella lingua che esso parlava. In alcune culture indigene come quella degli Inuit dell’Alaska, per esempio, la lingua include una ricca gamma di termini per descrivere la neve e il ghiaccio. Questa ricchezza lessicale può influenzare la percezione, perché questi popoli si sono ritrovati ad affrontare climi estremi, e quindi hanno bisogno della maggior accuratezza possibile nel descrivere il mutamento delle condizioni metereologiche. Il termine generico “neve” della lingua italiana non ha un corrispettivo sensato nella loro lingua, perché nel loro vocabolario hanno decine di termini che indicano la “neve che cade” o “la neve fresca” o “il ghiaccio compatto”. In russo, ci sono due parole diverse per il colore blu, a seconda dell’ombra. “Синий” (sinij) si riferisce al blu scuro, mentre “голубой” (goluboj) si riferisce al blu più chiaro o al celeste. Questa distinzione è molto importante in russo e ciascuna delle due sfumature è considerata come un colore separato, allo stesso piano degli altri. Allo stesso modo, i latini differenziavano il bianco in base alla quantità di luce che su di esso si rifletteva: c’era l’albus, il bianco “opaco” e il candidus, il bianco brillante. Nella stessa area semantica ciascuna lingua ritaglia pezzettini di senso diversi, in modo tale da rendere la traduzione un atto necessario non solo a livello del significante, cioè dell’aspetto grafico o acustico (comunque esteriore) del segno, ma anche a livello del significato intrinseco, che inevitabilmente perderà qualcosa o subirà uno shift. Quali che siano la lingua di partenza e la lingua di arrivo, non ci sarà mai una perfetta corrispondenza biunivoca. Come afferma lo stesso Benjamin Whorf «noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo vi attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che si mantiene in tutta la nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua. Tutti gli osservatori non sono guidati dalle stesse prove fisiche verso la stessa immagine dell’universo, a meno che i loro bagagli linguistici siano simili, o possano essere in qualche modo calibrati». Soprattutto per quanto riguarda lo spettro cromatico, ogni cultura ritaglia certi termini in base a delle necessità concrete, come forma di adattamento all’ambiente. Ciò non riguarda tanto la percezione del colore di per sé, che colpisce ugualmente la retina di tutti, quanto la sua classificazione verbale.
Dunque quanto può essere arricchente e rivoluzionario, per una comunità extraeuropea, assistere a una mostra e ascoltare una guida che indica quei colori con i termini della sua lingua natale? All’impatto visivo del colore (o della forma, o del materiale) si aggiungerà allora anche l’impatto sonoro della parola che lo circoscrive, che è carica di un significato emotivo molto profondo per ciascun individuo, risalente all’infanzia. Lo straniamento neutralizzante dell’inglese universale viene superato in favore di un vero interscambio culturale: le opere d’arte dei maestri del vecchio continente possono prestarsi ad essere “tradotte”, o comunque spiegate, in una lingua lontana, che nel suo lessico, nella sua sintassi e nelle sue categorie grammaticali porta con sé una filosofia di vita, un punto di vista ben preciso sul mondo. L’oggetto artistico della cultura ospitante e la comunità della cultura d’arrivo sono due poli fortemente identitari che possono benissimo comunicare tra loro, senza bisogno di ulteriori intermediazioni.
Al riguardo, abbiamo parlato con Maria Kurianthanathu, una studentessa indiana del Kerala che ha guidato la mostra Anima Nomade in lingua malayalam domenica 9 marzo: «Sono sicura che per la comunità sarà un’esperienza familiarizzante, perché tanti indiani hanno studiato l’italiano soltanto in funzione del lavoro, o comunque quanto bastava alla normale vita quotidiana. Anzi, spesso non hanno potuto approfondire la lingua perché dovevano sacrificarsi per mantenere le loro famiglie. Ascoltare una guida che li riporta a un mondo più familiare è una grande opportunità di interscambio e integrazione». E in più, seguire una guida in lingua natale consente una fruizione veramente comunitaria della mostra. Mentre adottando l’italiano o l’inglese ci si rivolgerebbe ai singoli, in base al loro astratto livello di competenza acquisita, col malayalam si stimola un terreno condiviso e fertilissimo, ma magari sopito da anni. La lingua madre è madre per tutti: appresa nello stesso periodo di vita, l’età infantile, è carica di suggestioni, emozioni, ricordi che legano. Gli stessi ricordi che riaffiorano ora nella mente di Maria, emozionatissima all’idea di poter parlare in pubblico nella propria lingua: «nel 2023 sono venuta dall’India per frequentare prima la facoltà di farmacia, poi quella di medicina a Napoli. Ho seguito i miei genitori che si sono trasferiti qui più di trent’anni fa. I miei mi hanno fatto nascere qui, ma poi mi hanno mandato nel nostro paese per farmi rimanere vicina ai miei nonni. Ho finito la scuola nel mio villaggio in India e poi mi sono trasferita in Italia. Sono molto entusiasta di poter parlare in lingua malayalam al di fuori del mio paese, in un contesto istituzionale. Il mio unico timore è sulla pronuncia: non vorrei che il mio pubblico indiano possa pensare che ho preso un accento inglese!».


Maria auspica una collaborazione tra enti culturali e comunità straniere, affinché l’arte resti un bene disponibile a tutti equamente: «la nostra lingua ha 37 milioni di persone che la parlano. Nel mondo è poco conosciuta, ma ci sono comunità di parlanti sparse in giro un po’ ovunque. Sarebbe bello, per favorire l’accessibilità, se i musei avessero almeno una tra le lingue indiane come opzione inclusa nelle audioguide. L’Hindi, per esempio, è la quarta lingua più parlata come lingua madre al mondo, dopo l’inglese, lo spagnolo e il cinese mandarino: conta più di 600 milioni di parlanti. Per un madrelingua hindi, c’è un limite fisiologico nell’usare l’inglese, o qualunque altra lingua internazionale, per comunicare di temi complessi. Arte, religione, storia, filosofia, sono tutte grandi espressioni dell’agire umano di cui abbiamo sentito parlare innanzitutto a casa e a scuola, nella nostra lingua natale. Per me la lingua non è un problema, ma ci sono bambini che arrivano qui intorno ai dieci anni che devono scegliere se parlare, o addirittura pensare, nella loro lingua madre, in italiano o in inglese. Bisogna studiare la lingua del paese che ci ospita, è chiaro, ma quel paese stesso ha il potere di salvare intere comunità, se allarga le opzioni linguistiche disponibili nei servizi culturali offerti».
Grazie al festival Punti di vista, abbiamo l’occasione di ribadire che il malayalam è una lingua con una dignità, che ci sono milioni e milioni di persone che la parlano, e che è possibile usarla per esprimere concetti elevati e descrivere opere d’arte celebri. Maria ha potuto ritrovare tracce della sua cultura nella mostra, la cui ambizione transcontinentale si rivela già attraverso il titolo, Anima nomade. Al di fuori della tenda degli angeli, per esempio, sono raffigurate quattro figure alate: accanto a due angeli occidentali (uno bizantino, l’altro rinascimentale) compaiono i corrispettivi indiani. Uno di questi appartiene al periodo dell’impero Moghul, la grande dinastia discesa dall’Afghanistan per unificare la penisola. L’altro angelo è stato ricamato secondo uno stile che si è andato sviluppando nel centro-sud dell’India, un’area boscosa, difficile da conquistare e brulicante di numerosissimi staterelli. Va ricordato che gli angeli indiani sono molto lontani dall’immaginario occidentale. Sono come delle divinità minori, imperfette, tormentate da passioni, gelosie, ire, gusti e debolezze del tutto simili a quelle degli umani. La Tenda del Pepe, a sua volta, è ispirata alla regione di Maria, il Kerala, e all’idea del viaggio. Questo stato costiero del Sud dell’India, noto per la produzione di pepe, è storicamente un crocevia commerciale. La tenda è abitata da figure evocative: grani di pepe su una grande mano aperta, coppie avvolte da rampicanti, barche cariche che fluttuano sull’oceano, un veliero naufragato contenuto nel grembo di una figura femminile. L’esterno della quieta e monocromatica Tenda Rifugio, infine, è ricoperto da frammenti di un testo fondamentale della tradizione buddhista, la dichiarazione di rifugio del Buddha nel Dharma. La pazienza del ricamo, i simboli del tempo ciclico, le decorazioni teriomorfe: molti sono i frammenti della cultura vedica e upanishadica sparsi come lacerti di una mappa del tesoro da Francesco Clemente, e ce ne sono altrettanti per la cultura giapponese, iranica e russa, altre lingue protagoniste del festival Punti di Vista.
