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Dietro il K-pop: come la pressione sociale in Corea del Sud uccide

L’immagine eterea e positiva del paese nasconde una crisi di suicidi senza precedenti. In questo senso, le molteplici morti delle star del K-pop mettono in evidenza le condizioni non solo delle celebrità, ma di tutta la popolazione, soffocata dalla pressione di un sistema ipercompetitivo.

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La Corea del Sud è un Giano bifronte. Il mondo le riconosce il successo, confermato da un’economia hi-tech in ascesa e dal fenomeno Hallyu, l’interesse globale per la wave della cultura pop coreana, di cui il K-pop è il simbolo principale. A dispetto di questa visione, la situazione sociale stringe all’angolo l’esistenza dei coreani; l’epidemia di suicidi che sta toccando il paese ne diviene la manifestazione ultima.

Nel 2021, la Corea ha registrato un tasso di suicidi di 26 su 100.000 persone, il più alto tra i paesi dell’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development). Questa strage prende piede in una società dove vige un clima di infelicità endemica: il contesto di pressione sociale influenza l’individuo attraverso un’educazione e un’abitudine performative, senza scampo per il tempo libero e il piacere. Gli abitanti vivono in funzione di un mercato del lavoro ultra-competitivo, atto a spremere ogni goccia del loro sudore fin dall’infanzia in una prospettiva di perfezione. Inoltre, il recente sviluppo in senso moderno del paese ha sconvolto una popolazione a maggioranza conservatrice, basata sulla tradizione e sulla vita rurale.

Lo shift di ambiente ha portato nuovi significati nell’individuo ed evidenziato i limiti di un welfare fragile. Come conseguenza, la malattia mentale ha fatto il suo ingresso: l’isolamento, la povertà, il sentimento di inutilità e la discriminazione delle diversità sono fattori scatenanti, che si aggiungono alla conformità e alla competizione per potenziare l’effetto tossico. Nonostante i media parlino sempre di più di salute mentale e la consapevolezza aumenti, l’assicurazione nazionale soffre di alcuni buchi nel trattamento della consulenza mentale: le sedute private possono costare molto, soprattutto per chi necessita di una terapia prolungata per patologie come la depressione. Ma ancor più grave è l’aura di stigma, per cui le persone vedono proprio nella depressione o ansia debolezze personali o fallimenti da non parlarne o affrontare. Subentra infatti la paura, legata a fatti culturali e psicologici di natura familiare e collettiva, di avere la propria reputazione o identità macchiata.

Le problematiche mentali fanno da traino principale al suicidio in Corea: secondo Statistics Korea, si tolgono la vita circa 37.5 persone a giorno, una ogni 39 minuti. La questione permea tutte le fasce di popolazione, perché il suicidio risulta la principale causa di morte tra i 10 e i 39 anni, con un tasso tra gli adolescenti del 44% e tra i ventenni del 56.8%. Il picco si raggiunge tra gli adulti, nello specifico coinvolge gli anziani in miseria, contrari a gravare sulle famiglie per curarsi.

Anche se la Corea del Sud offre un aspetto esterno che vuole sapere di perfezione, bisogna sottolineare il paradosso in atto: il desiderio deviato di eccellere, a discapito di una vita sociale e lavorativa dignitose, procede in un mare magnum di innovazioni e logiche di guadagno, dove ne fanno le spese gli individui.

Eroi e antieroi: gli Idol K-pop al centro della wave coreana

L’Hallyu non nasce a caso. La cultura popolare coreana ha un legame profondo con la situazione politica della nazione, interna ed estera: l’ultima influenza nel profondo la prima e la vicinanza con la sorella Corea del Nord e con il Giappone garantisce un terreno fertile in cui regna tensione e confronto reciproco.

In relazione a questo contesto, il paese ha organizzato un’operazione di soft power, da cui poi sorge la fortuna dell’onda coreana al di fuori dell’Oriente: infatti, nel 2017 il democratico Moon Jae-in diventa presidente. È l’inizio dell’Hallyu. Al contrario del precedente governo conservatore, targato Park Geun-hye, Moon Jae-in investe sulla produzione artistica: grazie a uno studio dei prodotti occidentali e a un’abile e regolata gestione aziendale e mediatica, si impone un’identità fortissima che unisce un pubblico mondiale.

Cuore e asset principale, il K-pop supera i confini nazionali, mescolando melodie ipnotiche, coreografie iridescenti, un’elevata qualità di produzione e una moltitudine di artisti dalle sembianze semidivine, gli Idol. Tali celebrità convivono con ritmi di vita estenuanti, dietro a sessioni di canto e ballo con l’ossessione di raggiungere la perfezione. Gli studi di registrazione sudcoreani plasmano l’immagine del genere e dei suoi talent, ma al contempo li sfruttano senza freno, senza guardare al loro stato: fanno firmare contratti a lungo termine, i “contratti di schiavitù”, ad artisti ancora bambini; ne controllano gli atteggiamenti e i comportamenti privati e pubblici.

Anche se cresce l’attenzione dell’opinione pubblica verso questa condizione, le pressioni del modus operandi degli studios rimangono celate e gravano su chi cresce dentro tale sistema sin da piccolo. Il suicidio diviene, dunque, una manifestazione esemplare della pressione continua e dello stress che l’industria dell’intrattenimento esercita su questi giovani per conto di una società iper-performativa. L’esposizione mediatica seziona ogni aspetto esistenziale degli Idol, offrendo all’opinione pubblica e alla medesima industria l’occasione per ingigantire qualsiasi minuscola imperfezione. Basta un commento fuori luogo, una scelta diversa da quella attesa e l’online esplode.

Per sfuggire a questo processo, i giovani del K-pop ricorrono sempre più spesso al suicidio. È l’espediente che garantisce la fuoriuscita dall’insostenibile gogna, della perpetrazione e del vittimismo: il conservatorismo estremista che avvolge la nazione funge da benzina per il serbatoio delle accuse, quindi il suicidio si può considerare un atto che libera dalla condanna della tradizione.

Nell’universo K-pop, ammettere di avere difficoltà o avere a che fare con problemi psicologici porta a correre un grande rischio professionale e personale. Insicurezze, paure e imperfezioni non si addicono a un semidio. È nella vergogna di mostrarsi umani che sta il dramma degli Idol; in perenne oscillazione tra il tentativo di ignorare e minimizzare le proprie debolezze e quello di lasciarsi andare, di lasciarsi sopraffare dalle proprie fragilità, anche a costo di (auto)frantumarsi.

L’epidemia di suicidi nel mondo del K-pop

Le storie di Idol che si sono tolti la vita sono molte, ma alcune restano più impresse delle altre.  

Choi Jinri (nota anche come Sulli) ha lavorato come attrice da quando aveva 11 anni e ha debuttato a 15 in uno dei gruppi più importanti nel panorama del kpop, le f(x). Nel 2014 si è presa una pausa da ogni attività da cantante e attrice a causa del pesante cyberbullismo subito, dicendo di essere mentalmente e fisicamente esausta. La relazione con il rapper Choiza le ha portato infatti tra il 2013 ed il 2017 molto odio e slut shaming da parte del pubblico. Sulli racconta nel 2018 di soffrire di attacchi di panico e disturbo d’ansia sociale da quando era molto giovane, sentendosi senza speranza e perennemente sola. Prima della sua morte combatteva con una grave depressione, dovuta probabilmente alle dure critiche ricevute nell’arco di tutta la carriera per le sue scelte e dichiarazioni, che non la rendevano conforme all’immagine perfetta di un’Idol. Sulli era apertamente femminista e schietta nell’esprimere le sue idee, non tirandosi indietro di fronte alle critiche. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche è stata infatti la partecipazione nel 2019 al programma The Night Of Hate Comments dove vennero fatti leggere a Sulli molti dei commenti d’odio a lei rivolti, per poi discuterne. Il tutto è culminato però con la sua morte nell’ottobre del 2019 a soli 25 anni. La sua voce sempre così diretta ha indubbiamente lasciato il segno nel mondo del kpop, tant’è che nel 2023 Netflix ha reso pubblica un’antologia in due parti dal titolo Persona: Sulli Il primo episodio è un cortometraggio girato poco prima della morte di Sulli, il secondo è una lunga intervista dove la ragazza parla di diversi temi legati all’essere un personaggio pubblico e il peso di essere considerata un prodotto per gran parte della sua vita, restituendo uno sguardo sulla mente e il modo di pensare di Sulli. 

Chiunque si approcci al k-pop deve molto agli Shinee, gruppo formatosi nel 2008 composto da 5 membri, tra i quali spicca per il contributo di autore e compositore di Kim Jonghyun. Nel 2015 comincia la carriera come solista, partecipando in modo significativo alla scrittura, organizzazione e composizione dei suoi album. Fu proprio Jonghyun tra i primi a superare il limitante controllo imposto dalle agenzie sul lavoro degli Idol, ricevendo grande riconoscimento per le sue capacità e definito nato per fare musica. Purtroppo il successo pubblico non corrisponde alla serenità privata: nel Dicembre 2017 Jonghyun affitta un appartamento a Seoul e invia dei messaggi alla sorella in cui parla di un ultimo addio. La sorella allarmata avverte le autorità, ma ormai è troppo tardi. Al funerale pubblico partecipano numerose celebrità, amici e amiche del cantante.
La sua è una figura particolare, non solo per il ruolo da ispiratore per i successivi artisti, ma anche per il suo coraggioso attivismo a favore della comunità LGBTQ+, tema tabù per il pubblico generalista sudcoreano. Jonghyun infatti nel 2013 usò come immagine di Twitter un messaggio scritto da una studentessa transgender che durante delle proteste contro le disuguaglianze sociali nel paese criticò le norme sociali conservatrici e discriminatore della Corea del Sud. La morte di Jonghyun si pensa essere legata alla depressione della quale soffriva e che nel tempo lo ha logorato (come si legge nel messaggio lasciato all’amico e collega Nine9). La sua scomparsa ha dato molto da riflettere sull’industria del k-pop, estremamente competitiva e lacerante per gli Idol.
Il 23 Gennaio 2018 viene pubblicato il suo ultimo album postumo Poet | Artist, il cui ricavato è andato alla madre di Jonghyun, che l’ha usato per iniziare una fondazione benefica, Shiny Foundation, per aiutare giovani artisti in difficoltà.

 

Molti e molte sono le Idol e le personalità del mondo dello spettacolo sudcoreano che in questi anni si sono tolte la vita, tanto da rendere impossibile ignorare il problema. Oggi è sempre più frequente che un Idol si prenda una pausa dalle attività per concentrarsi sulla propria salute mentale, come nel caso di Lia delle Itzy o Mina e Jeongyeon delle Twice. Inoltre sempre più Idol parlano apertamente della loro battaglia con la depressione e lo stress che comporta vivere sotto i riflettori, dovendo subire il severo giudizio di un pubblico sempre più intransigente. Un esempio è sicuramente Min Yoongi (noto come Suga e Agust D) dei BTS, il quale sia nelle attività come parte del gruppo che come solista ormai da anni parla del rapporto con la depressione e i pensieri di suicidio, in tracce come The Last e 140503 at Dawn (contenute in Agust D del 2016). Yoongi inoltre ha parlato anche degli standard di mascolinità tossica imposti dalla società, che spinge gli uomini a nascondere molte delle loro emozioni poiché viste come debolezze: «Molti fanno finta di stare bene, dicendo di non essere ‘deboli’, come se questo li rendesse persone deboli. Non penso sia giusto. Non si dice di una persona che è debole se la sua salute fisica non è buona. Stessa cosa dovrebbe avvenire per la salute mentale. La società dovrebbe essere più comprensiva». 

Anche Bae Suzy (ex Miss A e famosa attrice sudcoreana) nel 2013 ha parlato della sua depressione e del burnout causato da 3 anni di costanti impegni che spesso l’hanno fatta domandare se sarebbe arrivata al giorno successivo. Le Miss A ottennero un successo incredibile dopo il loro debutto nel 2010 e Suzy ha iniziato presto la sua carriera come attrice. I traguardi ottenuti l’hanno fatta sentire grata, ma allo stesso tempo è stata intrappolata in un lavoro costante, senza il tempo di poter respirare. Negli anni è riuscita a trovare un equilibrio, nonostante le critiche per la sua recitazione o la responsabilità dell’insuccesso di un film attribuita unicamente a lei, ha lavorato per superare ogni periodo di difficoltà, anche attraverso la sensibilizzazione sul tema della salute mentale con interviste e ruoli interpretati, come in Anna (2022) o Doona! (2023). La sua sincerità e l’essersi aperta con il pubblico ha innegabilmente normalizzato questo tipo di temi agli occhi del pubblico sudcoreano.

L’epidemia di suicidi nel  K-pop è la punta di un fenomeno sistemico della Corea del Sud, causato da una cultura  marcata dalla competizione e dalla vergogna dei propri errori. I recenti suicidi di Moon Bin degli Astro e dell’attore Lee Sun-kyun allontanano la speranza per un’imminente soluzione. Nonostante i ripetuti appelli e l’impegno nel parlare del problema della salute mentale a livello pubblico, la popolazione sudcoreana sembra far ancora fatica a comprendere la reale entità della questione. La speranza è che le nuove generazioni, sempre più impegnate nel combattere contro le ingiustizie tramandate da una cultura dell’onore, riescano a portare un vero cambiamento. Solo così sarà possibile evitare la perdita di altre vite, schiacciate dal peso di responsabilità troppo grandi per essere rette da due sole spalle.

di Maurizio Massa (Maurizio Massa),Giulia Morelli (Giulia Morelli)

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