Dentro la Ballroom

Puoi trovare questo nucleo nel numero 74 a pagina 7 del giornale.

Le House della comunità queer nazionale e internazionale

La decisione di raccontare dall’interno la scena Ballroom è stata un processo emerso dalle nostre comunità in modo naturale: i nostri spazi sono stati attraversati dalle persone che fanno parte di questa scena e i nostri contenuti hanno spesso narrato di questo mondo. Arrivare oggi a parlarne insieme alle persone che ne fanno parte è per noi più che un contenuto editoriale sul tema, il racconto di una crescita collettiva attraverso questo incontro che ci ha interessato tutte. 

 

Parlare di Ballroom è come entrare in una casa ricolma di ricordi, legami, e regole.  Proprio le house, cioè le case o famiglie, sono il cuore della Ballroom, il nucleo da cui tutto parte: perché senza una comunità – che, secondo le persone con cui abbiamo parlato, si configura come una vera e propria «famiglia scelta» –  non esisterebbe nulla. 

Così, allo stesso modo di una famiglia, anche nella house ognunə ricopre un ruolo che lə identifica: mother, father o kid, che con lə altrə figlə risponde al nome di fratello o sorella. Questa struttura, che ha una natura gerarchica e non definita per votazione o simili, è fortemente identificativa della comunità Ballroom e riconosciuta con rispetto dai membri. Chi decide di entrare a far parte di una house, ne onora le regole e le acquisisce come tali, consapevole di non poterle cambiare. Se non ti piacciono, allora significa che questo non è il tuo posto. Per preservare a tutti gli effetti lo spirito e la volontà delle fondatrici e dei fondatori, si evita di modificarne la struttura, mantenendone intatti i meccanismi interni originali. Questa “immobilità”, anche se può sembrare un modo rigido di gestire la comunità al suo interno, assicura la conservazione degli intenti delle prime comunità, favorendo la compattezza e la coesione di chi ne fa parte. Il sistema di regolazione presente nelle house si concretizza attraverso una rete di dipendenze verticali e orizzontali stabile e riconosciuta che, oltre a garantire una maggior funzionalità della struttura, comporta, d’altro canto, la necessità di richiedere autorizzazioni da parte dei partecipanti sulla modalità – e la stessa possibilità – di esporsi, creando dei meccanismi di controllo dei contenuti, che le persone con cui abbiamo parlato dichiarano derivare da una necessità di protezione e tutela della comunità. 

Questo ha reso più complicato e, quindi, anche più stimolante il nostro lavoro, portando a interrogarci sul senso di ciò che facciamo in quanto persone che si approcciano al giornalismo. Abbiamo osservato e rispettato la volontà di chi ci ha raccontato la sua storia, pur ritenendo necessario riflettere criticamente sui concetti di apertura e inclusività di queste bolle politiche e performative. Il nostro lavoro è stato quello di indagare, di riportare ciò che le voci che operano in mondo hanno deciso di raccontarci. 

Feevdi, Efya e Mullberry, Torino

«Per fortuna, oggi non è più sistematico finire in mezzo a una strada», spiega Feevdi, «ma la necessità di appartenenza, di avere una madre o un padre che ti sostenga, è rimasta intatta».

Quest’ultimo propone espressioni artistiche indipendenti a 360 gradi, momenti di socialità e di scambio culturale, mantenendo sempre uno spirito popolare e genuino.

Se sei poverə, le Houses ti veste. Se sei solə, le Houses ti porta a cena. Questa solidarietà si estende ben oltre i confini della città.

«La Ballroom è una subcultura, mentre le Ball sono gli eventi della scena». Fernando, conosciuto nella scena torinese come Feevdi, mette da subito in chiaro questa differenza. Per lui, che ha una storia di mixité razziale che il mondo là fuori fatica a catalogare, la Ballroom è stata la prima vera casa. Nate nella New York sotterranea degli anni ’70 e ’80, le house erano letteralmente un tetto, una famiglia per ragazzə queer nerə e latinə cacciatə dalle famiglie biologiche.

«Per fortuna, oggi non è più sistematico finire in mezzo a una strada», spiega Feevdi, «ma la necessità di appartenenza, di avere una madre o un padre che ti sostenga, è rimasta intatta». Funziona così: c’è chi fa parte di una Major, proiettatə nell’olimpo internazionale come la Legendary House of Gorgeous Gucci o la Undeniable House Of Basquiat, marchi globali di estetica e competizione. E poi c’è la scena Kiki, quella territoriale, locale, che vive di vita quotidiana. Sono due linee parallele che non si incontrano mai, ma su cui puoi viaggiare simultaneamente. A Torino l’impatto della ballroom culture va oltre l’estetica. La Kiki House of Savoia — divenuta poi Fiorucci — non si limitava a disciplinare i corpi nel voguing; costruiva campagne per la prevenzione HIV e spazi di discussione sul genere, offrendo un rifugio concreto all’ostilità urbana. La House si è sciolta, ma ha lasciato una grammatica della sopravvivenza che la città sta ancora imparando a declinare.

La scena torinese è un meccanismo di economia circolare e resistenza politica; partendo dai training che sono gratuiti, l’unico movimento di denaro è una colletta invisibile: un fondo cassa comune che serve a pagare la luce e le mura che proteggono i partecipanti. Se non si hanno i soldi per l’outfit per competere, non compri dalle multinazionali della fast fashion: te lo cuci. Betta, in arte Mullberry, cuce sia per sé che per lə altrə. È un atto politico. In un mondo che ti vuole consumatore, le Houses ti vogliono creatore. «È un supporto olistico», raccontano. Se sei poverə, le Houses ti veste. Se sei solə, le Houses ti porta a cena. Questa solidarietà si estende ben oltre i confini della città. Betta cita la United House of Watermelon, nata per unire performer politicamente schieratə sulla questione palestinese e contro ogni colonialismo. Perché il Voguing non è una posa per Instagram: è un corpo che occupa uno spazio che non gli era stato concesso. La Ballroom nasce dalla protesta, dimenticarlo significa trasformarla in ginnastica.

Ma cosa succede quando la musica parte? Michelle, alias Efya, cammina nella categoria Face. Non è un concorso di bellezza, è selling your face. Richiede un’arroganza sublime. «È un momento di affermazione. Serve a riprendersi il controllo della narrazione sul proprio corpo. E poi c’è il supporto. Quello vero, a differenza della street dance, da dove provengo e dove sono cresciuta, nella quale se sbagli sei fuori e vieni giudicatə. Nella Ballroom, se sbagli ma hai il coraggio di buttarti, ricevi l’applauso. Per tre minuti, i difetti che ti hanno fatto odiare allo specchio diventano la tua arma». 

Betta cammina Sex Siren. In un’epoca che oscilla tra puritanesimo e mercificazione, lei rivendica il diritto di essere sensuale senza essere un oggetto. «Non sono un pezzo di carne, è arte. Ti definiscono “007” se non hai ancora una House ma non sei mai invisibile. Nemmeno se ottieni un “chop” [letteralmente eliminato dalla competizione]; l’applauso c’è», dice Efya. «Perché il vero fallimento non è perdere, è non avere il coraggio di essere chi sei».

«Quelle persone facevano pubblicamente qualcosa che io avevo sempre fatto da sola nella mia camera ma lo rendevano super cool»

Torino è stata una delle culle della cultura rave italiana. Città industriale e operaia, con l’affermarsi della cultura clubbing in Europa, ha visto alternarsi club storici, come l’Azimut, o nuovi collettivi, come Slow Coma.

KA, Roma

Il racconto mainstream della Ballroom si ferma sempre allo stesso punto: qualche passo di voguing, lustrini, glitter. Come se dietro lo spettacolo non ci fosse nulla che valga la pena di essere compreso. Ma per chi vive questa scena dall’interno, la superficialità di questa narrazione è evidente quanto dolorosa. «La Ball non è uno spettacolo. Questa è una visione voyeuristica di chi non fa parte della scena», spiega Ka, attivista e membro della comunità Ballroom italiana. «Non è un Freak Show». Dietro ogni categoria camminata, dietro ogni performance, c’è qualcosa di molto più profondo: un sistema di sopravvivenza, una rete sociale per chi ne è escluso altrove.

La fierceness – quella sicurezza magnetica, quell’attitudine che sembra pura performance – ha in realtà una funzione precisa nella vita reale. «La fierceness che acquisisci in Ball ti serve per vivere a testa alta nel mondo reale, in contesti difficili o ai margini della società», racconta Ka. «Esistono categorie come Realness che servono ad affermare la propria identità per sopravvivere fuori». Per Ka, scoprire la Ballroom ha significato riconoscersi. Dopo aver assistito alle Ball per circa sei mesi, sia all’estero che in Italia, ha trovato un mondo estremamente familiare: «Quelle persone facevano pubblicamente qualcosa che io avevo sempre fatto da sola nella mia camera ma lo rendevano super cool». L’incontro con altre ragazze trans è stato il vero turning point. Nei momenti di maggiore difficoltà, è stata ospitata e aiutata economicamente da persone della scena. Una rete di supporto reale, non metaforica.

La categoria Realness rimane tra le più controverse, spesso criticata per apparente conformismo. Ma Ka ne difende il senso originario: «La categoria Realness non deve essere vista come una gara a “chi è più donna”, ma si concentra sul concetto di cis-passing che purtroppo nella nostra società è molto importante perché ti permette di non essere pestata, perché ti permette di lavorare tranquillamente». È una questione di sicurezza concreta. «La categoria nasce per metterti alla prova e capire se poi tu riesci a essere safe al di fuori», continua. «E questa è una cosa che, purtroppo, ad oggi serve ancora, perché continuiamo a essere persone discriminate». Non essere cis-passing, spiega, significa subire violenze che chi invece lo è può evitare.

Ma la scena italiana sta attraversando una fase critica. Si dice che un gruppo di persone con un obiettivo è una comunità, senza obiettivo è solo un gruppo. E secondo Ka, oggi l’obiettivo non è sempre così chiaro. «Sicuramente il privilegio che le persone in Ballroom hanno acquisito nel tempo ha tolto in molti casi la chiarezza dell’obiettivo», osserva. Il problema è strutturale: quando la sopravvivenza non è più il tema centrale, la Ballroom rischia di trasformarsi in altro. «È plausibile che se io non sono più un Butch Queen cacciato di casa perché gay e non ho più bisogno della mia House per sopravvivere, allora la mia House può diventare una squadra operativa per vincere premi e il mio stare in Ballroom un modo per avere attenzioni». Lo spirito competitivo è intrinseco alla scena – la Ballroom nasce dallo shade, dal “I’m better than you” – ma non può far dimenticare il senso di comunità. «Presentarsi alle Ball, camminare alle Ball, ricevere l’ovazione alla Ball e poi non presentarsi alla manifestazione per i diritti delle persone trans è un controsenso», sottolinea Ka. «Vuol dire che tu non sei lì per la comunità, ma sei lì per te stesso».

C’è poi un altro pericolo: che la Ballroom diventi una trappola. «La Ballroom è una fantasia, un mondo “altro”. Se ti chiudi lì dentro e perdi il contatto con la realtà, diventa tossico», avverte Ka. «La Ballroom dovrebbe servirti a trovare confidence da usare fuori, nella vita reale. Se la tua vita diventa solo Ballroom, diventa una trappola, una memoria stantia». Le categorie, secondo Ka, devono evolversi in relazione al mondo esterno, altrimenti si gira a vuoto. Ma come evolversi senza perdere l’essenza? «Dobbiamo permettere alla scena di integrarsi con la società odierna, mantenendo però il suo ruolo di spazio sicuro», risponde. «Se diventa troppo mainstream, rischia di non essere più safe». Il paradosso è delicato: è positivo che più persone conoscano questa realtà, ma è fondamentale che si approccino con rispetto per la cultura. «Chi cammina le categorie deve sapere da dove e perché nascono per evitare che si crei una comunità di persone che imitano senza conoscere e che non onorano più quella che è stata la scena che ci ha permesso di essere qui». La Ballroom italiana si trova quindi a un bivio: evolversi rischiando di snaturarsi, o preservarsi rischiando l’isolamento. Una tensione che, forse, è destinata a non risolversi mai completamente.

kinjiki, Napoli

Secondo Kinjiki, Napoli è un terreno fertile per questa scena, riconoscendo dei presupposti molto simili a quelli che hanno permesso la nascita della Ballroom a New York.

Milano è la città che più tra tutte raccoglie le influenze globali: direttamente dalla cultura queer del secolo scorso arrivano serate di ballroom e cabaret, come per Milan is Burning e Drama.

La storia di Kinjiki è una di quelle che intrecciano il desiderio di connessione con la necessità di affermarsi in uno spazio non solo congeniale, ma stimolante  per il suo estro creativo. Qualche anno fa, dopo una gratificante esperienza a Berlino, è tornata a Napoli con una grande necessità di fare rete e di connettersi di più alla scena queer locale: radicarsi profondamente nella sua terra. Aveva bisogno di sentirsi parte di qualcosa che l’accogliesse e  le permettesse di coltivare la sua creatività senza riserve, e sapeva che la Ballroom sarebbe stata lo spazio giusto per farlo. Ha iniziato con le categorie di Runway e Best Look, esercitandosi anche con il Vogue Femme, pur non avendo mai walkato – termine che si utilizza nella scena per indicare il competere alle Ball vere e proprie.

La scena della Ballroom napoletana risulta molto complessa: un microcosmo ricco di sfumature. Essendo una realtà molto piccola rispetto a quelle di altre grandi città, si è dovuta interfacciare con una serie di difficoltà. In parte perché geograficamente più isolata rispetto ai grandi centri decisionali, ma anche a causa di logiche  di carattere puramente sociale, che hanno in parte influito sul suo percorso nel contesto. 

Negli anni, la scena è cambiata molto e alcune delle problematicità riscontrate si sono, di fatto, evolute. Dopotutto, l’ambiente della Ballroom è, nel suo insieme, complesso. Secondo Kinjiki, Napoli è un terreno fertile per questa scena, riconoscendo dei presupposti molto simili a quelli che hanno permesso la nascita della Ballroom a New York. Qui, come dall’altra parte dell’Oceano, le culture e le estrazioni sociali si mescolano tra di loro, e proprio per questo motivo Napoli è il luogo ideale per dare vita a qualcosa di importante. In città è, ad oggi, Vesuvi-ha la realtà che più mantiene l’essenza underground della Ballroom napoletana.  

 

“Underground” è una parola chiave quando parliamo di Ballroom: una scena che prende vita per rispondere a necessità autentiche e profonde. Uno spazio pensato per ospitare persone queer che, ieri come oggi, riscontrano  maggiore difficoltà, dando  un rifugio (e un palco) a chi vive nell’invisibilità. Un luogo di liberazione. Tutte le House si autosostengono e quando ci entri, la dedizione alla causa è quasi totalizzante: tutto mira a instaurare un sentimento di solidarietà e sorellanza. Questo è un aspetto tipico delle vere sottoculture underground, dove per accedere vengono riprodotti processi simili a riti di passaggio. Un mondo affascinante, con una patina setosa e cangiante, ma caratterizzato da problematiche e rischi propri. Uno dei rischi è che anche questa scena smetta di godere della sua autenticità e che da underground possa involvere in mainstream, diventando  accessibile ai più. L’intervistata non ripudia questa evoluzione, ma bisogna sempre tenere a mente le conseguenze. Molto spesso la scena queer e le serate Ballroom sono contaminate da estranei, spesso curiosi e talvolta feticizzatori. L’apertura ai più, per quanto necessaria per essere viste e sentirsi affermate, è pericolosa e spesso ha un prezzo. Questa cultura potrebbe infatti perdere la sua autenticità originaria ed  essere snaturata, con il rischio di diventare solo un feticcio e una curiosa scena alternativa. Occorre quindi prestare la massima attenzione a queste trasformazioni. 

 

Parlando di Vesuvi-ha, quest’ultima è in realtà parte della scena Kiki – una categoria più piccola e recente di quella Ballroom. Si tratta di una specificità che probabilmente dipende dal recente sviluppo della scena napoletana.

La Ballroom – assieme alla personale esperienza di Kinjiki in Vesuvi-ha – ha sicuramente influito nella sua vita, portandola alla fondazione di Korybass: un collettivo-forum, pensato come realtà inclusiva di creazione, discussione e sorellanza. Korybass è una casa che viene fruita, i suoi membri sono stanze che vengono attraversate, in maniera meno gerarchica rispetto al mondo Ballroom; i rapporti sono più orizzontali. Concludendo, secondo Kinjiki, ciò di cui la scena napoletana necessita è una grande palestra di politica, un percorso reale verso una coscienza e consapevolezza più ampia. «Bisogna lavorare affinché vengano promossi spazi queer di organizzazione, formazione e discussione, sostenendo la nascita e il consolidamento di spazi fem realmente inclusivi per le donne trans, cercando sempre di non privare tali contesti della loro natura underground e di resistenza di questi contesti».

Daniella, Berlino

«Ballroom vuol dire muoversi nel mondo. Non è solo danza: è famiglia, lotta, arte. Significa camminare essendo se stesse. La Ballroom ti insegna a essere autenticə. Quando cammini, quando walki, hai una sicurezza che non è solo tua ma di tutta la Famiglia. È una forza collettiva». Danielle ha 23 anni e viene da Chicago. Nella Ballroom, Daniella esprime se stessa come artista poliedrica, come performer e organizzatrice, ma il rapporto con la comunità è complesso e profondo.

Si trasferisce a New York per il college dove entra a far parte della Kiki House of Marciano. Walka e organizza gli eventi, lavora sulla comunità e racconta il mondo Ballroom. 

Adesso vive a Berlino, dove studia storia all’università. 

 

La scena Europea si divide in due: da un lato Francia e Regno Unito, in cui le persone nere sono presenti e valorizzate nella scena, al contrario di quanto accade in Spagna, Italia e Germania. 

Le Ballroom sono state una risposta al razzismo e Daniella sottolinea spesso che la chiave per raccontarla deve essere questa. Soprattutto nell’Europa di adesso, più multietnica ma anche più razzista. 

«Negli Stati Uniti è difficile essere una persona trans, sopratutto se sei nerə. New York e Chicago sono generalmente posti fortemente omofobi e transfobici. Sono venuta a Berlino anche per questo: è una città in cui ti puoi esprimere ed esplorare».

In Germania, il partito di estrema destra Alternatif für Deutschland (AfD) è primo nei sondaggi. Il clima di razzismo, soprattutto tra i giovanissimi, è un problema sempre più imponente da affrontare. Berlino resiste a modo suo, nonostante la gentrificazione. La club culture, i movimenti politici giovanili, gli spazi, le attività come le Ballroom  e il workshop di Daniella sono anche — forse, soprattutto — momenti di resistenza e di lotta.

 

Un elemento di differenza rispetto agli States è che mentre in America molte dinamiche della scena sono ancora binarie, legate allo schema uomo-donna, la scena europea si sta strutturando tenendo in considerazione identità non–binary e gender non-conforming (GNC). Daniella suggerisce che Berlino nei prossimi cinque anni potrebbe diventare veramente importante nella scena Ballroom, soprattutto grazie a delle comunità che raccontano il mondo Ballroom con attività educative e laboratori che rendono queste realtà veramente inclusive. 

“La struttura delle House, che può sembrare esclusiva, nasce dal bisogno di avere una comunità profonda che ti supporta rispetto a un contesto ostile, razzista, in cui non è detto che la tua famiglia biologica rispetti ciò che sei. Quando entri in una Famiglia, all’inizio, guardi, impari dai più anziani. Sei unə “kid”, hai bisogno di guardarti con gli occhi di un gruppo diverso, in cui devi essere autenticə per essere accettatə». Come ci racconta «il fascino delle culture underground come le ballroom è questo: le devi scovare. Purtroppo una ballroom può risultare esclusiva, ma devi essere trascinato dentro. Non sono delle sette ma devi essere “iniziatə”. Questo vuol dire partecipare alla vita della famiglia fuori dalle Ballroom, alle cene, ai ritrovi. Vieni adottatə in qualche modo ed è un processo lento. Formalmente servono sei mesi per essere “accolti” nella house».

I club berlinesi sono spazi di riappropriazione e rivendicazione ma è difficile costruire comunità con rapporti profondi come nelle Ballroom. Le persone che incontri quando ti diverti sono di passaggio, mentre il rapporto che si instaura all’interno delle House è di tipo familiare, resistendo alle logiche individualiste ed economiche del mondo fuori. 

 

La gentrificazione, infatti, sta trasformando radicalmente la scena dei club storici della scena berlinese, cambiando anche le dinamiche della città.

«Spazi come lo Studio54, nella Berlino degli anni ’70 effettivamente costruivano una comunità. I club oggi sono diventati luoghi in cui andare per vantare che ci sei statə. Sono diventati uno status, perdendo la dimensione della comunità. Nella Ballroom questo non accade, perché ciò che conta è il numero di competizioni che vinci».

 

Tra le categorie della Ballroom, il voguing, soprattutto in Europa, ha dominato l’immaginario comune, veicolando spesso una narrazione a senso unico sul significato e le forme della competizione.

«Face è vista come la categoria più importante nella Ballroom. Per questo mi piace davvero. È iniziata negli anni ’80. Per me, significa esprimere la femminilità in un modo naturale, perché hai solo il tuo volto. Durante la gara, si cammina lentamente in modo da poter essere gurdatə bene. Con la danza puoi fare acrobazie ma con il viso non hai scampo. Nella Ballroom, danza e movimento sono due cose diverse perché nel movimento stai con il tuo viso, con la tua postura, con il tuo outfit. Serve più sicurezza per muoversi che per danzare. Le Ballroom non sono solo un luogo in cui si balla ma si sfila, si posa, si fa arte. Questo aspetto dopo la pandemia è diventato secondario ma le Ballroom nascono e continuano a essere luoghi dove si fa arte».

 

Le Ballroom sono luoghi in cui si crea un momento, un evento, una situazione, che dà valore a chi la costruisce e la vive. Ecosistemi di comunità sostenibili in città come Berlino sempre più intossicate dal consumismo.

«Penso fosse tre anni fa che ho walkato in Face, in una Ball qui a Berlino. Molte persone dalla scena di New York dicono che non è importante vincere o perdere, è importante creare un momento. Avevo questa grande produzione, stava andando tutto molto bene. Sono arrivata al tavolo dei sei giudici e tutti mi hanno dato 10 tranne uno. E se anche un solo giudice non ti dà 10, vieni chopped. E io nemmeno sapevo di essere stata chopped perché tutti stavano urlando il mio nome ed erano felicissimi. In quel momento ho pensato: non mi interessa se vinco o perdo. Per me si tratta di venire qui per essere me stessa, creare un momento e mostrare il mio star power. Quello è stato un momento che mi ha cambiato nella Ballroom. Mi concentravo molto sul vincere, perché avevo vinto tanto».

Creare un momento condiviso consente alle persone che sono parte della comunità di vedersi, di riconoscersi in quella dimensione esprimendosi reciprocamente in un’identità collettiva. «Le Ballroom sono una storia di liberazione delle persone nere e vorrei che continuassero a essere questo: un luogo di resistenza culturale prima di tutto». Le lotte vanno coltivate ricordando la storia che si portano dietro: una storia muore se non la racconta più nessuno. E noi siamo qui anche, e soprattutto, per questo.

Con i contributi di

Simone Speciale, Sara Parton, Giulia Barone, Eleonora Matteoli,
Asia Giangrande, Maria Ilenia Destito, Silvio Ardito, Giorgia Rossi,
Francesca Ronfani, Angelica Natalizio, Chiara Rugge, Lorenzo de
Filippo, Alice Melani

Immagine di Alice Melani
Alice Melani

Responsabile del Nucleo

🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

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