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Fin dentro i santuari

L'antropologo e medico Paul Farmer descrive la "violenza strutturale" come «quella esercitata sistematicamente, cioè in modo indiretto, da tutti coloro che appartengono a un certo ordine sociale». Il fatto che sia strutturale significa che è fondante della nostra società. Siamo sicuri che non esistano alternative a tutto questo? Nei santuari la cura è politica, e deve diventarlo anche fuori di lì.

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C’è una poesia attribuita al pastore Martin Niemöller che recita «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».

Quando non ne subiamo le conseguenze, tendiamo a pensare che la violenza non sia affare nostro. Ci sbagliamo, e la ragione affonda le radici nel concetto di violenza strutturale.

È violenza strutturale, secondo l’antropologo e medico Paul Farmer, «quella esercitata sistematicamente, cioè in modo indiretto, da tutti coloro che appartengono a un certo ordine sociale». Ciò significa che la matrice di questa violenza deve essere ricercata all’interno del sistema, e non nei singoli attori o movimenti. 

Nel 2001, qualche anno prima che Farmer elaborasse questo concetto, la violenza strutturale si è resa più che mai evidente. Il G8 di Genova, gli scontri tra i movimenti pacifisti e le forze dell’ordine, l’uccisione di Carlo Giuliani per mano del carabiniere Mario Placanica e le aggressioni da parte della polizia all’interno della scuola Diaz restano un caso esemplare di violazione dei diritti umani. Nel 2017 l’Italia è stata infatti condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per aver violato l’articolo 3 della Convenzione sul «divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti». Il reato di tortura è stato introdotto nel codice penale italiano nello stesso anno, ma il governo Meloni sta attualmente discutendo un disegno di legge per abrogarlo. 

Febbraio 2024, più di 20 anni dai fatti di Genova. Pisa è uno dei tanti luoghi in cui la violenza strutturale si manifesta di nuovo. Diventano virali le immagini della polizia che manganella gli studenti disarmati che protestano in favore della Palestina. Molti di loro sono minorenni, e le immagini devono aver smosso qualcosa, perché diversi gruppi di insegnanti si sono mobilitati in loro difesa. Ma c’è un’immagine più forte delle altre: il ghigno di un poliziotto mentre solleva il manganello. Sa di poterlo fare, sul casco non ha il codice identificativo e ha le spalle protette da un sistema enormemente più grande di lui. 

Il giornalista Ferdinando Cotugno ha commentato la situazione sui social dicendo che «Siamo su un piano inclinato, non conta il punto del piano in cui ci troviamo ma l’inclinazione. È quella a fare paura». Bisogna capire in fretta quanto è inclinato questo piano, quantomeno per fare i conti con la realtà e capire cosa possiamo fare, e se possiamo ancora immaginarne una migliore. 

Su questo piano inclinato convivono esseri umani e non umani. Tra questi, gli animali, che subiscono a loro volta gli effetti della violenza strutturale. Ma non tutti gli animali la subiscono allo stesso modo: ci sono infatti alcune specie animali, come i maiali, a cui vengono negati anche i diritti che invece vengono riconosciuti ad altre specie, come i cani e i gatti. Non godendo di alcun diritto – nemmeno quello alla vita – ogni tipo di violenza esercitata su questi animali è legittimata. 

Crosta, Crusca, Pumba, Dorothy, Mercoledì, Bartolomeo, Ursula, Carolina e Spino sono nove maiali. Abitano a Sairano (PV), in un santuario per animali che si chiama Cuori Liberi, ovvero un posto dove sono considerati animali d’affezione, come generalmente lo sono i cani e i gatti. Sono stati salvati dal destino del macello, dai maltrattamenti, da un’esistenza infelice. Nessuno, fino a poco tempo fa, si sarebbe sognato di privarli di un presente finalmente felice.

Il 20 settembre 2023, all’alba, i veterinari dell’Ats di Pavia fanno irruzione nel santuario dopo aver ricevuto l’ordine di uccidere i nove maiali per tenere sotto controllo la diffusione della Peste suina africana (Psa), letale per i maiali ma innocua per gli esseri umani. Cuori Liberi si trova in una posizione sfortunata: a pochi chilometri di distanza è presente un allevamento di maiali. La sola regione Lombardia è responsabile del 50% della produzione nazionale di carne di maiale e per contenere la diffusione della malattia negli allevamenti erano già stati uccisi circa 30 mila suini, con metodi crudeli e con diverse falle nella prevenzione della diffusione della Psa. 

Per garantire l’accesso dell’Ats all’interno del santuario sono presenti diverse camionette della polizia e agenti in tenute antisommossa, che agiscono violenza fisica e verbale su attivisti e attiviste che da giorni presidiano Cuori Liberi con la sola presenza dei loro corpi, fuori dal rifugio per evitare di importare la malattia e mettere in pericolo i maiali. Secondo l’Organizzazione per i diritti animali Essere Animali, alcuni rappresentanti della quale si trovavano a Cuori Liberi durante il presidio, gli unici ad aver violato le linee guida per contrastare la diffusione della Psa sono stati gli agenti, entrati nei recinti dei maiali privi di calzari protettivi e senza prendere le giuste precauzioni.

«Si chiamano Ursula, Carolina, Bartolomeo. Sono animali sani e sono animali liberi», racconta di aver gridato Roberto Manelli, attivista e responsabile della comunicazione del santuario. «Io questa cosa dei nomi continuavo a gridarla. A un certo punto le forze dell’ordine hanno perso la pazienza e mi hanno buttato per terra, mi hanno preso e mi hanno portato fuori, e poi mi hanno portato in questura». 

È violenza strutturale quella agita dalle istituzioni all’interno di un luogo dove tutto ci si aspetterebbe di trovare meno che la violenza. È violenza strutturale quella che sostituisce al dialogo le maniere forti, quella che spiazza e spaventa, che spinge a chiedersi cosa sia andato storto, perché le dinamiche di potere abbiano guadagnato tanto terreno da arrivare fino a lì. Dove eravamo, nel frattempo? 

I nomi dei nove maiali uccisi rappresentano il vero significato della realtà dei santuari per animali: non sono più animali “da reddito” –  ovvero utili al guadagno – ma individui. Come ricorda Manelli, «il santuario è un luogo della collettività, e bisogna fare in modo di tutelarlo. Il santuario antispecista parla del rispetto della vita, parla di tutela di tutto quello che è considerato diverso e inferiore». Nei santuari ogni violenza è bandita: il santuario difende degli esseri che, grazie alla nascita del movimento antispecista nella seconda metà del Novecento e con la pubblicazione di Animal Liberation del filosofo Peter Singer nel 1975, vengono riconosciuti come senzienti, e la cui esistenza viene riconosciuta di pari importanza rispetto a quella degli esseri umani. L’antispecismo nasce per contrastare lo specismo, ovvero l’idea secondo cui esiste una gerarchia tra specie: l’essere umano si trova sul gradino più alto e questa posizione lo legittima a sfruttare tutte le altre specie – animali e piante –  considerate inferiori. 

Marco Reggio è un attivista e filosofo italiano antispecista. Alla domanda se secondo lui l’antispecismo sia una questione politica risponde affermativamente, e a proposito di violenza strutturale riconosce come strutturale anche tutta la questione dello sfruttamento animale: questo significa che è una dinamica che riguarda tutta la società. Ne beneficiano tutti, ma alcune persone, quelle più privilegiate, ne beneficiano più di altre, soprattutto economicamente. Un po’ come nella Fattoria degli animali di George Orwell, «la legge è uguale per tutti, ma per alcuni è più uguale che per altri».

Considerando il caso del santuario Cuori Liberi, ci sono due prospettive dalle quali vale la pena analizzare la situazione. La prima riguarda la morte dei nove suini, che vede in azione quella che il filosofo Achille Mbembe chiama necropolitica, ovvero esercitare il potere arrogandosi il diritto di decidere chi può vivere e chi, invece, deve morire. Riprendendo la poesia di Niemöller, verrebbe da dire che adesso sono i suini, poi chissà: ci sono tanti modi di esercitare il controllo sulla vita e sulla morte degli individui. Sul piano, invece, del comportamento delle forze dell’ordine rispetto agli attivisti e alle attiviste in presidio davanti al santuario, ciò che è accaduto genera un certo grado di spaesamento.

Le forze dell’ordine dovrebbero garantire la sicurezza delle persone. Il concetto di sicurezza accostato all’utilizzo della forza bruta però, dà luogo a un cortocircuito logico, che provoca il rischio di sentirsi insicuri in presenza della polizia. Lo Stato come istituzione, e non come collettività, suona inoltre enorme e indistruttibile, e l’impossibilità di sapere con chi si ha a che fare quando ci interfacciamo col singolo agente di polizia, non saperne il nome e non vederne gli occhi rischia di creare un’ulteriore distanza tra il cittadino e coloro a cui, in teoria, ha delegato la propria sicurezza.

Il concetto più vicino a quello di necropolitica è d’altronde quello di biopolitica, teorizzato dal filosofo francese Michel Foucault, cioè la trama di rapporti tra potere e società. Questa nasce da un sistema di deleghe a cui è legata una burocrazia asfissiante, che mette gli individui nelle condizioni di dover eseguire gli ordini senza che nessuno si preoccupi di fare “il lavoro interpretativo”, come lo chiama l’antropologo David Graeber, cioè l’azione di ragionare su cosa fare in determinate situazioni prendendo in considerazione ogni aspetto della questione. Questo sistema di deleghe genera un netto distacco della politica dalla realtà, e alimenta, dice sempre Graeber, il sistema di violenza strutturale. 

Nonostante le violenze esercitate a Cuori Liberi abbiano creato un’altra macchia sulla coscienza dello Stato, i santuari restano luoghi di cura per eccellenza, al limite della sacralità. Una volta entrato in un santuario, l’animale deve adattarsi al luogo, così come il luogo – e chi ne fa parte – deve adattarsi al nuovo residente. Questo scambio è possibile solo se si mettono in atto le pratiche della cura. L’etica della cura e delle relazioni, infatti, nasce proprio dall’incontro con l’alterità, ovvero con ciò che consideriamo diverso, in questo caso dall’essere umano. Questa nuova etica viene definita dalla scrittrice Anna Maria Ortese come una “partecipazione al dolore”: creare un legame con l’alterità significa anche condividerne e comprenderne la sofferenza. 

La cura e la condivisione del dolore devono diventare una questione politica, e realtà che hanno già fatto questo passaggio, come quelle dei santuari, ne stanno vedendo i primi germogli. È da lì che bisogna ripartire. Non perché nei santuari si trovino le giuste risposte, ma perché nei luoghi di cura si trovano le giuste domande. Bisogna rimettere in discussione un sistema che ci ha abituato a normalizzare i lividi, quelli sulla pelle e quelli sui sogni infranti di pace e di rispetto. È tempo di curare le ferite e decostruire ogni certezza per immaginare, insieme, un futuro diverso. Che non porti la violenza fin dentro i santuari, ma che porti la cura  fin fuori di lì.

di Chiara Pedrocchi (Chiara Pedrocchi),Federica Benedetti (Federica Benedetti)

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