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Dentro al “politichese”, il linguaggio politico da sinistra a destra 

Come l’utilizzo dei social media rende strumentale la comunicazione orientando il consenso elettorale

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Il panorama politico attuale vede le democrazie corrodersi fino quasi all’implosione. La libertà e la pace, valori cardine della sinistra, fanno sempre più fatica contro un’estrema destra che corre veloce: negli ultimi anni si sta assistendo a un avanzamento da parte dei vari partiti ultra-reazionari, con un crescente consenso in diverse parti del globo. L’opinione pubblica subisce la seduzione di tematiche polarizzanti, quali negazionismo storico e climatico, o  le politiche migratorie. È nell’ampio dibattito dedicato a  queste ultime che si inserisce il discorso della “sostituzione etnica”, che contribuisce alla propaganda politica delle principali fazioni conservatrici.

 

In merito a questo contesto, gioca un ruolo fondamentale la relazione ambivalente fra mass media ed estrema destra. Secondo quanto detto dal politologo olandese Cas Mudde a Voxeurop, dietro le apparenze si cela un rapporto di simbiosi forte, vantaggioso per entrambi, fatto di attacchi alla “Lügenpresse” (stampa bugiarda) e di risposte della stampa basate sui pericoli che rappresenta la destra radicale.

Lampante è il caso degli Stati Uniti: durante le presidenziali del 2016, testate come il New York Times e il Washington Post hanno concesso il corrispondente di 4.24 miliardi di euro a livello di spazio mediatico-gratuito a Donald Trump. Il Tycoon ha poi gonfiato le loro casse, dando uno slancio verticale agli abbonamenti digitali dei due media.

 

Rientra in quest’ambito la manipolazione del linguaggio politico. Una manipolazione subdola, granulare: da una parte si confondono le acque del lessico – che accumula vaghezza – e della semantica – in cui la retorica degli opposti viene esasperata; dall’altra si usano riferimenti a fattori identitari, ossia valori morali, civili e religiosi riconosciuti dalla società e per questo incontestabili, connotandosi dell’eccezionalità che può essere confermata e garantita solo dalla parte politica che se ne fa portavoce. Perciò è rilevante riprendere il discorso del presidente argentino Javier Milei tenuto al World Economic Forum di Davos il 17 gennaio:

 

Oggi sono qui per dirvi che l’Occidente è in pericolo. È in pericolo perché coloro che dovrebbero difendere i valori occidentali si ritrovano cooptati da una visione del mondo che porta inesorabilmente al socialismo e, di conseguenza, alla povertà.

 

In tale testo politico si riscontra subito l’uso della ripetizione “è in pericolo”, usata per persuadere meglio attraverso l’insistenza e la ridondanza. Dà ritmo, determinante ed efficace in un testo orale in favore degli effetti fonici decorativi del discorso. E ancora in conclusione:

 

Non arrendetevi a una casta politica o ai parassiti che vivono delle spese dello stato, che vuole solo restare al potere e mantenere i propri privilegi.

 

In questo passaggio, si nota la violazione della pertinenza valoriale rispetto alla tesi sostenuta, in quanto Milei sferra un attacco personale nei confronti della coalizione opposta, denotando con aggettivi sprezzanti che mirano a spettacolarizzare. Un’esigenza comunicativa che cattura l’opinione pubblica e l’attenzione dei media.

L’evoluzione della comunicazione politica

La “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, trasmessa sulle reti televisive nazionali nel gennaio del 1994, segna l’inizio di un nuovo modo di comunicare in politica. Gli anni Novanta sono il ponte tra la comunicazione politica di massa del dopoguerra e l’utilizzo dei media digitali del nuovo millennio. Il Polo della Libertà – coalizione guidata da Forza Italia – fu il riflesso di ciò che stava avvenendo in Italia: le prime elezioni a sistema maggioritario, l’ascesa del partito pigliatutto, la nascita del mercato elettorale e la personalizzazione della politica. Silvio Berlusconi è il primo a usare gli strumenti del marketing in questo campo, grazie alle risorse e alla copertura mediatica di Mediaset. La politica stessa ne esce completamente trasformata: sparito il voto di appartenenza, il programma elettorale si fa prodotto, confezionato con cura per i telespettatori. Berlusconi guida questo cambiamento, travasando l’esperienza televisiva nella sfera politica. La strategia berlusconiana si basa interamente sulle capacità persuasive, narrative e agonistiche del leader politico, insomma sul suo appeal personale. La chiave è uno stile comunicativo diretto, fitto di termini colloquiali e di metafore importate da campi esterni alla politica, distante dal “politichese” parlato fino ad allora. I discorsi di Berlusconi incarnano un nuovo clima politico, dove l’identità nazionale prende il posto delle ideologie partitiche (“l’Italia è il Paese che amo”), la reputazione personale conta come garanzia di una leadership efficace (“il mio mestiere di imprenditore”) e si crea un rapporto diretto e personale con l’elettorato (“amiche e amici”). Il “nuovo” pronunciato otto volte solo nel discorso della “discesa in campo  è la parola d’ordine della politica-spettacolo.

 

La “costruzione dell’antagonista” è uno strumento essenziale per lo storytelling berlusconiano, che mina gli avversari presentandosi al tempo stesso come un eroe, o meglio “il Cavaliere”. Non solo, l’intera identità politica viene costruita proprio sulla base dello scontro con l’avversario, come specifica Giansante in La costruzione strategica dell’eroe e dell’antagonista nel discorso politico di Berlusconi. Alla sfiducia nelle ideologie viene opposto il pragmatismo della cultura imprenditoriale, il miracolo italiano, il liberalismo patinato di fine millennio. Le elezioni politiche del 1994 segnano un primato nella storia politica italiana: un “braccio di ferro” televisivo tra il carisma dell’homo novus e la “prima repubblica” in declino. Berlusconi si rivolge al pubblico, costruendo un “noi”, un’identità nazionale assimilata alla centrodestra, che trova la sua massima espressione nel bipolarismo con la “vecchia sinistra”.

 

L’anticomunismo di Berlusconi si nutre della sfiducia degli elettori nel sistema politico post tangentopoli e del potere immaginifico del discorso politico, che cristallizza dei nemici nell’immaginario collettivo, anche quando non esistono più. E quando i nemici non bastano, è il tempo delle promesse, come analizza Marit Viggen in La retorica politica contemporanea: analisi dei discorsi di Berlusconi e di Stoltenberg. Il 2001 è l’anno del “contratto con gli italiani”, un patto stretto in diretta televisiva poco prima delle elezioni, “la rivoluzione liberale” ideata dal suo team, che sancisce l’unione tra il leader e il suo pubblico. In un altro scontro televisivo, questa volta contro Romano Prodi per le elezioni del 2006, la strategia di Berlusconi è ancora una volta vincente, sullo schermo e in cabina elettorale. Sguardo fisso in telecamera, dito puntato e un’ultima battuta: «avete capito bene, aboliremo l’ICI anche sulla vostra casa». La comunicazione berlusconiana concretizza un nuovo panorama politico, dove l’arena politica è mediatica, il pubblico è mercato e il leader è partito.

 

L’eredità del “berlusconismo” è complessa: da un lato, un nuovo format comunicativo, la politica-spettacolo, basato interamente sul carisma di chi parla, dall’altro la partecipazione passiva, tra le sedie del pubblico o tra le schiere di “comunisti”. Vent’anni di governo berlusconiano hanno cambiato il volto della democrazia italiana in una “dittatura mediale” in cui è impossibile distinguere poteri, ambito pubblico e privato, propaganda politica e pubblicitaria. L’arena politica si trasforma completamente in una piazza mediatica: dove i leader selezionano i topic di discussione, creando il vocabolario, e il pubblico assiste al confronto, decretandone il vincitore. Tra le piaghe della “seconda repubblica”, il berlusconismo facilita l’ingresso al populismo, alla sfiducia nelle autorità, alla “pop-politica” di simboli e performance, alle strategie comunicative dei social media; come sottolinea Fabio Dei in  Pop-politica: le basi culturali del berlusconismo

Twitter e i social

L’avvento dei social network ha modificato radicalmente il linguaggio politico, caratterizzato da una maggior indifferenza. Ad oggi il social network maggiormente usato dalla politica è X (ex Twitter). Il primo politico ad esordire con un tweet fu  Matteo Renzi nel 2009 . «Torno a pensare che per il Pd fiorentino più che le primarie, ci voglia il primario». Il linguaggio politico si caratterizza perciò per una sua spettacolarizzazione, sorretta da battute accattivanti o slogan lampo anche non di natura politica. L’immediatezza dei social nel riscontro del consenso e del dissenso e la possibilità di avere un contatto diretto, anche se virtuale, con i cittadini, porta la politica a tenere un linguaggio che sia d’impatto. 

La semplificazione del linguaggio, causata dall’uso preponderante dei social, ha mutato la comunicazione anche nelle sedi istituzionali, dove il tentativo è sempre quello di mantenere un alto consenso sulla base di informazioni e notizie trasmesse superficialmente.  Se analizziamo in dati l’approdo della politica su Twitter, sulla base delle informazioni raccolte dall’Utopia Yearly Report, vediamo che Matteo Salvini nel 2020 è stato il maggior “twittatore” politico. Infatti, Salvini ha adottato la cosiddetta strategia della “bulimia da tweet”. L’analisi del professor Stefano Ondelli, ordinario di Linguistica italiana presso il Dipartimento di studi giuridici, del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione dell’Università di Trieste, su Treccani riguardo l’attività social di Salvini, analizza il periodo dal 2011 al 2018. Già dal suo debutto sui social, l’attività di Salvini si è dimostrata fin da subito intensa. Infatti, l’azione politica condotta sui social mira ad attaccare il nemico di turno. Primo fu il Sud Italia, ma nel corso degli anni ha modificato il target dei suoi nemici, passando dall’Unione europea e al suo sistema bancario, fino ad arrivare ad abbattersi sull’emergenza migratoria e sui migranti nello specifico. La sua attività social mira ad attirare nuovi elettori o a consolidare lo zoccolo duro leghista, riproponendo articoli di giornali e video, cercando così di influenzare la percezione del cittadino, filtrando, attraverso le proprie idee, notizie che potrebbero avere diverse letture. L’intervento politico sui social mostra oggettivamente un cambio linguistico che, deteriorandosi, lascia sempre meno spazio a un’informazione equa. Così rimane un ampio margine per una narrazione macchiettistica dello spettro politico italiano, abusando dello strumento social, il quale si mantiene su un movimento ridondante di colpi e contraccolpi. 

Le difficoltà della sinistra divisa 

Passando all’altra sponda dell’arco parlamentare, le modalità comunicative della sinistra risentono di quello che è uno dei suoi problemi atavici: la sua frammentazione. Proprio il principale partito del centrosinistra italiano, il Partito Democratico, rappresenta uno degli esempi più peculiari: percepito nel sentire comune come il successore della sinistra primo-repubblicana, rimane oggi l’unico grande partito del nostro paese a contenere un numero di correnti spesso anche in netta contrapposizione tra loro. Da ciò si crea il cortocircuito per cui chi si aspetta certe prese di posizione si ritrova davanti a una comunicazione “democristiana”, incerta e poco agile. Molto spesso il PD si dimostra timido su molti temi cari agli elettori di sinistra, soprattutto sui diritti sociali ed economici, e anche quando decide di esporsi lo fa in maniera poco convinta, in alcuni casi sembrando quasi vergognarsene: emblematico fu per esempio il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, quando prima delle ultime elezioni politiche affermò, sostanzialmente mentendo, che nel programma del PD non era presente nessuna proposta per una tassa patrimoniale. 

 

Le divisioni interne sono state particolarmente dannose quando il partito ha dovuto esporsi su temi di attualità: rispetto alla guerra in Ucraina il PD non è mai sembrato riuscire a trovare una quadra stabile interna e all’esterno si è allineato alla posizione europea di supporto militare all’Ucraina, scontentando però una parte dell’elettorato “pacifista”. Ancora più rovinosa è stata la gestione della comunicazione su Israele e Gaza: la morbidezza e la poca tempestività del PD sono state incompatibili con la storica importanza che la questione palestinese riveste per l’elettorato di sinistra, sia prima che dopo il 7 ottobre. Quando poi il partito ha cominciato a esprimersi con più decisione, sono arrivate dichiarazioni dissonanti o critiche pubbliche da parte di suoi stessi esponenti, come il deputato Piero Fassino, o il consigliere comunale di Milano Daniele Nahum, che ha addirittura lasciato il partito, accusandolo di aver sdoganato il termine “genocidio”. 

 

Allora a chi parla oggi il PD? Osservando le analisi del voto alle scorse elezioni politiche, si nota come la sua platea venga riempita principalmente dai ceti più ricchi e più istruiti. Agli impacci elencati precedentemente si aggiunge proprio la difficoltà nel contrastare, anche mediaticamente, questa nuova ondata di populismo di destra, giocando spesso in difesa parlando del “pericolo fascismo”, ma andando poco all’attacco, spesso riservando le proposte relativamente più coraggiose e innovative solo all’area dei diritti civili. E così il PD e il centrosinistra italiano in generale non riescono più a raccontarsi alla working class e vengono invece percepiti come l’area politica dei radical chic.



Programmi elettorali come specchio della comunicazione 

Rimanendo sullo scenario nazionale la difformità tra il linguaggio della destra e quello della sinistra si evince anche dalla struttura dei  programmi elettorali dei partiti di punta delle due coalizioni, FDI e PD.

Il programma di FDI[1] apre con un semplice quanto immediato “Per l’Italia”, slogan che non comunica un contenuto complesso ma rimane facilmente impresso, trasmettendo la vocazione identitaria del movimento. L’intero programma si sviluppa attorno a 15 punti, ogni punto si riassume in una pagina. I punti non vengono dettagliati e non vi è alcun riferimento ideologico né tecnico/strategico a supporto delle argomentazioni, che però risultano semplici e comprensibili.

Il programma del PD[2] apre invece con una citazione di David Sassoli seguita da 3 pagine di premessa a sottolineare i valori europeisti del partito. Si struttura attorno a 3 macroaree che si suddividono in una miriade di punti. Ogni punto viene approfondito e dettagliato in modo preciso, le tematiche, già di per sé complesse, sono arricchite da una serie di tecnicismi. Senza entrare nel merito del contenuto, a prima vista l’organizzazione dei temi pare confusa anche da un punto di vista grafico. Capitoli e sottocapitoli non si distinguono in modo chiaro e l’indice si trova alla fine del testo. Inoltre, per larghi tratti del programma vengono esposti aspetti valoriali; il tutto per un totale di 37 pagine.

 

In questo caso i programmi elettorali rispecchiano le caratteristiche comunicative delle leader di partito. Da un lato il pragmatismo di Giorgia Meloni e la capacità di adattare la sua comunicazione al contesto, passando agilmente dall’accento romano dai toni alti dei comizi, al perfetto inglese dai toni moderati dei palazzi delle istituzioni europee. Dall’altro la comunicazione quasi seminaristica dell’allora Segretario Enrico Letta e quella fin troppo onesta intellettualmente e poco smaliziata di Elly Schlein, che restituiscono un’immagine elitaria e una distanza siderale dai problemi reali dei cittadini.




Da quanto visto emerge come, da un punto di vista comunicativo, la destra populista si dimostri maggiormente a proprio agio con i moderni mezzi di comunicazione, mentre i movimenti progressisti siano rimasti incagliati nelle loro stesse correnti interne e in una comunicazione incomprensibile per larghe fasce di elettorato. In questo universo multimediale gli attori che traggono maggiori benefici sono quelli che intendono azzerare il dibattito, orientando la comunicazione non tanto sul contenuto quanto sull’impatto emotivo che scaturisce nei fruitori.

Il problema è che i temi della politica sono di per sé complessi ma i canali attraverso i quali vengono promulgati per caratteristiche tendono a ipersemplificare la realtà, rappresentando di per sé l’antitesi di qualsiasi paradigma che faccia della complessità una propria caratteristica.

Le principali argomentazioni delle quali la sinistra si dovrebbe occupare, quali l’emergenza climatica, la redistribuzione della ricchezza o i diritti civili vanno argomentati attraverso una storicizzazione dei fenomeni e la restituzione di dati oggettivi, processi questi che non possono coincidere per struttura con i canali attraverso i quali vengono trasmesse. Questo sistema risulta impermeabile alla complessità, l’essenziale dei messaggi sta nella forma non nel contenuto. Questo è uno dei motivi per cui la sinistra progressista, che non riesce a svincolarsi dalla complessità del suo lessico, raggiunge solo le fasce di popolazione più colte e istruite, risultando incomprensibile o addirittura boriosa per le persone a cui storicamente si rivolge. Di contro, la destra, maggiormente pragmatica, ha virato su un linguaggio essenziale, intercettando – anche in modo strumentale – il rifiuto collettivo alla complessità a favore di una comunicazione che subordina il contenuto alla forma.

di Elia Belingheri (Elia Belingheri),Giovanna Di Pietro (Giovanna Di Pietro),Leonardo Ciucci (Leonardo Ciucci),Maurizio Massa (Maurizio Massa),giuliobarto15@gmail.com (Giulio Bartolini)

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