Le immagini hanno ancora il potere di scuoterci?
I social hanno eliminato la barriera tra media e utente. Ogni persona può condividere il proprio scatto con i propri contatti nell’arco di pochi secondi: non solo momenti piacevoli, ma anche racconti forti, come nel caso di un attacco terroristico. Sebbene le foto in rete siano supervisionate dalle piattaforme, che hanno delle norme ben definite per la loro condivisione, l’esposizione a determinati contenuti è innegabilmente maggiore. In un mondo iperconnesso la circolazione di notizie e immagini false è sempre dietro l’angolo. Le nuove tecnologie offrono, infatti, la possibilità di creare foto da zero, servendosi dell’Intelligenza Artificiale. Questo pone gli utenti nella condizione di interrogarsi sulla veridicità o meno di immagini anche crude. Oggi, le foto generate con IA presentano ancora delle imperfezioni, dunque solo prestando la giusta attenzione è possibile distinguerle da scatti reali; ciononostante, riconoscere l’esistenza del male potrebbe essere più complicato del previsto per coloro che non vivono la guerra in prima persona.
I social diventano, quindi, uno strumento di denuncia: un modo per diffondere ciò di cui non parlano i canali ufficiali o su cui l’attenzione sembra affievolirsi sensibilizzando su determinati temi.
Un esempio per comprendere questo fenomeno può essere quello avvenuto il 27 e 28 Maggio, quando il feed di Instagram è stato invaso da una foto generata dall’Intelligenza Artificiale. Più di quarantasette milioni di persone hanno condiviso un appello per Rafah, a Gaza, per l’attacco sferrato da Israele nonostante fosse stata designata come zona umanitaria. Sono morte almeno 45 persone.
Laddove non sono riuscite ad arrivare le migliaia di foto e video dellз reporter palestinesз, è riuscita una semplice foto generata artificialmente, pulita e netta: “All Eyes on Rafah” scritto a caratteri cubitali su una tendopoli. Manca il sangue, manca la violenza, e ha fatto il giro del mondo. Forse è proprio la sua semplicità a renderla digestibile. Facile da condividere nelle storie anche da chi è poco informatə su ciò che sta succedendo in Palestina è un appello universale, che permette di lavarsi la coscienza senza troppi sforzi. O forse il primo spiraglio di una coscienza collettiva che prende voce sui social network, le grandi piazze odierne.
L’immagine è stata generata da un fotografo malese noto online come Chaa, che in pochi giorni è passato da poche migliaia a più di 25mila follower. A distanza di un mese, però, digitando su Google la query “All Eyes on Rafah”, si nota che le ricerche – dopo il picco del 28 Maggio – sono crollate. Viene da chiedersi se questa foto sia ancora considerabile uno strumento di denuncia o l’ennesimo trend, che nonostante le buone intenzioni, ha una vita breve e nutre l’attivismo social.
Lo spettacolo del dolore tra negazione e ipersaturazione
A partire dall’analisi elaborata da Stanley Cohen in Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea nell’ambito degli studi sull’eradicazione del dolore – delle sue cause e conseguenze – che caratterizzano l’odierna società, è possibile definire la compassion fatigue (“stanchezza da compassione”) come il sovraccarico, la normalizzazione e l’obnubilamento, ma anche il logorio emotivo e mentale tale da ridurre la capacità di provare sentimenti e provocare una minore sensibilità morale. Tale compassion fatigue, secondo le parole di Cohen, «qualche volta significa abituarsi alle cattive notizie, altre volte indica riluttanza o incapacità a rispondere a richieste d’aiuto», tanto che non per forza vi è una negazione dei fatti, ma semplicemente una ipersaturazione data dall’abituale e onnipresente, esposizione alle cattive notizie che non permette più di prestarvi la dovuta attenzione e a mobilitarsi di conseguenza, con pensieri oppure azioni. È proprio attraverso la normalizzazione della violenza e della sofferenza come elementi ineluttabili dell’esistenza che tali immagini smettono di essere sostenibili, e ciò che ne consegue è un’anestesia psichica ed emozionale verso il dolore dellз altrз.
Nell’era della sovrabbondanza di immagini di dolore e della compassion fatigue, dell’esposizione abituale alle più svariate atrocità su ogni schermo a propria disposizione, la sofferenza diviene spettacolo, in una cornice entro la quale – come afferma Luc Boltanski in Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica – si svolge «l’osservazione degli infelici da parte di quelli che non condividono le loro sofferenze, che non ne hanno l’esperienza diretta». Se è dunque vero che solo attraverso l’esperienza o le sue narrazioni si può comprendere ciò cui si assiste e talvolta stabilirci una connessione; funzione dei media contemporanei è permettere allз spettatorз di ampliare la realtà fino a quel momento conosciuta e di avvicinarsi a quelle ritenute lontane. È infatti incontestabile, secondo Boltanski, che i media «propongono allo spettatore una modalità definita di impegno emozionale, linguistico e conativo,» forse troppo esigua per essere in grado di stabilire una connessione col mondo dell’esperienza, ma dinanzi al quale lə spettatorə può scegliere se accettare o rigettare, se indignarsi o sviluppare riflessioni, se interrogarsi e imputare intenzioni diverse da quelle che i media stessi rendono manifeste.
Secondo le implicazioni della teoria del media malaise, la pervasiva presenza dei media come mai prima d’ora contribuisce a creare un senso di impotenza e disillusione nei confronti della politica e della società. Tuttavia, proprio la pluralità e diversificazione dei formati e dei contenuti potrebbero aumentare le probabilità che sempre più persone entrino in contatto con realtà lontane a cui potrebbero decidere di avvicinarsi, anche attraverso la mobilitazione.


Davanti al dolore degli altri
“Che significa protestare contro la violenza rispetto al semplice prenderne atto?”
Questa è la domanda a cui Susan Sontag prova a dare una risposta nel suo ultimo saggio pubblicato nel 2003, un anno prima della sua morte. In Davanti al dolore degli altri l’autrice indaga il tema dell’iconografia della sofferenza e della funzione che la fotografia di guerra svolge nella contemporaneità, caratterizzata dalla iperdiffusione delle immagini.
Lo sguardo nelle riflessioni di Sontag non è mai disincarnato o estraniato rispetto all’oggetto e quello che assume, in questo caso, è il punto di vista di un ipotetico “noi” che assiste da lontano, tramite la televisione, i giornali e i social, a devastazioni e atrocità perpetrate da esseri umani su altri esseri umani. La possibilità di vedere rende consapevoli rispetto a ciò che accade, ma il valore della fotografia va oltre la mera funzione informativa e si connota in termini etici, politici e civili.
Affinché chi è lontano e al sicuro da un contesto di guerra sia destatə dalla condizione di indifferenza e di innocenza, è necessario che sia scioccatə da un’immagine straziante che, per un momento, costringe a mettersi, appunto, davanti al dolore dellз altrз. Riguardo allo shock al quale si è soggettз guardando foto di città devastate e di corpi mutilati, Sontag ne sottolinea il limite temporale, ossia il fatto che l’indignazione può diminuire fino a diventare familiare. La causa di questa possibile assuefazione all’orrore viene spesso identificata proprio con la massiccia proliferazione delle immagini di guerra in rete: essere virtualmente “circondatз” dalle crudeltà che stanno avvenendo, invece di avvicinare, produce una distanza ancora maggiore e la tendenza è quella di rifugiarsi nella propria comoda indifferenza.
Tuttavia, immagini strazianti come quelle della Seconda Guerra Mondiale, della guerra in Vietnam, del genocidio in Ruanda, non smetteranno mai di scioccare, ed è in questo che la fotografia svolge il suo ruolo etico: le scene che ritrae costituiscono la “scintilla iniziale” che induce a guardare, ma non sono sufficienti se l’obiettivo è quello di comprendere.
Susan Sontag avanza l’idea che «se si diviene meno sensibili agli orrori di una guerra, qualunque guerra, è proprio perché si ha l’impressione che non possa essere fermata». A causare questa apatia non sarebbe quindi la quantità di immagini da cui si è sommersз, ma il fatto che la forte emozione suscitata sul momento a lungo andare inaridisce, se non viene tramutata in opposizione attiva, denuncia e dissenso. La compassione in sé non basta a evitare che una guerra diventi “normale” per chi la osserva da lontano; occorre, suggerisce Sontag, «riflettere su come i nostri privilegi si collocano sulla carta geografica delle loro sofferenze e possono essere connessi a tali sofferenze, dal momento che la ricchezza di alcuni può implicare l’indigenza di altri».
Le icone nell’era della riproduzione digitale delle immagini
Nell’immensità di fotografie che vengono prodotte ogni giorno è facile notare che una parte di esse subisce quello che viene definito un processo di “iconizzazione”. Cioè, alcune immagini, per delle loro caratteristiche intrinseche o per una viralizzazione casuale, riescono in qualche modo a distinguersi nel magma visuale che compone il web. Secondo la definizione della Scuola di Yale, il potere iconico è la capacità di un’immagine di fissare un significato sociale in una forma materiale, attorno a cui si sviluppa un sentimento di partecipazione collettiva da parte dei pubblici che coinvolge gli aspetti emotivi e sensoriali piuttosto che quelli cognitivi e razionali. Le icone sono poi dotate di un’ambiguità semantica che le caratterizza: ciò rende tali immagini capaci di svincolarsi dai loro originari contesti di produzione per evocare trend culturali più ampi e aprire il dibattito pubblico su tensioni e conflitti emergenti a livello sociale.
In particolare, secondo un articolo del Journal of Communication di Oxford, le icone si distinguono per tre caratteristiche. Una prima definizione, è che si tratta di “immagini simbolicamente dense che sono ampiamente ripubblicate nel corso del tempo”. Basti pensare al fatto che alcune immagini abbiamo una capacità tanto riassuntiva quanto evocativa di alcuni eventi. È il caso della fotografia di Nick Ut del 1972: conosciuta con il titolo di “Napalm Girl”, è una delle prime immagini che la memoria collettiva collega istintivamente al discorso sulla guerra del Vietnam.
Le icone, poi, sono capaci di “attirare l’attenzione del pubblico sulla pubblicazione iniziale, diventando oggetto di ampio riconoscimento e discussione, e di agire come dispositivi mnemonici collettivi per le generazioni successive”. Emblematico di questa caratteristica è il caso della fotografia di Alan Kurdi. Il corpo senza vita del bambino siriano di tre anni, trovato sulle coste turche, è stato condiviso milioni di volte da account pubblici e istituzionali nei giorni successivi. Questo caso ha aperto un acceso dibattito durante le elezioni federali canadesi del 2015 ed in generale in tutti i Paesi coinvolti dalla crisi del sistema di accoglienza.
Infine, le nuove icone “tendono a diventare modelli per altre immagini fatte in periodi successivi che riescono anche deliberatamente a imitare l’immagine precedente”. Con ciò si fa riferimento al fatto che le icone finiscono per costituire una vera e propria “memoria dei media” o, meglio, una serie di “passati collettivi che sono narrati dai media, attraverso l’uso dei media, e circa i media”. Alcune fotografie, così, finiscono per diventare modelli potenzialmente simbolici per la memoria di un evento o di periodo, anche nella forma contemporanea di meme, rivolgendosi in questo modo al pubblico transgenerazionale e transnazionale.
Le riflessioni di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri sono dunque importanti per comprendere il potere che le immagini possono avere nello scuotere le coscienze. In una società sempre più connessa, infatti, risulta necessario trovare modi più adeguati per mantenere viva l’attenzione verso il dolore dellз altrз e trasformare l’informazione in mobilitazione col fine ultimo di generare un cambiamento sociale.
