Siamo a metà anni ‘70 quando in una vecchia villa gotica viene alla luce un living Mr. Muscle.
Scultoreo, biondo, coperto solo di un succinto boxer dorato, Rocky è animato (un po’ come tutta l’abitazione) solo dal dirompente desiderio sessuale del suo creatore, lo scienziato Frank N. Furter (interpretato da uno straordinario Tim Curry). È il Rocky Horror Picture Show.
Esattamente come Frank N. Furter, anche noi oggi con l’AI stiamo creando i nostri sexy Frankenstein, cercando di scrivere nel prompt tutto ciò che ci sembra sessualmente appetibile o che guarderemmo volentieri in un’immagine pornografica.
Ognuna al suo pc, io e Sofia stiamo scoprendo la sessualità come se avessimo ancora una volta 12 anni davanti a Pornhub.
In silenzio ci scambiamo febbrilmente link, gif di seni giganti che rimbalzano nella gloria del rallentatore (citazione al pezzo omonimo dei Vulva de Leyva ispirato alle traduzioni automatiche dei porno). Ogni variabile del desiderio si presenta davanti a noi categorizzata con la precisione di un manuale di sintomatologia.
Pornify è una miniera e ci inghiotte. Senza l’abbonamento VIP non possiamo spaziare molto con questo tool AI che genera contenuti pornografici: sfruttando la più basilare delle leggi di mercato, tutto quello che ha più richiesta ha un prezzo. Con Body Type e Breast Shape si apre un elenco infinito di body-features che non conoscevo neanche, perderemmo una giornata solo per vedere tutto quanto e ritrovarci in qualcuno di questi modelli (forse sono hourglass con le tette leggermente east-west? Spero non troppo saggy?).
Ci guardiamo sbalordite: siamo in un laboratorio di eugenetica del desiderio.
Il progetto sembra funzionare meglio sulla costruzione della femmina. Al maschio manca definizione. Non possiamo selezionare l’image type che riteniamo più adeguato (per intenderci: anime, lowpoly, hentai, gothic, witch sono solo alcuni dei 17 tipi presenti per le donne), non abbiamo il controllo della forma del pene (circonciso o non, curvato da un lato o dall’altro), possiamo però definire size e body type con abbastanza accuratezza, spunto che troviamo subito interessante ma anche altrettanto ovvio.
Al maschio, insomma, manca il dettaglio ossessivo e curioso che ci ha attratte in prima battuta.
Questa smania di controllo, di contenere il margine di errore e pilotare l’erotismo, sembrava non poter andare oltre i pronostici di Eros in agonia o Amore liquido. La diagnosi è chiara per Han e Bauman: la china del narcisismo l’abbiamo già presa, possiamo solo stare a guardare.
Nella pornografia AI-generated, destinata all’autoerotismo, c’è però forse quasi un senso di ricostruzione (meglio rimodulazione) del rapporto con l’Altro. In questo atto contemporaneamente solitario e non, sembra di ricalcare una sorta di percorso adamitico: dalla mia costola, un deus ex machina crea un Altro, uguale e diverso.
Così, l’altra metà dell’Eros è il nostro doppio, l’insieme dei nostri desideri più sfrenati.
Non ci si innamora dell’Uguale. Davanti a questi seni straripanti e addominali irrealistici lo capiamo meglio che quando studiavamo filosofia: ci si innamora di tutto ciò che è aspirazionale e l’Eros diventa etereo, si smaterializza per non vivere la sfida della realtà.
L’obiettivo e la forza primaria di questi tool diventa l’iper-personalizzazione dell’oggetto del piacere. È la possibilità di dare ampio e libero spazio ai propri sogni e desideri che spinge al loro sviluppo.
Riuscire a ricreare un avatar che condensi tutti i nostri desideri sessuali, le nostre fantasie, è veramente un lavoro di eugenetica che col porno non avremmo mai potuto fare.
Questa iper-personalizzazione però sembra in un certo senso, come appunto anticipava Byung Chul Han in Eros in agonia, addomesticare la libido, abituandola a rispondere però a dei comandi, degli stimoli estremamente precisi e accurati che abbiamo stabilito in precedenza.
Quello a cui assistiamo, sostanzialmente, è il trionfo del sex appeal dell’inorganico, di cui parlava Perniola già nel 1994, anticipando quello che oggi viviamo in purezza.
In un’ottica marxista di critica alla mercificazione dilagante, Perniola aveva già individuato quello che guardando queste piattaforme è facile notare: da una sessualità orgiastica, vitale, fatta essenzialmente dall’incontro o dalla speranza dell’incontro con l’altro, si passa ad una sessualità inorganica, artificiale e fondamentalmente astratta.
Il compromesso perde di significato davanti al trionfo dell’iper-personalizzazione e la libido diventa un esperimento in provetta, dove la più piccola variazione può generare un risultato differente.
I siti che ci ritroviamo a spulciare sono almeno una cinquantina, tutti gratuiti o almeno freemium.
Con un prompt raffazzonato o qualche click, abbiamo l’oggetto del nostro desiderio davanti a noi, inerme, pronto a prestarsi ai comandi del nostro pc. Una marionetta, insomma.
L’AI non nasce con giudizi o standard di bellezza, non è binaria e non ha una sua sessualità, raccoglie tutto quello che seminiamo e lo restituisce in egual misura, contribuendo alla legittimazione di un sogno sfrenato.
Non c’è limite all’erotismo.
Capitando poi su Reddit, troviamo una marea di gruppi e topic dedicati al tema (dal gruppo che posta settimanalmente audio hot realizzati “with a nifty ai porn”, ai commenti sulle “AI dream girls” – Her di Spike Jonze era una premonizione?).
Ciò conferma una sensazione: questa nicchia digitale, questi tool hanno liberalizzato e legittimato qualsiasi tipo di preferenza, kink o desiderio sessuale, facendo sentire chiunque possa utilizzare tali AI come socialmente accettato, pur uscendo dagli standard canonici della sessualità e anche, a volte, di ciò che è socialmente accettabile.
Ma a cambiare non è solo la fruizione privata della pornografia, ma proprio la dimensione sociale, l’idea dell’Altro.
Se la fruibilità e l’offerta pornografica digitale diventano immediate e propongono ogni tipologia di sesso esistente e possibile, lo scontro con la realtà potrebbe risultare spiazzante.
Il confronto tra il partner reale e il nostro sexy Frankenstein creerebbe un circolo di aspettative e di insoddisfazione nel vivere l’analogico.
Esistono già alcune ricerche secondo cui gli uomini che guardano frequentemente pornografia possono soffrire di disfunzione erettile a causa degli standard idealizzati che vengono raffigurati.
Per le donne, invece, il discorso è più complesso: se da una parte si registra una diminuzione del senso di vergogna legato al piacere sessuale, dall’altra diventa sempre più strutturata la critica contro gli standard di bellezza irraggiungibili e l’oggettificazione del corpo femminile.
Chiaramente l’arrivo dell’AI, complica ulteriormente la questione anche se resta ancora molto difficile prevedere le conseguenze che impatteranno la nostra società in un futuro prossimo. Vi è chi, però, considera già la possibilità che la soddisfazione sessuale possa trasformarsi in una ricerca puramente solitaria, in cui gli individui si troverebbero a tu per tu solo con le AI. Quello che però emerge dalla nostra esperienza, è che l’AI generated porn crea un cortocircuito etico importante.
Da un lato è evidente che questo strumento porti con sé dei forti rischi sociali, come l’allontanamento dall’Altro, o la fortificazione di alcuni bias misogini, ma esplorando le funzionalità dei vari siti che troviamo diventa sempre più chiaro quanto sia uno strumento di liberalizzazione dei contenuti e di legittimazione dei piaceri sessuali individuali.
Quest’ultimo punto è forse l’elemento che più ci affascina forse anche perché il meno dibattuto.
È interessantissimo in merito lo scambio tra Giada Arena e Alyce Noir in un video essay per Lucy, quest’ultima sembra infatti sottolineare delle implicazioni positive per l’industria pornografica.
L’AI sarebbe in questo caso uno strumento per tutelare e aiutare i performer, evitando loro pratiche non per tutti piacevoli, come quelle di sottomissione, o dolorose, come la doppia penetrazione.
Nel valutare i pro e i contro, non possiamo non pensare a Hate Speech di Claudia Bianchi.
Nel testo Bianchi sottolinea come la pornografia non egualitaria possa portare al rafforzamento di stereotipi e pregiudizi che consolidano sempre più le gerarchie di genere, provocando l’accettazione e la legittimazione dei comportamenti che li confermano.
Il collegamento tra Hate Speech e le cose che abbiamo appena visto è abbastanza inevitabile. Poter produrre qualsiasi tipo di contenuto, realizzare virtualmente qualsiasi tipo di atto sessuale (ai limiti dell’abuso e oltre) è una possibilità concreta, ma soprattutto diffusa tra i porn creator.
Sono svariate le rappresentazioni di subordinazione femminile che ci troviamo a guardare e probabilmente ce ne stiamo perdendo molte altre nettamente peggiori, basti pensare al report del 2023 dell’università di Stanford sul legame tra pedopornografia e AI. Il rischio è che facilitando la creazione e l’accesso a questi contenuti, gli atteggiamenti che vi sono rappresentati vengano sempre più normalizzati, aumentando la probabilità che avvengano di riflesso nel mondo reale. Così, i comportamenti di abuso, se sdoganati su queste piattaforme, incrementerebbero nella realtà a causa dell’ “accettazione” e “legittimazione” digitale che ricevono.
Se, infatti, non vi è ostacolo alla generazione di qualsiasi genere di immagine o video pornografico, è possibile che questo succeda.
In realtà alcune AI hanno dei termini d’uso tali da limitare questi casi. Per esempio se Dall-E di OpenAI non permette di generare immagini di violenza, invece, Midjourney quelle che rappresentano aggressioni o abusi. Tuttavia, esistono molte altre AI meno conosciute che invece non hanno nessun ostacolo alla generazione di immagini o video o addirittura nate apposta con lo scopo di “nudificare” altre immagini.
Di questo ce ne rendiamo conto sbarcando proprio su Nudify. Il principio di funzionamento di questo sito è semplicissimo: inserita un’immagine, l’AI procederà a svestire o “nudificare” i soggetti al suo interno, contribuendo quindi al fenomeno dei deepfake.
Nel 2023 ad Almendralejo in Spagna, un gruppo di venti ragazze ha scoperto la diffusione di loro selfie nudi mai scattati da loro, realizzati invece proprio con Nudify e messi in circolazione proprio da un gruppo di ragazzi.
Se però in alcune giurisdizioni, come ad esempio i Paesi Bassi o lo stato del Victoria in Australia, criminalizzano già la produzione di deepfake non consensuali, nel resto del mondo la legge rimane ancora in dubbio sul dafarsi, incontrando come prima opposizione l’idea che questa sia una fantasia sessuale come si potrebbe immaginare nella propria testa. Solo con un pubblico molto più ampio, violazioni di privacy e soprattutto nuove forme di abuso digitale.
Dall’altra parte, secondo Don Fallis, professore alla Northeastern University, se i video deepfake diventano la norma, la gente tenderà a diffidare anche dei video reali rendendo meno credibili tali contenuti e portando tutti a dubitare di più del materiale condiviso online. Questo, sarebbe una buona notizia specialmente per quei casi in cui tali immagini e video sono diffusi non consensualmente per vendetta, come i revenge porn, e portano a conseguenze quali licenziamento. Chiaramente però le conseguenze riguardanti la violazione della privacy, di dignità e psicologici ai danni del protagonista della raffigurazione rimarrebbero i medesimi.
È difficile immaginare che il sesso in futuro possa diventare solo ed esclusivamente etereo, digitale, ma è interessante immaginare delle pratiche utili per integrare questo strumento oscuro e allettante nelle nostre vite.
Chiudendo tutte queste schede piene di donne e uomini alieni, di stereotipi sulla sessualità, non possiamo fare a meno che chiederci quale sarà il sesso del futuro e quanto inorganica diventerà la libido.
È per noi improbabile pensare ad una totale digitalizzazione della sessualità, ma è interessante immaginare come il digitale e l’AI decostruiranno e ricostruiranno il concetto di libido e di eccitazione, alleviando o sostituendosi alla seducente complessità delle relazioni umane (cit del video youtube).
