Dancing Days: RomaEuropa spinge la danza oltre i confini

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Tra le domande fatte a Francesca Manica, curatrice di Dancing Days, ce n’è una sulla quale si innesta tutta la nostra intervista, a proposito del senso, dell’utilità, di andare a vedere spettacoli di danza in questo momento storico. La sua risposta non tarda ad arrivare dall’altro capo del telefono, la voce suona metallica ma è risoluta ricalca quello che diceva Alexandre Tairoff a proposito dei movimenti che iniziano quando la parola fallisce. «La parola limita tantissimo e ci sono pochi livelli di interpretazione. La danza non ha questo confine, è un linguaggio del corpo e non della mente, arriva più facilmente e ti dà maggiore libertà di interpretazione». È questo il primo atto politico della danza, quella contemporanea in particolare: rifiutare la chiusura del senso, lasciare aperto il margine dell’enigma. «Ti lascia un punto interrogativo e lì ti poni a pensare e ti fai delle domande, aiuta nella ricerca di un senso,» spiega Manica. «La danza ti dà emozioni di diverso tipo». In un momento storico in cui il senso sembra essere tutto ciò che manca, diventa allora necessario confrontarsi con un’arte di questo tipo. C’è anche un’altra ragione per cui la danza resiste come linguaggio necessario e ha a che fare con la vulnerabilità. «A volte credo che il linguaggio della danza sia più immediato, senza filtri e vulnerabile. C’è un margine di errore più grande e ti mette davanti a corpi ed emozioni più fragili,» dice Manica. È un rischio che le parole non sempre si possono permettere, troppo protette dalla mediazione della sintassi, dalla possibilità di correggere, di riformulare. Il corpo invece è lì, esposto, fallibile, capace di errore. E questa fragilità è precisamente ciò che Dancing Days cerca di proteggere e insieme di mostrare, costruendo uno spazio dove la vulnerabilità possa essere riconosciuta non come debolezza ma come condizione necessaria della creazione.

 

Questa rassegna – dedicata ai nuovi linguaggi coreografici che si svolge al Mattatoio di Roma dal 15 al 19 ottobre – è un ecosistema delicato dove sostenere un artista significa anche sapere quando e come esporlo al pubblico. «È molto importante difendere gli artisti,» dice Manica, e in quelle parole c’è tutta la consapevolezza di chi sa non si tratta solo di talento. Serve spazio, tempo, qualcuno disposto a credere in quel patto implicito che lega pubblico e palcoscenico.

È una geografia curatoriale quella che unisce Italia ed Europa all’interno della rassegna di Dancing Days. Non c’è un tema preconfezionato, non c’è un’idea da seguire. Alla base si scorge il rapporto con la tradizione ma non come un baluardo da preservare e basta, bensì a cui ispirarsi, da superare. Nani sulle spalle dei giganti, per dirla in maniera spicciola – come fanno Armin Hokmi ed Ermira Goro, che portano – spiega Manica – «una tradizione con un linguaggio rinnovato».

È proprio Armin Hokmi ad aprire l’edizione 2025 con un gesto che è insieme omaggio e provocazione: Shiraz, lo spettacolo del coreografo di origini iraniane Armin Hokmi, ispirato allo storico Shiraz Arts Festival che si tenne in Iran tra il 1967 e il 1977. Era un festival leggendario, capace di trasformare l’Iran in un crocevia di sperimentazione artistica prima della rivoluzione, un luogo dove Merce Cunningham, Robert Wilson e Peter Brook si mescolavano alle tradizioni popolari persiane, tra le rovine di Persepolis e i giardini di Shiraz. Scegliere di aprire Dancing Days con questo lavoro, oggi, in un tempo segnato da confini e chiusure, non è un caso. «L’arte deve superare i confini e deve essere indipendente,» afferma Manica con una fermezza che non lascia spazio a dubbi. Racconta di come Hokmi le abbia spiegato il suo approccio alla tradizione, dicendole che per lui «la tradizione è fondamentale, poi la reinterpreto in chiave artistica. Devi alzare l’asticella sempre, rifarti al passato ma capire come posso pescare per rinnovare il linguaggio e farlo mio». Non è nostalgia un modo per far respirare la tradizione dentro il presente, interrogandola, piegandola, facendola propria. Con sette danzatori in scena, Hokmi costruisce uno spazio performativo dove la danza diventa atto poetico, riportando in vita quel senso di libertà creativa che aveva reso unico il festival iraniano, capace di unire tradizioni popolari e avanguardie globali.

Nella stessa serata del 15 ottobre va in scena Mercedes máis eu, opera tra danza e musica nata dalla collaborazione tra la danzatrice e attrice Janet Novás e Mercedes Peón, stella della musica tradizionale galiziana. Oggetti, suoni, memoria e movimenti si intrecciano per raccontare storie che oscillano tra il personale e il collettivo, tra la politica e la società. È un esempio perfetto di come la danza possa farsi portatrice di storie intime e collettive allo stesso tempo, di come un corpo possa contenere la Storia senza dissolversi in essa. Accanto a Hokmi, anche Peón e Novás lavorano con la tradizione – quella musicale galiziana – ma la attraversano, la deformano, ne fanno materia viva per dire qualcosa del presente.

Il 17 ottobre è la volta di Ermira Goro, coreografa greca tra le più innovative della scena contemporanea, che presenta Sirens con le danzatrici Chara Kotsali e Adonis Vais e le musiche originali di Jeph Vanger. Nella stessa serata del 17, Francesca Santamaria porta in scena GOOD VIBES ONLY (the great effort), esplorando il flusso incessante di informazioni che attraversa il corpo umano, costantemente sottoposto a prestazioni e aspettative, manifestando il conflitto tra l’aspetto viscerale e quello virtuale, rivelando progressivamente la dimensione più umana dell’essere. Santamaria è un caso particolare nella costruzione di Dancing Days: non era arrivata in finale nel bando DNAppunti Coreografici del 2024, eppure eccola qui, sostenuta da Romaeuropa. È una scelta che dice molto della filosofia curatoriale di Manica. In Italia, come spiega Manica, è difficile barcamenarsi in questi ambiti. Nel caso di DNAppunti Coreografici i giovani coreografi italiani non costruiscono spettacoli attorno a idee preconcette, ma si muovono da una necessità corporea, da un’urgenza fisica che poi trova forma. Lo scorso anno i quattro finalisti «erano molto interessanti» e «meritavano tutti e quattro la vittoria». Così, anche Santamaria che non aveva vinto ha la possibilità di portare in scena il suo spettacolo. Per Manica è semplice, «le giovani generazioni italiane non hanno supporto quindi lo facciamo noi» dice e in questa frase sono celati anni di lavoro, di relazioni costruite, di fiducia guadagnata.

Il 18 ottobre ci sono altri due spettacoli: Aristide Rontini, coreografo, performer e community dance artist, in Lampyris Noctiluca si confronta con l’eredità di Pier Paolo Pasolini che si manifesta nel corpo, inteso come luogo di metamorfosi e rivelazione, raccogliendo segni e tracce di un passato che risuona nel presente. E Vittorio Pagani, traendo ispirazione da di Federico Fellini e dagli studi di Kenneth Anger e Richard Dyer, in SUPERSTELLA fonde danza, proiezioni video e testi per esplorare le implicazioni filosofiche ed etiche della creazione nella danza contemporanea, invitando il pubblico a diventare co-creatore dell’opera. Sono lavori che chiedono allo spettatore di mettersi in gioco, di non limitarsi a guardare ma di interrogarsi, di accettare quel punto interrogativo che la danza lascia aperto e che Manica rivendica come valore irrinunciabile.

È il 19 ottobre che Dancing Days mostra forse con più evidenza il senso profondo del lavoro curatoriale che lo sostiene. A chiudere la rassegna è FUCK ME BLIND di Matteo Sedda, coreografo, danzatore e attivista di origine sarda, vincitore dell’edizione 2024 di DNAppunti Coreografici. Ispirato a Blue, l’ultimo film autobiografico di Derek Jarman girato poco prima della sua morte per complicanze legate all’AIDS, è un duo in cui i performer condividono un unico punto di gravità. Jarman aveva trasformato la propria fine imminente in un atto di piena consapevolezza e affermazione di sé, e Sedda fa lo stesso: prende la malattia e la morte e ne fa materia coreografica, senza pietismi, senza sentimentalismi. È fondamentale avere spettacoli come questi per accompagnare il pubblico dentro esperienze forti, potenzialmente destabilizzanti. È una denuncia sottile ma precisa: la società rimuove ciò che disturba, ciò che ricorda la fragilità dell’esistenza. Ecco perché servono spazi protetti, spazi che permettano di «modulare» l’esposizione del pubblico e dell’artista.

È in questo senso che il Mattatoio diventa fondamentale. «È uno spazio più protetto perché alcuni hanno bisogno di una visione diversa,» spiega Manica. Il Mattatoio permette questo: permette di creare le condizioni giuste per lavori come quello di Sedda, che in un teatro tradizionale rischierebbero di essere fraintesi o semplicemente rifiutati. Ma c’è un’altra ragione per cui il Mattatoio è importante: «Si inserisce nel filone per il quale tu puoi prendere spettacoli che sono legati alla tradizione e vederli in un contesto completamente diverso». Vedere musica tradizionale galiziana o la reinterpretazione del festival di Shiraz in uno spazio come il Mattatoio, così carico di memorie urbane e sociali, così lontano dai luoghi deputati alla cultura, cambia radicalmente la percezione. Torna poi il concetto della cura, che non abbandona mai questa conversazione.

«Per i giovani bisogna proteggere il lavoro e il Mattatoio ti permette di non esporre troppo questa fragilità al pubblico.» È una questione di gradualità, di rispetto dei tempi di crescita. Gli artisti giovani, soprattutto in Italia dove «non hanno supporto,» hanno bisogno di qualcuno che faccia da filtro, da mediatore. «È un lavoro di accompagnamento lento per poterli proteggere e farli crescere,» spiega. Cita il caso di PAPADOPOULOS e KOR’SIA, altri artisti che hanno avuto bisogno di questo accompagnamento paziente, di questa cura che si misura in anni e che adesso sono parte immancabile della rassegna principale del Festival stesso (PAPADOPOULOS l’anno scorso ha aperto al Teatro dell’Opera con il suo lavoro Mycelium).

Nella giornata conclusiva del 19 ottobre, oltre a FUCK ME BLIND, Dancing Days presenta i quattro finalisti dell’edizione 2025 di DNAppunti Coreografici: Cosmogonia Futura di Jessica De Masi, Everybody has a fate di Riccardo De Simone, Horizon di Nunzia Picciallo, e One, two, through di Barbara Carulli e Sara Capanna. Sono progetti che si trovano all’inizio del loro percorso, proposte che chiedono «l’inizio di un progetto che poi verrà presentato» a Romaeuropa. È la fase più delicata, quella in cui le idee devono ancora prendere forma compiuta, in cui il linguaggio fisico cerca una struttura.

 

Dancing Days, alla fine, è questo: una settimana dedicata alla danza, ma anche e soprattutto una settimana dedicata all’idea che l’arte debba superare i confini – geografici, generazionali, linguistici. Che la tradizione non sia un peso ma una risorsa, se saputa interrogare. Che i giovani artisti abbiano diritto a uno spazio protetto dove crescere, sbagliare, trovare la propria voce. Che il corpo possa dire più della parola, lasciando quel punto interrogativo necessario che ci costringe a pensare. E che tutto questo richieda tempo, pazienza, cura. E Dancing Days è il modo in cui questa difesa prende forma: non a parole, ma in movimento. In tempi in cui tutto chiede di essere spiegato immediatamente, la danza resiste come spazio di libertà interpretativa, come linguaggio che «non ha confini» e che «arriva più facilmente» proprio perché rifiuta la chiusura del senso e lascia un’apertura finale al pubblico, pronto ad accoglierla.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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